Il
mito della «società trasparente»
I mezzi di comunicazione di massa
hanno assunto, già da molti anni, un ruolo specifico nella produzione delle
identità collettive avendo introdotto, con il mezzo televisivo, una peculiare
forma di capitale, il cosiddetto “capitale mediatico”, capace di demarcare
sistemi ideologici a uso e consumo di classi sociali diverse da quelle che li
hanno generati. Determinati programmi televisivi, ha affermato la new anthropology dei media, definiti
come “televisione-realtà” - per
intenderci, quelli a format reality -
permettono alla piccola borghesia e al proletariato ormai pienamente
ibridizzato del XXI secolo, di assimilare velocemente, anche senza un necessario
bagaglio culturale generale, quel modello identitario borghese ottocentesco
basato sull’interiorità dei sentimenti, ricavandone un’identità elitaria e una
parvenza di cultura precostituita, molto distante da una comunicazione capace
di creare consenso e appartenenza. Realtà e finzione si spostano continuamente
di livello, capovolgendosi nei rispettivi ruoli. A questo livello della realtà
mediatica, ciò che entra in crisi è, naturalmente, la possibilità concreta di
costruirsi una formazione autonoma, dove la cultura, la scolarizzazione, la
conoscenza perdono i loro significati positivi in grado di creare cittadinanza
e appartenenza, per diventare puri non luoghi inadeguati a proporre interiorità.
Oppure, vedendola da un’altra prospettiva, costituiscono una cultura ibrida e
riassuntiva, una disgregazione liquida della cultura in formato tascabile
direi, alla portata di una televisione generalista. Niente di male in sé, se
non costituisse da sola una sciagura capace di generare altre sciagure. Dobbiamo, ad onore del vero, cercare di rendere giustizia
di un fatto che, all’interno di una società politica che consideriamo
erroneamente come trasparente, appare del tutto evidente: può esistere una
sfera pubblica informata, autonoma e desiderosa di partecipare allo scambio
delle opinioni dentro i meccanismi della cultura liquida? Del resto, ci siamo
chiesti, dovremo prima o poi cercare di capire questa sorta di autismo
sociale - sociologicamente e non solo patologicamente - di cui siamo
comunque succubi, capace di rimettere in discussione l’ordine e il fondamento
stesso dell’ organizzazione delle società umane, la stessa domanda da cui partì
Durkheim e che aprì la strada alla ricerca in antropologica sociale: “come
avviene che, pur diventando più autonomo, l’ individuo dipenda più strettamente
dalla società? Come può allo stesso tempo individualizzarsi sempre più ed
essere sempre più vincolato da legami di solidarietà?“ (Durkheim).
La mass
self comunication, la società dell’informazione come la nuova sociologia dei
media da Manuel Castells a Geert Lovink l’ha denominata, è quella nella quale
il mito della società trasparente si sgretola ad ogni step della società
capitalistico-consumistica, per mezzo del “caos” creato da quegli stessi mezzi
di comunicazione che molto hanno fatto sperare Gianni Vattimo. Come è noto,
nella prima stesura de La società trasparente a fine anni ‘80, Vattimo
sperava che dal quel caos prendesse le mosse la nostra emancipazione futura.
Così non fu, come presto riconobbe il noto filosofo torinese, padre ed
estensore del pensiero debole, appena dieci anni dopo allorché ripropose il
libro. Dall’ottimismo mediatico, sia pure sempre sub judice di fine anni
’80, che vedeva con l’uso generalizzato dei media un’esplosione di weltanschauungen, di
visioni del mondo in grado di spezzare la visione lineare della storia, passò a
definire i limiti della “de-realizzazione” che i media avevano avuto il merito
o il demerito- è una questione di punti di vista –di sviluppare attraverso un’«estetizzazione
dell’esistenza», in maniera molto meno Dandy di quanto si possa
credere, e certamente molto meno foucaultiana nel suo porsi. Certamente, un’«estetizzazione»
in cui sono lo shock e i conflitti a
prevalere piuttosto che l’armonia e il piacere dei sensi oppure la
riappacificazione interiore, come pensava Hegel, per il quale il fine dell’arte non è né l’imitazione della natura né il
tentativo di suscitare sentimenti e purificare le passioni, tantomeno l’ammaestramento
o il perfezionamento morale: il vero scopo dell’arte è “rivelare la verità sotto forma di configurazione artistica sensibile”.
