Vivere e morire nella società del rischio, nell’età delle identità imperfette, nell’epoca della fine del lavoro è un potente atto mistificatorio. E’ una ideologia vera e propria. Di cosa si vive e si muore? Per cosa si vive e si muore?
Analizzando alcuni punti caldi della rappresentazione collettiva odierna come la società di mercato, la sfera pubblica, le identità ‘immaginate’ che si intersecano su quelle nazionali, la società in rete, i diritti costitutivi ovvero tutto ciò che è diventato il terreno della «società individualizzata», ci si trova di fronte ad un deserto interpretativo che ostacola la rappresentazione della realtà vera, fingendo che l’omogeneizzazione culturale alla quale siamo costretti ad appartenere diventi il pensiero unico, il retroterra culturale delle società contemporanee.
Una identità di appartenenza collettiva fasulla ma concreta.
Non è così, non dovrebbe essere così. Ma siamo poi così sicuri che ciò a cui ave-vamo demandato l’ufficio della trasformazione, della nostra liberazione, cioè la sfera pubblica, la politica, i diritti non siano essi stessi terreni e luoghi ideo-logici che ci impediscono di cogliere il senso di questa trasformazione?
Questo non è un lavoro sulla network society, sulla società di massa o il divario digitale; è un lavoro che utilizza certamente la network society, la mass self-communication ma solo nell’ottica di un adeguamento ideologico che questa società produce negli individui. La differenza è notevole, e non solo nel merito. Oggi è impossibile offrire una interpretazione del presente se non la si contestualizza nell’orizzonte della network society, in quanto essa attraversa ogni realtà a noi contemporanea dal di dentro. La società di massa alla quale apparteniamo ha modificato il nostro rapporto con il reale non solo perché ci ha “massificati”, ma proprio in quanto creando nuovi modelli comunicativi ha inevitabilmente rimesso in discussione le nostre pratiche cultu-rali. Come ha mostrato Appadurai, la «modernity at large» attraverso migrazione di massa e media elettronici ha cambiato radicalmente il nostro processo i-dentitario di appartenenza modificando lo stesso concetto di modernità, nella relazione tra modernizzazione in quanto semplice evento e modernizzazione in quanto teoria. E’ una questione di sincronizzazione temporale che ha evi-denziato una frattura generale nelle relazioni tra le società. Così come la rivoluzione industriale ha tagliato i ponti con il vecchio regime, altrettanto ha fat-to la rivoluzione telematica: la network society è la risposta più convincente al passaggio dalla prima alla seconda modernità secondo lo schema che prendo a prestito da Ulrich Beck adattandolo, però, alla teoria delle connessioni dei flussi globali definita da Appadurai. Nulla di strano, è sempre accaduto nella storia degli uomini, eppure qualcosa appare drammaticamente diverso ai no-stri occhi.
Quello che vediamo oggi è un parametro culturale troppo diverso dal solito, non bastano a mio parere gli strumenti che possediamo perché questi media sono nel contempo delle risorse e degli ostacoli per la sperimen-tazione di costruzioni del sé sia per le persone che per le società. Tutte le so-cietà. O meglio, questi strumenti in nostro possesso potrebbero bastare se diventassimo specialisti dell’interregionalità, ovvero usare con intelligenza i dispositivi di sapere delle varie discipline calibrandole fra loro secondo un me-todo che non le racchiuda semplicisticamente entro i propri confini. Che lo sguardo di chi voglia interpretare storicamente i sistemi sociali complessi si faccia un po’ etnologico insomma, perché siamo sempre più vicini “ad un nuovo ordine di instabilità nella produzione delle soggettività moderne” (Appadurai) o, come brillantemente dice ancora il grande antropologo indiano, “siamo di fronte a immagini in movimento che incrociano spettatori deterritorializzati” (Appadurai). Insomma, i media elettronici ci modificano non in quanto intrinsecamente nuo-vi, ma perché sono forze che in un certo modo spingono oltre il consentito l’opera dell’immaginazione sul nuovo. Spettatori e immagini sono contempo-raneamente in movimento, in un gioco dialettico in cui la realtà vera cede il posto alla realtà “immaginata”, esattamente come succede alle comunità che si integrano e non si integrano compiutamente nelle realtà ove si insediano: esse indigenizzano la realtà che vivono. Occorre dunque uno sforzo maggiore e un po’ di coraggio, quello di uscire dai nostri confini sicuri, comodi certamen-te ma che ci diranno assai poco della nostra realtà e considerare, nei limiti del possibile, le rappresentazioni collettive come puri fatti sociali dotati di storia. Quello che emerge è che siamo di fronte ad una omogeneizzazione che non si presenta come tale, ad una omogeneizzazione imperfetta. Da qui un problema: quale omogeneizzazione culturale oggi sarebbe possibile tra quadri ideologici del passato e nuove ideologie che si muovono e cambiano al ritmo della società di rete? Perché se le ideologie non sono morte, certamente si muovono oggi secondo tempi e modalità diverse. Ma purtuttavia si muovono. E gli strumenti che pensavamo idonei a darci il giusto spessore morale, cultu-rale e materiale per adattarci alle nostre società in modo consapevole non si sono mostrati efficaci per garantirci la giusta dimensione politica ed etica del problema. La sfera pubblica, ad esempio, è un nostro giusto modello di rife-rimento per un informato cittadino, ma possiamo dire che essa si presenti to-talmente immune da distorsioni ideologiche o da rapporti di potere come crede Habermas?
