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Ferdinando Sabatino, nato a Milano nel 1960 si è laureato in Filosofia morale con Franco Fergnani presso l’Università degli studi di Milano con una tesi sulla medicalizzazione e lo stato giuridico della delinquenza in cui applica le tesi di Foucault nei codici penali pre-unitari fino al codice Zanardelli. Professore di Storia e filosofia e di Filosofia e scienze umane, è esperto nei processi socioculturali delle comunicazioni di massa. Si è interessato al pensiero organizzativo delle strutture industriali, già docente presso la Scuola di specializzazione per l'insegnamento secondario dell’Università degli studi di Milano, ha collaborato con la cattedra di Filosofia morale del Dipartimento di filosofia. Si occupa prevalentemente di storia dei sistemi di pensiero e di fenomeni collettivi, ha studiato le istituzioni totali come forme di potere su cui le società moderne hanno articolato aspetti ideologici di risocializzazione per giungere alle più sofisticate e complesse forme ideologiche contemporanee. Ha orientato recentemente i suoi interessi sui problemi della violenza collettiva ed etnica; sulla questione dei diritti e sul conflitto tra lavoro e capitale.
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"...bisogna discernere il rumore sordo e prolungato della battaglia"
Michel Foucault

lunedì 19 luglio 2010

Alcune considerazioni su che cosa è la "verità" in Michel Foucault

«Se conoscerò la verità sarò diverso!»
Una semplice frase estrapolata da una intervista che racchiude quasi tutto l’uomo e lo studioso Foucault. Essa esprime pienamente in queste poche e semplici parole, tutto il senso dell’ intera ricerca foucaultiana: dire la verità del potere!
Saper cogliere da un contesto, storico o sociale che sia poco importa, una dimensione veritativa che è nel contempo espressione e voce di una ricerca senza fine. E di una ricerca che detta le sue regole per giunta. Intorno a tutto ciò ruota l’intero lavoro ermeneutico di Foucault.
Cosa è, dunque, questa diversità che viene pensata costantemente dal nostro autore?
Cosa significa questa diversità che porta con sé una ricerca della verità?
Ne L’uso dei piaceri Foucault sottolineava con insistenza una parti-colare forma di problematizzazione che, a parer mio, ha da sempre fatto capolino in tutti i lavori del noto pensatore: è la problematiz-zazione dello statuto che ha la filosofia nella nostra contemporaneità (e dunque in tutte le contemporaneità possibili), concepita come una pratica fondamentale del sapere, che avrebbe condotto la stessa filosofia «ad un lavoro critico del pensiero su se stesso», ad un esercizio dunque che è contemporaneamente anche orientamento.
Una problematizzazione sull’uso del pensiero che ci conduce per ciò stesso a pensare diversamente.
Un vero problema se pensiamo agli ostacoli culturali, sociali, morali financo scientifici che, in quanto ricercatori, ci troviamo di fronte. Epperò la strada di Foucault è stata difficile ma piena di risorse allorché ci si è messi in cammino.
Certo con qualche rischio dicevamo, ma la soluzione dei problemi comporta sempre la ricostruzione genealogica degli stessi, che mo-strano spesso una singolarità: che dietro la apparente tranquillità delle cose «c’è tutt’altra cosa».
Foucault in questo modo ha sempre ricercato una «politica del vero», dando a questo ultimo termine il carattere di produzione: il vero, ciò che diventerà vero per qualcuno, si produce, è nell’ordine della produzione.
Dunque, la verità è di questo mondo ci dice il nostro autore, «è legata a sistemi di potere che la producono e la sostengono, e a effetti di potere che essa induce e che la riproducono»; la verità è sempre una costruzione «saggia e dolorosa» a cui noi siamo legati quasi per difetto.
Al filosofo che crede che la verità sia disvelamento, Foucault oppone la figura del genealogista che sa che la verità è un’operare con-creto su «eventi e corpi» di cui le società sono emblematicamente responsabili.

II
Il senso della storia, se vogliamo credere al genealogista tout court, è tutto racchiuso in questa profonda ricerca consistente nel togliere le maschere al sistema di potere che ama la dissimulazione; di non offrirci scappatoie facili e appetibili, ma portare gli eventi là dove essi hanno ragioni materiali, scopi politici, fondamenti certi. E’ una profonda inquietudine quella di Foucault, che è poi l’inquietudine dell’ uomo contemporaneo ormai privo di certezze che prova, in questo costante errare kafkiano, di dare senso e storia al proprio operare. In questo senso la storia assume le sembianze della forza, del potere che produce, delle problematizzazioni che vengono messe in circolazione. C’è sempre una genealogia da fare, a cui l’uomo non può rinunciare per natura. L’inquietudine a cui va incontro a Foucault è quella di chi sa che cosa vale il proprio sacrificio, perché di sacrifi-cio, qui, si tratta. Togliere alle cose, agli eventi la loro sicurezza se-colare per restituire la loro «origine incerta», per relegarli «al rombo lontano dela battaglia» a cui l’intellettuale vero non può e non deve rinunciare pena la sua totale inutilità, ebbene dicevamo togliere a questi eventi la loro sicurezza di fondo ha significato ricollocare la ricerca storica nella sua versione genealogica entro uno spazio pub-blico di utilizzazione politica concepita come pratica etica. Di que-sto Foucault è stato il più grande interprete all’interno di tutti i «cat-tivi maestri» di cui il ‘900 è stato pieno, originale in tutte le sue con-clusioni effettive benché per qualcuno, forse, un po’ troppo audaci.

