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Ferdinando Sabatino, nato a Milano nel 1960 si è laureato in Filosofia morale con Franco Fergnani presso l’Università degli studi di Milano con una tesi sulla medicalizzazione e lo stato giuridico della delinquenza in cui applica le tesi di Foucault nei codici penali pre-unitari fino al codice Zanardelli. Professore di Storia e filosofia e di Filosofia e scienze umane, è esperto nei processi socioculturali delle comunicazioni di massa. Si è interessato al pensiero organizzativo delle strutture industriali, già docente presso la Scuola di specializzazione per l'insegnamento secondario dell’Università degli studi di Milano, ha collaborato con la cattedra di Filosofia morale del Dipartimento di filosofia. Si occupa prevalentemente di storia dei sistemi di pensiero e di fenomeni collettivi, ha studiato le istituzioni totali come forme di potere su cui le società moderne hanno articolato aspetti ideologici di risocializzazione per giungere alle più sofisticate e complesse forme ideologiche contemporanee. Ha orientato recentemente i suoi interessi sui problemi della violenza collettiva ed etnica; sulla questione dei diritti e sul conflitto tra lavoro e capitale.
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"...bisogna discernere il rumore sordo e prolungato della battaglia"
Michel Foucault

mercoledì 1 dicembre 2010

Riflessioni su società politica e suicidio individuale. A proposito di Comencini

Se la violenza è una componente intrinseca alla natura umana, il suicidio occupa uno statuto tutto particolare nella dimensione soggettiva. Rappresenta, fino a prova contraria, una determinata scelta etica non facilmente eludibile da quanti si impongono una indubbia quantità di interrogativi sulle regole della vita. Il suicidio, in questo senso, pone interrogativi molto più inquietanti rispetto a ciò che si può ricavare dai mezzi di comunicazione che lo trattano come un atto che si consuma solo dentro la scelta, nell’attimo della decisione, senza immaginare un prima e un dopo rispetto a quello stesso atto. Il suicidio, nonostante moralisti e tuttologi lo circoscrivano su versanti gnoseologici o ontologici, per poi smarrirne l’elemento centrale, è non solo un problema sociologico rilevante con tutte le sue statistiche oggettive ma , ad occhi attenti, riflette un problema filosofico che investe, malgré lui, un elemento parecchio artefatto, quando non ambiguo, che è l’anima del suicida. In fin dei conti, l’anima in senso stretto. Fuori dello spazio scenico che lo psichico permette, cioè la coscienza, esiste il mondo biologico, il mondo della vita quale è e come si presenta a noi. Come ha sottolineato Jung, “se la psiche umana fosse costituita esclusivamente dalla coscienza, non ci sarebbe nulla di psichico che non fosse sorto nel corso della vita individuale…in realtà i contenuti della nostra coscienza sono influenzati e ordinati dalla massa psichica ereditata, dall’ inconscio collettivo”. Come intuiamo bene, questo elemento materiale ma onto-logicamente determinante che è la vita, entra nelle sfere dello psichico grazie alla nostra capacità di rappresentazione, quando cioè viene rappresentato nell’ anima il concetto di vita. E’ una distinzione importante a mio parere. Noi siamo prodotti e in parte anche limitati, dall’essere abitati da una vita esterna che possiede le proprie regole e le proprie leggi, che sono naturalmente superiori alle nostre decisioni o ai nostri desideri. Ma nonostante tutto, noi non possiamo fare a meno di alimentare scopi, intenzioni o progetti che la vita tralascia, ed è proprio entro questa piega storicizzata del nostro essere che risiede il senso che noi diamo alla vita. E questo perché il mondo così come è ci parla solo con le parole a cui diamo senso e valore, quelle che costituiscono il nostro linguaggio: i limiti del mondo sono i limiti del nostro stesso linguaggio. Ora, se noi combiniamo questo elemento psichico con quello più eterogeneo di ‘civiltà’, della sua storia dentro cui individuale e collettivo si ritrovano impigliati, allora possiamo affermare con Jung che la Psiche è in parte congruente con la storia e che i contenuti della nostra coscienza sono decisi dall’ inconscio collettivo.”Se non esistesse l’inconscio collettivo si potrebbe ottenere tutto con l’educazione, si potrebbe senza danno storpiare l’uomo a macchina psichica o elevarlo al culto di un ideale”. Ma se la mia felicità oppure la mia stessa visione del mondo, non è parte integrante di questo movimento gene-rale?
Se la mia anima e il senso che io do alle cose non sono in sintonia con il Codice del mondo, per altro sempre imposto all’individuo’?
Se la mia vita vuole dire dare senso a questa vita, ma ciò mi è precluso perché il Codice della società mi limita tale per cui, tra questo Codice e questo io, si frappone un vuoto non altrimenti colmabile se non con il mio sacrificio?