Nel bello artistico si ha la manifestazione
sensibile della verità, la rivelazione concreta e individuale dell’universalità
dello spirito,“l’apparire sensibile dell’
idea” (Hegel, Estetica, introduzione).
In questo senso, l’arte è essenzialmente mediazione e conciliazione tra
spirito e materia, universale e particolare, infinito e finito, pensiero e
sensibilità: è un prodotto dello spirito, con il quale quest’ultimo dà vita a
una prima forma di “conciliazione tra ciò
che è semplicemente esterno, sensibile e transeunte, ed il puro pensiero, tra
la natura e la realtà finita e l’infinita libertà del pensiero concettuale”
(Hegel).
Come
Walter Benjamin e a suo modo Heidegger, anche Vattimo pensa che proprio lo shock
sia, invece, un elemento costitutivo della stessa esperienza estetica, da cui
il Novecento e la post-modernità è intrisa e di cui la società mediatica sembra
voler fare a meno. Perché questi media non colgono lo shock costruttivo di
cui l’arte contemporanea è portatrice, e sembrano invece voler insistere su
modelli estetici classici o al più obsoleti, sull’idea hegeliana di una mediazione
tra spirito e materia? Non è solo una questione di moda o di tempi ormai maturi,
forse anche perché la banalizzazione del linguaggio che la società della
comunicazione amplificata lascia trasparire, «quella epidemia pestilenziale»
di cui parla Calvino in una delle sue lezioni americane, sarebbe naturalmente
in grado di annullare il senso dell’opera d’arte, riducendo il suo intrinseco
significato ad un’arte di puro consumo ‘mordi e fuggi’, senza alcuna possibile
mediazione tra spirito e materia. Del resto, è proprio l’arte (e dell’arte in
generale, direi) che, dalle viscere del mondo moderno e post-moderno, è stata
in grado di rappresentare e anticipare le diverse trasformazioni che sono
avvenute nella cultura collettiva, di mostrare quell’eterno e, purtroppo,
irrisolto conflitto, come pensava Benjamin, tra Terra e Mondo. Come
è noto, l’intuizione del saggio di Benjamin (W. Benjamin, L’opera d’arte
nell’ epoca della sua riproducibilità tecnica) che neppure la critica
radicale di Adorno autorizzava a dirsi, come ribadirò a breve, consisteva nell’ipotizzare
che le moderne condizioni di produzione e fruizione dell’arte nell’età della
sua riproducibilità tecnica, potessero cambiare l’essenza(il Wesen) stessa
dell’arte cioè, heidegerianamente parlando, il suo modo di darsi nell’epoca
attuale. Nonostante Benjamin
ritenga che un’arte subordinata alla logica del profitto divenga, per ciò
stesso, un feticcio legato alla merce, giudica comunque il processo di
riproducibilità (e quindi la fotografia come mezzo tecnico di riproduzione
dell’arte) come positivo, solo qualora l’arte riproducibile venga politicizzata.
Non deve sfuggire la ragione del perché dico
heidegerianamente, perché lo stesso Heidegger, contemporaneamente a Benjamin,
scrisse nel 1936 quel famoso saggio il cui titolo è L’origine dell’opera
d’arte, nel quale egli formulava l’ idea, diventata poi centrale,
dell’opera d’arte come “messa in opera della verità” costituibile nel
conflitto tra i due aspetti preminenti dell’opera: l’«esposizione del mondo»(Auf-stellung)
e «la pro-duzione della terra» (Her-stellung). Perdonate questa
digressione intorno a talune suggestive considerazioni che Vattimo snoda
intorno a Benjamin e Heidegger, perché mi sembrano necessaria per ciò che voglio
dire. L’opera così intesa, genera sull’osservatore coinvolto, secondo
Heidegger, un «effetto di urto» (Stoss) che può benissimo essere
assimilato, benché egli parta da prospettive diverse, allo shock di Benjamin. Per
entrambi, in un certo senso, il valore d’uso di un’opera non è distinguibile
dal suo valore di scambio.
