giovedì 9 novembre 2023
DIBATTERE SULLA VALUTAZIONE AL TEMPO DELLA SCUOLA-AZIENDA NON È UN PO' PLEONASTICO?
Quello della valutazione è un dibattito infinito che più volte, anche a sproposito, anima le pagine di giornali e social per parlare spesso in modo fuori luogo del mondo dell’istruzione. Voto numerico o giudizio descrittivo? Autovalutazione degli studenti o scuola senza voti? Sono tutti concetti che dominano la scena dell’attualità scolastica. L'intervista al pedagogista Mario Maviglia apparsa su Orizzontescuola, commentando sia le sperimentazioni di scuola senza voti che la diatriba fra voto numerico e giudizio descrittivo, ci porta su un terreno che facciamo fatica a comprendere fino in fondo. L'occasione per discettare su cosa si debba intendere per valutazione è offerta da ciò che è accaduto recentemente al liceo Morgagni di Roma che ha stoppato la sperimentazione del progetto “Scuola senza voti”. Da qui il dibattito. L'ennesimo. Afferma il pedagogista: "Mi sembra che i motivi della mancata prosecuzione della sperimentazione non siano da addebitare a ragioni di carattere educativo o didattico, ma a contrasti interni al Collegio dei Docenti. Ma al di là del dato in sé, a me sembra che tutto ciò che va nella direzione di attenuare la “tirannia del voto”, come la definisco, sia una buona cosa. Oggi il voto è diventato talmente pervasivo che si perde di vista il valore dell’imparare: tutto viene pesato, misurato, classificato. Si va a scuola non per imparare, ma per prendere un bel voto, dimenticando quanto studiato dopo la fatidica verifica. Il gusto del conoscere, l’ appassionarsi a qualcosa vengono sacrificati sull’altare della prestazione. Sotto questo profilo è un vero peccato che la sperimentazione sia destinata a concludersi perché poteva dare informazioni e dati interessanti su un approccio diverso al fatto valutativo". Dunque: meglio una scuola senza voti? E perché? Sentiamolo di nuovo: "Come dicevo prima, se tutto ruota intorno al voto si crea un meccanismo perverso all’interno del quale ciò che conta è sostanzialmente la prestazione, il prodotto, più che la passione verso il conoscere, la motivazione alla scoperta, la voglia di scoprire insieme ai compagni. Fondamentalmente è una concezione capitalistica della valutazione, dove ciò che conta è il prodotto, non il “lavoratore”, ossia lo studente". Questo, dal punto di vista tecnico, mi sembra importante per capire la natura del dibattito e per farlo scivolare dalle sacche ideologiche che dietro si nascondono. La domanda è: perché si è resa la scuola un sistema di prestazioni e profitto? Francamente, mi meraviglio della meraviglia della situazione: perché, infatti, dovremmo stupirci che la scuola abbia prodotto questa strana aspettativa quando per anni la si è considerata come un'azienda fin nell'uso del linguaggio pedagogico? Come ha lavorato, mi chiedo, una scuola incentrata su debiti e crediti sopra una generazione considerata fragile dal punto emotivo? Con sorpresa Maviglia ci dice: "Non è fragile questa generazione, semmai è ancora poco diffusa nella classe magistrale, e più in generale nell’opinione pubblica, la funzione formativa della valutazione, cioè il dispositivo che consente agli insegnanti, in base alle risposte degli studenti, di ricalibrare gli interventi didattici e di apportare dei correttivi di miglioramento. Ancora molti docenti concepiscono la valutazione come la risposta dello studente agli stimoli dell’insegnante e se la risposta è sbagliata la responsabilità è tutta dello studente. Ma le “cattive risposte” possono dipendere da una didattica non in grado di intercettare le potenzialità e i bisogni degli studenti. In questa dinamica il voto è assolutamente funzionale a stigmatizzare la responsabilità pressoché unilaterale dello studente. Non è un caso che nel nostro sistema scolastico è quasi assente la pratica dell’autovalutazione da parte degli studenti, che invece potrebbe funzionare anche in chiave metacognitiva e di consapevolezza delle proprie capacità e delle proprie criticità". Dunque, si mantengono i voti per pura e pigra praticità, scaricando sul solo studente la responsabilità della propria incapacità ad apprendere. Già qui, tra elementi certamente condivisibili, si 'spara troppo sul pianista' per riprendere il titolo di