E per converso, la mass self-communication nella quale proliferano i bloggers, il web 2.0, è realisticamente immune da infiltrazioni e manipolazioni dei potentati economici come crede ottimisticamente Castells?
Dunque, sicuramente oggi potere e contro-potere si muovono su piani diversi, con maggiori possibilità di uscire dalle maglie strette della società economi-ca ma….Allo stesso modo, incerto e ambivalente, si presentano altri miti che abbiamo alzato a modelli, come la politica o i diritti che si presentano sempre più minacciati anche da una politica che, in ragione della politica, sta sempre più picconando alle fondamenta le ragioni umane dei diritti minimi rimettendo addirittura in discussione la necessità di avere diritti acquisiti. Che è un po’ uno stravolgimento dei progressi storicamente determinatesi negli ultimi duecento anni di storia a partire dall’Illuminismo. In nome dell’Illuminismo ab-biamo distrutto molti valori nati con l’Illuminismo. Come se un Illuminismo nato imperfetto e anche un po’ razzista, quella «dialettica dell’illuminismo» che Adorno e Horkheimer per primi hanno messo in discussione, fosse di-ventato di colpo territorio off limits per l’intelligenza ma necessario manifesto per la nascita di un nuovo Illuminismo. Se i valori dell’Illuminismo non sono morti, sarebbe meglio vederne anche i presupposti critici dal di dentro, i punti deboli di un pensiero che ha costruito diritti ma anche campi di concentra-mento, valori transnazionali ma società che hanno avallato “società di reclusione” per la rieducazione o il controllo. Perché, come dicono Horkheimer e Adorno, “l’illuminismo al servizio del presente si trasforma nell’inganno totale delle masse”. Non mi stupisce che oggi attraverso i valori dell’Illuminismo si giustifichino, di nuovo, le più grandi nefandezze che l’uomo è in grado di partorire a tal punto che, valga il monito che Adorno attraverso quelle meditazioni della vita offesa che sono Minima moralia appena sfiora, “le cose sono giunte a tal punto che la bugia ha il suono della verità, e la verità il suono della bugia”. Ma verso quale modello di società stiamo andando? E’ una storia del presente che, se voglia-mo e se saremo in grado di leggerla con pazienza e intelligenza, ci dirà molto su chi siamo e cosa siamo diventati oggi paragonandoci al passato, comparandoci al passato sarebbe più corretto. Le resistenze e i cambiamenti possono essere visti solo nell’ottica della lunga durata, la grande lezione lasciataci da Braudel. E noi che un po’ figli di Braudel siamo, cerchiamo di utilizzare que-sta grande lezione per fare non la storia del passato in termini del presente, ma fare la storia del presente. Che è un po’ il dilemma dello storico contem-poraneo, troppo vicino ai fatti che inevitabilmente deve saper decodificare. Troppo vicino ai tempi che vive, ma destinato a preparare il terreno perché gli altri possano capire. Oggi? Domani? Oggi e domani rispondo. Quello che vogliamo sapere è, più ancora, dove andremo. Questa lezione ci dirà del nostro futuro incerto e altamente a rischio a cui andremo inevitabilmente incontro a prescindere dalle nostre volontà. Consapevoli oppure no? Questo è un problema. Forse è il problema.
E’ una risposta difficile da accertare sull’immediato. Credo però di avergli da-to uno spessore certamente non ideologico e aperto, fuori da interpretazioni precostituite. Così almeno spero. Indubbiamente è un problema politico a cui le sfere pubbliche non dico non sembrino preparate, certamente esse non rie-scono a proporsi efficacemente sul ‘concreto’. Come gli aguzzini di Walter Benjamin che commettendo gli orrori che il nazismo, indottrinandoli, auto-rizzava loro non sapevano, non immaginavano che essi, così facendo, come dei suicidi sordi alla verità stavano agendo in contrasto con i loro più immediati interessi per cui, assassinando gli altri, essi diventavano inesorabilmente gli assassini di se stessi. Gli assassini di intere generazioni future che a mala pena sono riuscite a fare i conti con il loro più immediato e terribile passato. E questa è la sfida nuova della nostra società: su istituzioni obsolete ma ne-cessarie, dobbiamo costruire le nuove forme di lotta sul piano politico con-creto e sulla comunicazione politica che ne è l’arma più efficace. Non capirlo equivarrebbe a togliersi dal gioco e votarsi al suicidio ideologico. E come gli aguzzini di Benjamin, così umani forse anche troppo umani, siamo tendenti al suicidio collettivo. Ciechi dinnanzi alla storia. E’ una questione di educazione alla quale dobbiamo rifarci di fronte ad ogni barbarie possibile, dinnanzi ad ogni mentitore che non mente solo a se stesso, ma mente alle generazioni fu-ture.
Due parole per crederci: non facciamoci governare da costoro, o almeno se-condo queste modalità. Valga come monito.