Certamente,
a guardare bene, questa caratterizzazione è molto più manifesta in Benjamin,
perché – è il punto che nemmeno Adorno, nonostante tutto, riesce a focalizzare pienamente
– Benjamin considerava positivo il fatto che la riproducibilità tecnica facesse
sparire, in fondo, il valore ‘culturale’ dell’opera, ingabbiandola nel suo
darsi prettamente “espositivo”. Valore culturale e valore espositivo, dunque,
devono risolversi dentro le conseguenze partorite da questo shock o urto: non
c’è più l’unione della perfezione della forma con il godimento vissuto di
questa medesima esperienza, la riappacificazione hegeliana di interno e
esterno, bensì “l’arte diventa un proiettile lanciato contro lo spettatore,
contro la sua abitudine percettiva” (Benjamin). Non è, dunque, la vita qui ad
essere colta, bensì la morte, la finitezza dell’ esistenza, come per il pedone nella
metafora di Benjamin in questione è costantemente “il pericolo sempre
maggiore di perdere la vita” (Benjamin). Così, ma per motivi certamente diversi,
l’ essenza dell’arte, dello Stoss, per Heidegger è istintivamente vicina
alla morte, non come rischio ma come “possibilità costitutiva dell’esistenza”
(Heidegger, L’origine dell’opera d’arte). Quello che contraddistingue,
dunque, l’esperienza dello Stoss, è proprio il fatto che l’arte “ci sia
piuttosto che non esserci”. Come l’esperienza dell’angoscia, che Heidegger ricordo
teorizza in Essere e tempo, anche lo Stoss provoca lo «spaesamento»,
capace di gettare nel mondo una nuova energia interpretativa: non si limita a
definire il mondo così come è, ma tende a interpretarlo cercando in esso
aspetti nascosti o non immediatamente avvertibili alla coscienza. In entrambi i
due grandi autori, l’ esperienza dell’arte richiede – dice Vattimo – “un
lavoro di ricomposizione e di riadattamento” (Vattimo), per cui nello
spaesamento, nel mettere confusione, l’arte può finalmente configurarsi per la
prima volta come creatività e libertà. Non, dunque: ancora, ma forse:
finalmente. Per cui, se grazie alla moltiplicazione delle immagini del mondo –
sostiene ancora Vattimo – incorriamo nella totale perdita del “senso della
realtà”, forse la condizione non è proprio una cosa così negativa, perché
il mondo della ‘realtà’ è diventato nel frattempo il mondo delle merci, delle
immagini trasfigurate dei mass media, il mondo della irrealtà pura che si finge
realtà. La fiction che ingloba il reale e che si spaccia per il reale
dominando la vita, sulla scorta di un pensiero adorniano che detta ancora le
sue regole. Come è noto, Adorno valutò severamente Benjamin, soprattutto per quella
distinzione tra un’«arte assoggettata al sistema» e un’«arte
autentica politicizzata», in
grado da sola di educare e smuovere le masse: questa visione è autenticamente utopistica,
per via della natura stessa del sistema capitalistico che è capace di assorbire
ogni cosa. L’ingenuità di Benjamin, secondo Adorno, consisterebbe nel pensare
che un’arte del popolo potrebbe recepire quelle ipotetiche opere artistiche
politicizzate, senza però tener conto del fatto che esse sono in realtà immagini
già precostituite dal sistema: le collettività non possono recepire
l’arte perché i loro gusti, per quanto essi si pensino liberi, sono in realtà
standardizzati e orientati dal mercato che addormenta le coscienze. Adorno,
infatti, dopo l’esperienza diretta fatta in America e riassunte in quel
capolavoro che sono I minima moralia, una delle espressioni più alte
dell’analisi filosofica del ‘900, conclude immaginando un’arte refrattaria al
mercato – come la musica dodecafonica di Arnold Schönberg – che richiede una
coltura alta e un po’ elitaria da parte di chi ascolta.
