Il tema: il rapporto tra linguaggio e filosofia nel pensiero filosofico del novecento.
MOTIVAZIONE DEL PERCORSO:
Un’area rilevante e polivalente dell’intero percorso filosofico del ‘900 è garantita dal linguaggio, e soprattutto dall’assunzione del linguaggio come specifico orizzonte della filosofia (a ragione si è parlato di una vera e propria svolta linguistica in filosofia vedi linguistica, filosofia analitica). Certamente questa svolta è data, più che altro, da una posizione del linguaggio molto più particolare e articolata di quella che è presente nella linea di pensiero che va da un certo esistenzialismo fenomenologico all’ermeneutica di Gadamer passando attraverso Heidegger, secondo la quale il linguaggio è l’ambito in cui si uniscono «il mondo e le cose», mentre invece in questa svolta l’ orizzonte del linguaggio è molto più determinante dal punto di vista epistemologico: il linguaggio è l’unico oggetto specifico dell’analisi filosofica in quanto tale.
Ecco perché dentro questo ambito si troveranno argomenti e problemi che non appartengono, strettamente parlando, all’analisi linguistica. In breve, nell’analisi del linguaggio considerata come impresa filosofica si devono ricercare i criteri normativi a cui la ragione deve attenersi. Infatti, se guardiamo attentamente, la corrispondenza tra linguaggio e realtà, la questione del problema logico nella formulazione linguistica, le teorie epistemologiche di fondazione delle scienze non sono argomenti base di una teoria generale del linguaggio. Epperò, esse vengono in tutto l’arco del ‘900 riproposte, affrontate in stretta corrispondenza e connessione con il tema linguistico; ma, soprattutto, assumendo i risultati della analisi linguistica come criteri sicuri di validità per accettare o meno una teoria oppure una realtà esterna, tutto ciò diventa una novità assoluta nel panorama filosofico contemporaneo. In area anglosassone, la prosecuzione della vecchia tradizione empirista aveva già spostato il proprio punto di osservazione sulle modalità di intervento nell’esperienza ( vedi Pragmatismo e J. Dewey), e sull’indagine analitica di alcuni aspetti della realtà (vedi E. Moore e l’etica). Allo stesso modo si muove l’attenzione sul linguaggio, tanto che essa attesta il privilegiamento di un certo tipo o campo di indagine sul quale, se vogliamo, la ragione analitica si può applicare. Se vari saranno i linguaggio assunti e presi a modello (esempio: quello matematico, quello della scienza oppure quello della vita quotidiana), si constaterà altresì un vero e proprio slittamento da questa intenzione originaria (quella del linguaggio come tema settoriale) verso una trattazione più globale e, forse, totalizzante che fa del linguaggio stesso un orizzonte privilegiato di considerazione della realtà. O sarebbe meglio dire che il linguaggio esprime, prima e molto più compiutamente di altro, la specificità dell’essere umano: il suo pensiero e la sua mente. ( vedi Wittgenstein, Austin, Quine, Chomsky, Fodor, Putnam, Davidson, Dummett, Searle).
Proprio a partire da questa ultima considerazione ( l’identificazione di pensiero e linguaggio) prende corpo uno dei temi più discussi e affascinanti del panorama filosofico di fine novecento, che coinvolge tanto la filosofia e la linguistica quanto le scienze cognitive e l’intelligenza artificiale: quello relativo cioè al dibattito sull’intelligenza artificiale e del suo rapporto, discusso e discutibile, con la filosofia della mente e la scienza cognitiva il cui massimo interprete, oggi, è il filosofo del linguaggio J. R. Searle che partì da una serrata critica alla possibilità che il computer potesse essere considerato l’analogo della mente umana.
FINALITA’
Si cercherà di far acquisire alcuni elementi fondamentali del tema in esame, quali:
1. perché il linguaggio è un problema filosofico;
2. perché il linguaggio ha il compito di descrivere il mondo e dunque di interpretare il reale;
3. perché il linguaggio depura i concetti da elementi metafisici definendo le proprie generalità linguistiche;
4. perché esprimendo solo ciò che possiamo dire esprimiamo la totalità della realtà visibile;
5. perché parlare è fare, cioè quando si parla si intende agire su qualcosa e su qualcuno;
6. perché il linguaggio è prodotto tanto dalle base biologiche preesistenti quanto dall’ambiente.
OBIETTIVI:
Si stabiliscono questi obiettivi specifici:
1. Acquisizione dei concetti di lingua e di linguaggio;
2. Acquisizione della distinzione tra forma logica e forma linguistica degli enunciati;
3. Acquisizione della individuazione del concetto di linguaggio all’interno di una argomentazione;
4. Acquisizione e definizione del concetto di linguaggio in rapporto ad altri concetti;
5. Acquisizione e analisi delle accezioni in cui il concetto di linguaggio viene usato da filosofi diversi;
6. Acquisizione e analisi dell’applicazione del concetto di linguaggio ad ambiti diversi da quelli in cui è stato osservato.
CONTENUTI:
La parte tematica dell’unità didattica si snoderà secondo questi contenuti:
1. Definizione di lingua e linguaggio;
2. Definizione di linguaggio dal punto di vista della filosofia analitica;
3. Definizione di linguaggio dal punto di vista denotativo (significato);
4. Definizione e uso del linguaggio all’interno delle correnti filosofiche che hanno usato il linguaggio nel ‘900: la filosofia analitica e il neopositivismo logico;
5. Definizione di linguaggio ideale: costruire un linguaggio di tipo artificiale;
6. Definizione di linguaggio ordinario: studiare il linguaggio nella molteplicità dei suoi usi e delle sue funzioni;
7. L’intento di Frege di costruire un linguaggio artificiale (ideografia) definendo al suo interno una teoria generale del significato. I meriti di Frege sono quelli di aver definito che: A) obiettivo della filosofia è l’analisi della struttura del pensiero;
B) l’analisi delle struttura del pensiero non deve essere confusa con lo
studio del procedimento psicologico del pensiero;
C) l’unico metodo per lo studio del pensiero consiste nell’analisi logica
del linguaggio.