In questo modo, allora, dobbiamo necessariamente riconoscere nostro malgrado che la lacerazione interiore prodotta dalla differenza, dallo scarto tra la “vita” e il “senso” che io do alla vita diventa fondante per le azioni che intraprendo, consciamente o meno. Infatti ritengo che non tutto il disagio della civiltà sia riconducibile a ciò che Freud circoscrive ai soli istinti. Ipotizziamo, anche solo per un attimo, che la felicità dell’uomo sia ottenibile semplicemente dalla sola mancanza di ogni restrizione pulsionale per cui la civiltà si tra-durrebbe in una affascinante repressione/sublimazione degli istinti, allora tutto dovrebbe chiarificarsi in una metafisica creazione di una società non repressiva ripulita da ogni incognita possibile di animalità residua, dove principio di piacere e principio di realtà si riconciliano. A parte il fatto che una tale società non è mai storicamente esistita, i dubbi riguardano anche una società di là da venire. Ma riguardano anche il fatto se è veramente corretto sostenere che la felicità consista solo in questa totale esplicazione degli istinti. Se così fosse, in quale luogo dovremmo ritrovare il ‘senso’ che diamo alla vita, in quale piega di questi istinti dovrebbe dimorare?
Contrariamente a ciò, credo che la repressione, anche quella giustamente in-dividuata da Freud, non si rifletta tanto sull’asse degli istinti, ma su quello dei significati, come è stato intelligentemente osservato da Galimberti. I significati vengono, per così dire, pregiudizialmente decisi e pensati a priori da un Codice a cui le società politiche si attengono per riconoscersi come tali. In questo modo all’individuo non resta altra possibilità d’espressione se non quella offerta dallo stesso Codice sociale di appartenenza, dai suoi parametri e dai suoi valori interpretativi. In sostanza, la lotta tra il soggetto e il contesto sociale al quale spesso il suicidio individuale si riallaccia, non sta tanto in questo possibile contrasto insanabile tra due tipi di pulsioni primarie, quanto tra i tanti modi che il mondo ha di dare senso alle cose. E’ un problema che si pone al limite di Natura e Cultura. Tutto ciò perché l’uomo è tale perché si definisce solo in quanto è capace di aprirsi al senso; ed è libero solo nella misura in cui l’apertura di questo senso è ampia: meno quest’ultima è grande, meno io sono capace di dare senso alle cose e più, allora, sono costretto ad annullarmi nelle cose a tal punto da smarrire il metro valutativo di queste per il proprio sé. Se, allora, tutto questo è vero, allora la repressione “reale” è quella che si esercita quando si restringe la nostra possibilità di acquisire nuovi significati, quella cioè che permette al Codice sociale di impormi lo stesso bisogno, lo stesso desiderio fino alla normalizzazione consumistica di reificarlo come in un ‘reality’. In questo restringimento di senso implode il significato del suicidio individuale. Se come credo la costruzione del senso viene sottratta all’individuo circoscrivendola sempre più al potere, al mondo della Tecnica, al riproducibile, allora il suicidio diventa naturale perché il senso è sempre spostato, è sempre in un altro luogo rispetto a me, mentre io sono sempre più privato della capacità tutta umana di produrre senso. Un umano privato dell’umano. E’ proprio questo che diventa, paradossalmente, il suicidio nella cultura della società liquida: l’ultimo o l’unico tentativo compiuto da un soggetto pieno di “prodursi” nel senso, di darsi in esso, rispetto all’indifferenza cinica del mondo realizzata da ed entro un Codice sovra individuale. Con il suicidio, dunque, “io” vieto di farmi riassume da altri l’intero senso della mia vita; decido, qui e ora, che tutto il senso della mia vita sta nel momento estremo in cui compio il mio destino finale: sono solo “io” che riassumo il mio passato, il mio presente e il mio futuro ora, solo quando decido di definire la “mia” morte. E’ il senso lacerante dell’annullamento. Proprio in questa lacerazione sperimento il valore dell’esistenza portata alle sue estreme conseguenze. Ecco perché credo che una società complessa ma che, nello stesso tempo, ha reso liquidi i propri valori, che una società altamente tecnologica che si è definita nella sua riproducibilità come è la nostra, tema realmente questo surplus di senso, questo eccesso di senso che l’individuo ricerca e che il Codice non permette perché non sarebbe capace di controllarlo. Le società politiche hanno timore non solo dell’istinto, ma soprattutto della piega della trascendenza che la riflessione del suicidio comporta. Che è ciò che, in fin dei conti, le società politiche temono di più. Il suicidio individuale appare, dunque, ad un occhio attento e preoccupato, come l’unico elemento incontrollabile e non riproducibile che le società politiche non potranno mai, nonostante i loro affanni, far rientrare all’interno dei sistemi codificati. Ed è per questo che la Legge cerca di arginarlo: perché così trasgressivo e crudele, così distruttivo esso appare come l’ultimo tentativo del soggetto di porsi al limite dell’esistere, di essere ancora “io”. Paradossalmente: di essere io!