Nonostante
le divergenze, e nonostante Adorno non colga questa sfumatura nascosta di
Benjamin sulla complessiva valutazione dell’arte che si fa massa, lo shock sembra essere la sola cosa che rimane
dell’esperienza estetica nel momento più alto dell’età della comunicazione
illimitata, quando viene meno l’eternità dell’opera e l’autenticità
dell’esperienza. La sua verità è incentrata sull’esperienza che offre, in
definitiva, l’esperienza della morte, della finitezza, della tragedia – per
Benjamin, quella che stava per arrivare col suo sacrificio, suicidandosi per non
andare incontro al male, ai nazisti - , in sostanza l’esperienza del
conflitto, mai risolto, tra terra e mondo, perché l’opera d’arte non è mai
tranquillizzante, non riconcilia l’essenza con l’esistenza. Essa, al contrario,
fa rimanere al limite del baratro della finitudine. Dunque, il limite di questa
derealizzazione, sembra essere proprio la totale assenza del conflitto
dall’ orizzonte culturale dell’uomo-mediatico, come se l’ideologia del lieto
fine, della armoniosità intrinseca a tinte rosa a cui la pubblicità ci conduce,
fosse, in fondo, una esigenza definita esclusivamente dalla società di mercato
a cui siamo purtroppo avvezzi in quanto prodotti della società di massa. Tutto
ciò crea, inverosimilmente, un cortocircuito tra la ‘realtà’ del mercato
e la ‘de-realizzazione’ prodotta e indotta dalla società mediatica, dove
ciò che non va, per Vattimo, quello che stona “non è affatto la perdita del
riferimento al reale, ma il fatto che, in essa, il reale si fa ancora troppo e
indebitamente valere” (Vattimo). L’emancipazione starebbe in uno spaesamento,
nel quale il mondo della comunicazione lascerebbe esplodere una quantità di
razionalità locali per controbilanciare la perdita di senso della
razionalità forte: «lasciar parlare il proprio dialetto in un mondo
di dialetti, ben sapendo che è un dialetto tra gli per altri» (Vattimo). Insomma,
«continuare a sognare sapendo di sognare» per riprendere una finezza di
Nietzsche. Una oscillazione, una pluridimensionalità ed una erosione, nello
stesso tempo, del «principio di realtà», in cui viene voglia di dar ragione a
Baudrillard quando profetizzò l’ uccisione della realtà attraverso il sistema
dei media, “come nella trasparenza del male la trasparenza è il male”
(Baudrillard, Il delitto perfetto) e forse perché “è per sfuggire
all’ultimatum di un mondo reale che lo stiamo rendendo virtuale?”
(Baudrillard)
Il
problema è che, mediaticamente parlando, resiste ancora oggi, dentro una
opinione pubblica ingenua e politicamente de-potenziata, il mito di una
«società trasparente» grazie all’ informazione. Mito che, a mio parere, è
totalmente privo di fondamento. Non perché la trasparenza non sia possibile, ma
proprio perché essa si dissimula in un ‘doppio’, nel quale il gioco linguistico
non esprime una verità, ma una menzogna sapendo di mentire. O meglio, è una
provocazione, perché la società della comunicazione illimitata è ideologicamente-ma
solo in senso romantico - una società trasparente: in modo totalmente
romantico, nella liquidazione degli ostacoli, delle opacità, esattamente sul
modello della psicoanalisi, essa riduce i conflitti. Come uscirne, dunque, visto
che siamo ben lontani da quella “comunità illimitata della comunicazione”,
come preconizzava e sperava Apel, intorno alla quale ruotava la sua visione
della società e della morale? (K. O. Apel, Comunità e comunicazione,)
Ciò che emerge, dunque, è una
sottocultura egemone che, da nazionalpopolare come pensava Gramsci, diventa il
deserto della nostra realtà, della nostra esperienza collettiva, sempre più
incapace di creare sfere pubbliche autonome e responsabili. Questo autismo sociale imperante, come
prodotto sottoculturale egemonizzato, diventa allora il vero nemico delle sfere
pubbliche illuminate, il più pericoloso veleno da cui è necessario vaccinarsi
perché ne va della stessa organizzazione sociale, della stessa solidarietà come
orizzonte autenticamente intersoggettivo (per dirla con Habermas) delle società
democratiche. Una sorta di rito di passaggio tra buona e cattiva società
politica. Un autismo sociale così evidente, così pregnante e autorizzato da chi
ci governa - perché non è in grado di generare una cultura propriamente
intesa - mette sempre in difficoltà le società politiche, producendo effetti
distorsivi sull’ immaginario collettivo, su ciò che resta di esso in termini di
responsabilità sia individuale, sia politica. Di questa responsabilità sono
rimaste solo le macerie. Si è rimosso tutto, lasciando una sorta di
responsabilità liquida, timida e indulgente, certamente proclive a giustificare
l’ assenza dell’umano da parte delle società politiche, in cui viene meno il
principio di responsabilità verso le generazioni. Il risultato, è sotto gli
occhi di tutti coloro che vogliano vedere senza il filtro di occhiali
precostituiti: la caduta verticale della stessa alfabetizzazione ha generato,
proprio dalle viscere della scuola e della società massificata, quell’autismo
sociale come prodotto di una sottocultura imperante, progettando una
sottocultura nella quale i barbari, questa volta, non vengono dal di fuori, ma sono
il creato endogeno, deteriore di un meccanismo che lascia navigare le
informazioni alla superficie delle cose e non dentro di esse. I barbari, da questo
punto di vista, siamo noi.