un vecchio film: sono così pigri questi docenti? Sono così plasticamente arroccati alle proprie certezze? Così infinitamente reietti e attaccati alle proprie convinzioni anche se obsolete? Non sarebbe il caso invece di immaginare che questo scontro sulla valutazione, tra i fautori del voto numerico e quelli del giudizio descrittivo o altri metodi, nasconda ben altro? Sul punto Maviglia sostiene: "C’è un problema di fondo che non può essere trascurato: la pratica dei giudizi descrittivi è oggettivamente più laboriosa e impegnativa di quella del voto. Nella sua apoditticità e sinteticità il voto è immediatamente comprensibile anche da parte dei genitori. Il giudizio richiede un’opera di lettura e decodifica del significato. In realtà anche dietro il voto si celano valori diversi, tanto che ci sono docenti di “manica larga” e altri più “stretti”, il che vuol dire che vengono attribuiti valori diversi allo stesso voto. Quello che ancora manca, al di là dei cambiamenti che man mano si susseguono nei modi formali del valutare, è, come dicevo prima, il valore formativo della valutazione, tanto per lo studente quanto per il docente. Oggi la valutazione in Italia, soprattutto quella espressa attraverso i voti, quantifica, seleziona, pesa, ma quasi mai orienta il cambiamento o il miglioramento. Non serve per riorientare l’intervento educativo da parte del docente o per individuare i punti di difficoltà da parte dello studente. Uscire da questa logica vuol dire investire nella formazione dei docenti sui temi della valutazione e puntare a processi autovalutativi per gli studenti. Ma non mi sembra che vi sia né la competenza né la capacità politica non dico di affrontare questi problemi ma, più banalmente, di comprenderli. E se non si comprendono non possono essere governati". Fino a qui il pedagogista. E, tutto sommato, non mi sento di dissentire oltre il lecito; e forse condivido la necessità di ragionare sul significato della valutazione e dell' autovalutazione visto che, nel mio piccolo, l'avevo già attuata quando insegnavo filosofia in una delle più vecchie sperimentazioni scolastiche italiane del milanese circa trent'anni fa fino alla sua chiusura voluta dalla (pessima) riforma Gelmini con tutte le altre sperimentazioni, naturalmente per risparmiare sull'istruzione in cui al dicastero dell’economia sedeva Tremonti. Quello che non mi convince in tutto questo bel discorso è la premessa iniziale: che il voto come profitto ‘capitalisticamente’ inteso sia, in fondo, la risultante inevitabile della pigrizia dei docenti che non intendono certo assumersi la responsabilità del cambiamento culturale in atto. Tutto può essere. Però, mi permetto di affermare, dall’autonomia in poi abbiamo assistito allo stravolgimento dell’idea di istruzione proprio sul concetto di ‘formazione’: quello che si stava piano piano concretando era l’idea di riorientare la formazione su binari in cui la scuola doveva lasciare il posto alla vita intesa come ‘lavoro’ e ‘azienda’. Ciò che si stava profilando all’orizzonte del mondo scolastico era l’inserimento di un linguaggio aziendalista presago di un mondo scolastico che non sarebbe stato più lo stesso. Per cui quello che mi sorprende in tutta questa diatriba è lo scaricare sul docente e la sua implicita pigrizia uno stravolgimento culturale che parte dalle scelte politiche che i diversi ministri dell’istruzione hanno partorito. Da ciò sostengo sarebbe necessario partire per soppesare questa fragilità del mondo degli studenti e al loro utilitarismo di fondo: se sono stati abituati alla competizione, alla logica del sistema aziendale fin dalla struttura lessicale che si è introdotta nella scuola, perché dovremmo meravigliarci a cose fatte che a scuola si venga solo per il voto e non per imparare? Con la cultura non si mangia dicono i fanti del mondo della produzione, e la scuola deve specializzarsi per attrarre il mondo produttivo e diventare sua ancella. Il voto diventa l'analogo del salario per una scuola che si proietta sulle esigenze del mercato e non della formazione individuale. Poi, ragionare su cosa sia oggi la valutazione e se occorra modificare la sua modalità per inquadrare meglio e più proficuamente lo studente, è ben altra esigenza su cui mi trovo concorde. Ma non scambiamo gli effetti con le cause.