III

Dobbiamo intenderci su un punto però: il senso della storia è per Foucault pienamente strumentale; attenzione, dunque, a non vedere in questo atteggiamento un rigurgito hegeliano a cui il nostro autore era refrattario per natura e per sistema. La storia non è la giustifica-zione dell’uomo, è semmai il luogo in cui gli eventi «marchiano il corpo» che è «superficie di iscrizione degli avvenimenti », luogo di pura emergenza degli avvenimenti.
La differenza è troppo evidente per consumare altri commenti che sarebbero solo repliche di già detti, di sempre detti.
Se vogliamo, l’inquietudine di Foucault è quella di colui che ci spinge entro i meandri del proprio labirinto, macchina altamente perfetta di ricostruzioni genealogiche che celano, al proprio interno, «un rapporto segreto con se stessi» da cui le opere foucaultiane non possono prescindere.
Attenzione però: non possono prescindere (dunque bisogna sapere che esistono), non che necessariamente ne dipendono. La distinzione è doverosa oltre che pertinente.
E allo stesso modo dei macchinari di Roussell, il grande romanziere suicida di cui Foucault è stato un geniale interprete, che «non fabbri-cano essere ...» ma che «mantengono le cose nell’essere», così le inquietudini delle opere di Foucault ci permettono di togliere «l’opacità delle cose» che si staglia dietro agli eventi più rassicuranti per mostrarci il bara-tro in cui noi ci approssimiamo e, forse, annulliamo.
La storia di Foucault è una storia totalmente priva di giustificazio-ne rassicurante; totalmente priva di giustificazioni morali, che è ciò a cui ogni sistema di potere tende. La storia di Foucault è «nuda e cruda».


IV


Cerca la verità! E per questo motivo è una posta in gioco altamente rischiosa a cui «il rombo lontano della battaglia» non deve essere ancora privo di significato.
Ricordiamoci che «se grigia è la teoria, verde è l’albero d’oro della vita» a cui ogni battaglia tende per poter ripristinare quell’ordine vitale che è stato occultato dalle società umane. Di questo dovremmo essere grati a Foucault un bel giorno, poiché grazie alle sue genealogie non solo un intero mondo di senza parola finalmente ha avuto il diritto di parlare, ma proprio perchè attraverso questo mondo totalmente ‘altro’, attraverso la profonda finzione della modernità qualcosa dell’uomo è stato finalmente recuperato; qualcosa di oggettivamente perduto è stato reso accessibile all’umano sapere; qualcosa dell’ uomo è stato finalmente restituito all’uomo.
Ecco perché ricerca e attività politica sono sempre stati fedeli complici in Foucault, che mai ha fatto a meno di loro, nemmeno nell’ultimo periodo di vita che segnerebbe, ai più, prestare il fianco a un cedimento «molle» al personale attraverso la pratica della scrittura di sé. Niente di più falso e fuorviante secondo noi, come si potrà vedere dalla lettura del nostro studio, perché l’ultimo Foucault chiude un percorso che è già in nuce nelle prime opere. Forse in modo silente e poco consapevole, ma già fortemente presente.

V



E questo ultimo Foucault, al di là di un linguaggio e di una prosa più pacata e meno aggressiva e ridondante, è un Foucault profon-damente e autenticamente rivoluzionario. E’ una rivoluzione che parte proprio da quell’ «atomo fittizio» che veniva così microfisica-mente studiato nei minimi particolari in Sorvegliare e punire perché le strategie sono sempre variabili, mai già date; e le sue chiavi di lettura non sono mai ideologiche, semmai fotografano una ideologia all’ interno di un contesto operativo preciso e sempre storicamente variabile perché le ideologie rappresentano sempre lo specchio attra-verso cui gli individui filtrano le loro rappresentazioni, si riprodu-cono e si identificano loro malgrado.
Le ideologie sono lo spaccato delle società trasparenti, o che nella loro trasparenza rendono opaca ogni altra possibilità di emancipazione e progresso, che è poi la stessa cosa.
Insomma, Foucault mostra che la trasparenza è sempre un gioco sottile che i sistemi di potere mettono in opera per ben funzionare sui soggetti sociali. Non è nell’ordine del simulacro come pensa Baudrillard, è semmai sempre nell’ordine del dispositivo strategico che opera attraverso scarti, tattiche, relazioni precise.
E dunque per ritornare al nostro tema, secondo Foucault un indivi-duo non è altro che il proprio rapporto con la verità perché quest’ultima prende corpo solo nella vita concreta di un individuo.

VI

Così che, paradossalmente, la verità diventa quasi un obbligo: obbligare la propria coscienza a un esercizio in cui finalmente si torna ad essere «cosa muta in un luogo vuoto» a cui ogni verità parziale non potrà mai restituire consistenza piena.
Per questo motivo Foucault è stato, come padre eccessivo e difetti-vo di sé, un emblematico esempio di ricerca della verità a cui ogni biografia non renderà mai pienamente giustizia o consistenza.
Perché la verità è sempre «altrove» rispetto agli occhi che la cerca-no.