Ogni
attacco all’istruzione, dunque, come è stato fatto negli ultimi decenni, è
perciò portatore di sfavorevoli conseguenze su un’opinione pubblica consapevole
e sulla sua costruzione allo stato germinale. Domande come: Quale tipo di
società ci prospetta il domani? Quale modello di sfera pubblica sarà ancora in
grado di mantenere integri i bisogni e le aspettative di una popolazione sempre
più pressata tra consumi, alienazione e politiche di risanamento? Possiamo
ancora considerarci “cittadini”
oppure siamo ritornati ad essere “sudditi” all’interno dei distretti del potere globale? Siamo proprio sicuri di
volere questa società, consumista e ultra liberista, nonostante la sconfitta
senza appello del suo modello di sviluppo, di cui la crisi finanziaria è solo
una escrescenza patogena? Come conciliare cittadinanza, sviluppo e autonomia individuale? potrebbero
rappresentare, senza retorica, alcuni interrogativi di fondo a lato della
nostra disamina.
È
proprio, dunque, quest’autismo sociale che dobbiamo smontare; è questa
indifferenza priva di obiettivi che dobbiamo smontare, perché contiene il
veleno più pericoloso per ogni individuo: che le società possano fare a meno
delle persone, rendendo la società politica una società sostanzialmente
‘sociopatica’. Le cornici di una società liquida, direbbe Bauman, in cui la liquidità,
qui, non è la metafora di rapporti più fluidi, ma di non-rapporti dentro
non-luoghi. Di una totale non comunicazione, da parte di una società che
ha portato all’esasperazione la comunicazione, facendone un paradosso e, nel
contempo, un facile e fruibile mito. In
realtà, c’è molto di più, e investe, de
facto, tutte le implicazioni sociali, culturali e politiche delle nuove
società complesse e globalizzate che, in queste trasformazioni, hanno visto
modificarsi le loro pratiche culturali socialmente codificate. Per questo
motivo occorre affrontare frontalmente le preoccupanti questioni emerse
dall’odierna cultura di rete. Non
tanto perché in esse si frantumano pericoli solo in parte controllabili, quanto
perché intorno ad esse sta rinascendo una inquietante ideologia circoscritta ad
una trasparenza dell’informazione che mi sembra non del tutto realistica.
Andando oltre la blogsfera, le odierne metafore dell’informazione attraverso
Google, YouTube, Wikipedia, Facebook, Twitter fino a WikiLeaks, ci pongono di
fronte a problematiche di cui dovremmo renderci conto, soprattutto riguardo ad
una ideologica trasparenza che questi mezzi ci offrono, per poter ragionare
sulla natura di questi network digitali. Giustamente Geert Lovink, direttore
dell’Institute of Network Cultures di Amsterdam e uno dei migliori esperti di
media digitali, recentemente ci ha avvisati sulla natura di questi nuovi media.