8. La distinzione di Frege tra senso e denotazione di un enunciato: la denotazione è data dall’oggetto a cui la parola si riferisce; il senso è il modo di pensare l’oggetto attraverso il suo nome;
9. La teoria del significato di Frege arriva a tre risultati:
A) Identifica il significato di un enunciato con il suo essere vero o falso;
B) Dà un criterio generale per definire in cosa consiste il significato di
una espressione;
C) Che nel linguaggio si possono dare enunciati che hanno senso ma privi
di significato.
10. Frege stabilisce le regole logiche per il futuro principio di verificazione: saranno scientificamente corrette solo le proposizioni in cui ogni nome proprio avrà un riferimento concreto o di denotazione;
11. La definizione di Carnap di linguaggio: il linguaggio consta di un vocabolario e di una sintassi. La questione delle pseudo-proposizioni filosofiche rappresenta un errore di costruzione sintattica operata dalla metafisica;
12. La distinzione di Carnap tra enunciati di verità logica (tautologici), che sono indipendenti dai fatti contingenti e enunciati contenenti verità di fatto, che sono le proposizioni della scienza a cui si applica il principio di verificazione;
13. La distinzione tra il «primo» ed il «secondo» Wittgenstein: il primo si evidenzia nel Tractatus e rimane legato al principio di verificazione ( vedi i fatti atomici) da cui si snoda il concetto che il linguaggio è la dicibilità del mondo; il secondo, invece, quello delle Ricerche filosofiche si concreta nell’idea che il linguaggio sia una forma di vita e che esso viva essenzialmente nella molteplicità degli usi dei parlanti a seconda dei contesti comunicativi. La tesi è quella del significato come uso, da cui origina lo spostamento wittgenstaniano verso il linguaggio ordinario per cui egli passa dal modo in cui un enunciato è verificato al modo in cui è usato in un certo contesto;
14. Il significato di Austin di linguaggio come azione, il quale stabilisce due grandi aspetti proposti dal filosofo: A) la funzione del metodo linguistico in filosofia;
B) la teoria degli atti linguistici;
Poiché quando parliamo agiamo, dobbiamo stare attenti a cosa diciamo in rapporto alle situazione nelle quali parliamo. Gli atti linguistici dimostrano che parlare è fare e, dato che agiamo anche sugli altri, Austin propone una tipologia specifica: dalla distinzione tra «enunciati constatativi» (descrivono qualcosa) e «enunciati performativi» (compiono azioni), Austin analizza ogni forma linguistica in termini di azione proponendo la suddivisione di:
A) atti locutivi (atto con cui si dice qualcosa);
B) atti illocutivi (atto di ciò che si fa nel parlare: esprime
l’intenzione del parlante);
C) atti perlocutivi (atto che produce un effetto negli
ascoltatori).
15. La ripresa compiuta da Searle della tipologia degli atti linguistici, in modo particolare di quello illocutivo svincolandolo da ogni relazione con l’ascoltatore. Da qui il famoso «principio di esprimibilità» di Searle circoscritto a solo ciò che facciamo quando parliamo: il principio sottolinea che ogni lingua può essere ulteriormente arricchita nonostante la sua dote originaria e che, dunque, si può produrre un linguaggio privato, incomprensibile a tutti tranne a chi lo usa (vedi per esempio l’invenzione di Codici particolari);
16. L’identificazione di Searle tra linguaggio pensiero e intenzionalità del parlante, da cui si può dedurre la distinzione tra aspetto puramente sintattico e aspetto puramente semantico;
17. La definizione di Chomsky di linguaggio, spiegando in cosa consista il concetto di innatismo che l’autore riprende da Cartesio.
18. La definizione di Chomsky di «competenza» e di «esecuzione» linguistica che il parlante ha biologicamente in modo preordinato. La competenza è l’insieme delle regole e delle strutture linguistiche generali che il soggetto possiede già alla nascita (aspetto biologico), l’esecuzione è la realizzazione di questa competenza ovvero l’uso concreto della lingua in una situazione concreta.
TESTI:
Si faranno leggere e commentare dei passi scelti tratti da queste opere:
G. Frege, Senso e denotazione in A.Bonomi (a cura di), La struttura logica del linguaggio, Bompiani, Milano, 1973;
R.Carnap, Il superamento della metafisica mediante l’analisi logica del linguaggio, in A. Pasquinelli, Il neoempirismo, UTET, Torino, 1969;
R. Carnap, La sintassi logica del linguaggio in La filosofia della scienza, (a cura di) A. Crescini, La Scuola, Brescia, 1964;
L. Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus, Einaudi, Torino, 1964;
L. Wittgenstein, Ricerche filosofiche, Einaudi, Torino, 1983;
J. L. Austin, Come fare cose con le parole, Marietti, Casale Monferrato, 1987;
J. R. Searle, Atti linguistici. Saggio di filosofia del linguaggio, Torino, Bollati Boringhieri, 1969;
N. Chomsky, Linguistica cartesiana e Mente e linguaggio in Saggi linguistici Vol.3, Torino, Bollati Boringhieri, 1969.