Se Internet, infatti, come infrastruttura di comunicazione distribuita, è stato
per molto tempo il sistema attraverso cui s’è aggirata la tipica asimmetria top-down delle democrazie
rappresentative e dei media broadcast, oggi purtroppo è andata in fumo proprio
l’idea di una sfera che, proprio perché
non aveva regole, comportava per ciò stesso una libertà incondizionata di
movimento. Le piattaforme dei blog, dei forum di discussione e dell’informazione
partecipativa – il fenomeno dei citizen
journalism – sono stati per un po’ di tempo la nuova frontiera della libertà
di stampa, condita da un illusorio principio che sarebbe bastata la «connessione»
in quanto tale per poter partecipare attivamente alla vita politica. Credo che,
in parte, il movimento dei grillini pensi proprio questo. Purtroppo, la realtà
odierna ha messo in seria crisi i concetti di sfera pubblica e di
partecipazione che provenivano da quella iniziale esperienza dei new media. Questi
ultimi hanno superato ormai la fase adolescenziale, eppure continuano
ugualmente a confliggere con le strutture sociali e politiche, esattamente come
prima se non di più. Anzi, lo scenario che abbiamo di fronte è costellato, da
un lato, dal progressivo rafforzamento delle strutture di potere con i loro
controlli, dall’altro da un insieme di paradossali non-luoghi online dove
milioni di persone, di utenti, lavorano, chattano, giocano indistintamente, non
curandosi su ciò questi stessi mezzi che usano possano rappresentare o possano
essere collettivamente. Dunque, siamo proprio sicuri che la/le culture di rete,
oggi, abbiano superato la loro fase primordiale, infantile, di costituzione di
sé?
Se stiamo ‘nei media’ come vuole Lovink,
sembra di no. E forse, dobbiamo dirlo, siamo giunti al limite della questione
della tecnica – Heidegger docet -, nella quale è possibile riscontrare
che, oggi, i media digitali sembrano essersi allontanati da quella modernità incentrata
sull’uomo come centro del sistema, e che le macchine abbiano raggiunto un certo
grado di autonomia. Dunque, la cosa è da prendersi seriamente, in quanto le
macchine non solo servono l’ uomo ma, in modo preoccupante, operano di già,
come pensa Abruzzese, attraverso “continui
sconfinamenti al di là dell’umano”. Esse hanno posto un nuovo paradigma
interpretativo, ma soprattutto hanno trovato altrettanti modi locali di essere
usate socialmente, culturalmente e in termini di applicazione pratica.
Certamente, come forma moderna di riappropriazione della rete, il blog, il Web
2.0 ha avuto il merito di aver colmato il solco tra Internet e società, ma solo
attraverso un costo sociale che, nel tempo, abbiamo sperimentato come negativo:
la spinta dal basso privilegiava l’aspetto visivo sull’introspezione, ha
prodotto una archiviazione senza internazionalizzazione andando in contro alle
esigenze di un capitalismo comunicativo, per il quale conta solo l’apparire,
stare alla superficie delle cose, senza identità: “Internet è un medium per l’esperienza di massa…la gente produce le
proprie identità tramite i mezzi di comunicazione in rete” (Lovink, Ossessioni collettive). La tecnologia
diventa veicolo dell’esperienza; e il pericolo più grande, è che i social network siano sempre più zone di
confine, dentro le quali l’ omologazione culturale è dietro l’angolo: un
insieme di persone che la pensano allo stesso modo, dentro blog omogenei, nei
quali nessuno dissente perché non è necessario postare sui blog di chi non la
pensa come te. Lo stesso “mi piace”
con il quale noi comunichiamo, ma solo metaforicamente, con Facebook, produce
un non senso relazionale e comunicativo: tutti scrivono, ma nessuno legge gli
altri; tutti esprimono opinioni, tutti incrementano amici di cui non conoscono
a volte neppure il volto. Occorrerebbe togliersi da questa gabbia di passioni
deboli, immaginando una nuova socialità dei media; nuova socialità che toglie a
queste reti la loro inconsistenza d’essere solo reti prive di scopo e noi
utenti-operai che lavorano per un fantomatico luogo libero che accorpi tutte le
libertà. Uscire da questa “caverna sociale”, come la chiama Lovink, in cui
ognuno rimane più solo nonostante l’apparenza. La questione Internet – e
dunque, la questione della trasparenza – non è affatto chiusa e deve anche
partire da una questione morale, da una questione di responsabilità, pubblica e
privata dell’individuo. La “questione morale”, per riprendere il titolo di un
recente libro della De Monticelli (De Monticelli, La questione morale), deve obbligatoriamente transitare dalla
costruzione pratica di un individuo autonomo, capace di difendere la serietà
della propria esperienza morale, dove alla domanda del “che cosa devo fare?” non può esprimere che una sola risposta
possibile “io devo fare”: non esiste
- non dovrebbe esistere quantomeno - uno scetticismo etico dinnanzi alla ragion
pratica. Dunque, la sfera pubblica implica obbligatoriamente un ripensamento
dei modelli educativi, formativi che sono stati oggetto dell’ultima riforma
scolastica, i quali hanno progressivamente indebolito, se non disperso, il vero
‘saper fare’ della pedagogia: quello di creare, formare il libero cittadino,
l’autonomia intellettuale di un cittadino libero e responsabile. Con quella retorica del fare e dell’agire
di cui vanno fieri, si sono dimenticati tra l’altro che nessun fare può stare
in piedi senza pensiero, come osserva Umberto Galimberti, il tragico (e la
farsa) del nostro tempo “è che l’età della tecnica ci ha spostati
radicalmente dall’agire al fare, cogliendoci in una dimensione
formidabile che è stata la grande macchina che ha accompagnato l’umanità nella
sua storia, che è la condizione della responsabilità“ (Galimberti, La
morte dell’agire e il primato del fare nell’età della tecnica). Il sapere crea il senso
critico, la capacità critica che è, prendo a prestito l’affermazione da
Foucault, “l’arte della disobbedienza
volontaria, dell’indocilità ragionata”(Foucault, Illuminismo e critica). Costruire un sé, che diventa necessità per
una formazione vera e uso intelligente per l’ opposizione politica. Una
opposizione che non è solo di ‘pancia’, come si dice, ma che diventa critica
oppositiva attraverso la sua radicalità fisica. Attraverso il suo senso
radicale di rifiuto «fisico» al potere, al quale va sempre opposto per
contrasto un senso illimitato dei diritti, coloro che si oppongono sanno
perfettamente che l’obbedienza non è più una virtù; e il passaggio da «suddito», quando non schiavo, a
«cittadino» è provato da una opinione pubblica esigente, certa e ferma nelle
proprie intenzioni. Il motto del “non
voler essere governati così e in questo modo da costoro”, proveniente dalle
pratiche della parresìa greca che
Foucault rigetta prepotentemente nel mondo contemporaneo, rivive nella
costruzione delle nuove soggettività politiche odierne capaci di diventare
opinione pubblica libera. In Foucault - e credo che in questo si condensi il
suo più profondo e discusso messaggio - si farà sempre più strada la convinzione
che l’ individuo viene riconducendosi intorno ai concetti di padronanza di sé, autonomia e indipendenza,
provocando uno spostamento molto sentito dalla politica all’etica, in cui il
ruolo della formazione, della paideia
è decisivo per garantire all’etica tutto il suo peso specifico politico di
luogo di anti-potere. Mentre, come è noto, ne La volontà di sapere o in Sorvegliare
e punire l’uomo è solo l’effetto della relazione tra un campo di sapere ed
un tipo di normatività, l’«atomo fittizio» dentro un macrocosmo politico che
imprigiona l’individuo, negli ultimi lavori, al contrario, si fa strada l’idea
nata dal rapporto autonomo che l’individuo instaura nel rapporto a sé.
L’individuo,
cioè, si forma nel rapporto con sé, per cui “dato un codice d’azione, e per un determinato tipo di azione definite
in base al loro grado di conformità o di divergenza rispetto a quel codice, vi
sono due diversi modi di comportarsi moralmente, diversi modi, per l’individuo
che agisce, di operare non semplicemente come agente, ma come soggetto morale
di quell’ azione”. Lo scarto è notevole, eppure Foucault parla all’interno
della stessa esigenza: quella di costituire una individualità che, in fondo, si
ponga autonomamente nei confronti di un sistema di potere che cerca di essere totalizzante nei confronti
dell’individuo. Dopo le genealogie sul potere, Foucault pone in questione l’interiorità dell’individuo e in che modo può esistere «un dentro» dell’uomo. Un dentro, però, non costruito solo
dall’esterno, dal potere e dalle sue istituzioni oggettivanti, ma da noi
stessi: cioè, quali uomini siamo in
grado di diventare? Questo ripiegamento sulla propria interiorità diventa un
percorso ineludibile per l’individuo. Non è più l’emblematica condizione –
ricordate Sorvegliare e punire? –
dell’uomo che, nel solitario e coercitivo ripiegamento su di sé che la
reclusione provoca, trova “l’anima,
prigione del corpo”. È diventato, ora, un ripiegamento autonomo capace di
darsi una dimensione propria, quasi estetica nel senso che Foucault dà al
concetto di «estetico»: essere artefice di una cosa bella, ben fatta, di cui
godere ed essere fieri. Foucault fa materialmente vedere il potere che esercita
la formazione nel raggiungimento di questo scopo, estetico ed etico insieme; di
come - e di quanto – pesi quell’«essere
di se stessi» dinanzi al tribunale della propria coscienza, nella creazione
del cittadino in grado di ritagliarsi delle libertà, di porre delle domande,
soprattutto nei confronti di chi lo governa. Porre la domanda al potere
diventa, dunque, lo scopo politico per eccellenza. E’ la «parresìa» greca, come affermavo qualche pagina addietro, cioè “la libera parola del governato che – in nome
del sapere, dell’esperienza che ha, per il fatto che è un cittadino – può,
deve interpellare il governo su ciò che
fa, sul senso della sua azione, sulle sue decisioni”. Del governato che si
perfeziona e si autodefinisce come un cittadino interprete del proprio tempo, pienamente,
ma solo nella misura in cui egli può rimanere semplicemente se stesso, di
detenere la potestas sui, “di esercitare su di sé un
potere, come dice Foucault, che
niente limita né minaccia”, seguendo un po’ Seneca in questo precetto
caratteriale.
Perché “cittadinanza”, nell’agenda politica di ogni buon governo, non vuol
dire semplice appartenenza a un territorio dato, un rapporto giuridico tra lo
“Stato” e il “cittadino”, ma costituisce un pacchetto di ambizioni,
aspirazioni, di ideologie anche, che cercano, nel loro plurisecolare movimento,
una codificazione sociale al di là del mercato e del territorio, benché - è
giusto dirlo - ogni diritto di cittadinanza in fondo si scontri, oggi, proprio
con quell’humus culturale e
produttivo che lo ha generato, senza consentirgli di emergere interamente come la
precisa esigenza di una natura umana civilizzata. Come se tra cittadinanza,
istruzione, sviluppo, da un lato, e progresso economico dall’altro, si
realizzasse una frattura insanabile dal punto di vista socio-culturale, capace
di generare disordini e distorsioni. Dovremo, dunque, collocarci sul crinale dell’emancipazione
politica della sfera pubblica che ha visto nell’ultimo scorcio di tempo un
progressivo ma costante indebolimento di questa stessa emancipazione: un indebolimento che, per ciò che rappresenta, mette
in seria crisi essenzialmente lo statuto della democrazia e della sfera
pubblica nel loro complesso rapportarsi, nei loro rispettivi processi di
codificazione sociale. La Cecità di
cui siamo purtroppo succubi, così abilmente e drammaticamente descritta da
Saramago in quel fantastico romanzo che porta lo stesso titolo, è la metafora di una umanità bestiale, inferocita,
incapace di vedere e distinguere le giuste cose, per cui artefice di un totale
abbruttimento del processo di civilizzazione. Dentro questo abbruttimento
autoreferenziale, l’indifferenza e l’egoismo – quando non egotismo -, la
sopraffazione e la guerra hobbesiana di tutti contro tutti. Insomma, la totale
‘a-comunicazione’, prodotto dell’ annullamento della ragione in uno sfondo in
cui la speranza è solo un piccolo spiraglio di vita. Epitome di una civiltà che
annulla ogni possibile sfera pubblica capace di accettare dialogo e accordo.
A conferma di questo inquietante
panorama, benché non per causa sua naturalmente, l’ aumento della sensibilità
culturale della sfera pubblica circa la costituzione di nuovi soggetti politici, di nuovi
diritti in grado di opporsi all’aggressività di una classe politica incline
a rimettere in discussione i complessivi parametri sui quali si è fondato il
sistema occidentale, che rischia, però, di rimanere politicamente depotenziata
quanto a intervento diretto sull’azione collettiva. Tutto ciò ha portato a uno
scollamento evidente tra diritti
acquisiti– sempre rimessi in discussione - e regole sociali – che stentano ad essere metabolizzate -, in cui gli
stessi diritti, la stessa emancipazione sociale e i nuovi soggetti politici emergenti,
rappresentano, non solo nell’immaginario collettivo, l’ultimo baluardo contro
una civiltà occidentale imbarbarita e smarrita che sembra abbia ancora paura di
attuarsi fino in fondo.
Ferdinando Sabatino

