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Ferdinando Sabatino, nato a Milano nel 1960 si è laureato in Filosofia morale con Franco Fergnani presso l’Università degli studi di Milano con una tesi sulla medicalizzazione e lo stato giuridico della delinquenza in cui applica le tesi di Foucault nei codici penali pre-unitari fino al codice Zanardelli. Professore di Storia e filosofia e di Filosofia e scienze umane, è esperto nei processi socioculturali delle comunicazioni di massa. Si è interessato al pensiero organizzativo delle strutture industriali, già docente presso la Scuola di specializzazione per l'insegnamento secondario dell’Università degli studi di Milano, ha collaborato con la cattedra di Filosofia morale del Dipartimento di filosofia. Si occupa prevalentemente di storia dei sistemi di pensiero e di fenomeni collettivi, ha studiato le istituzioni totali come forme di potere su cui le società moderne hanno articolato aspetti ideologici di risocializzazione per giungere alle più sofisticate e complesse forme ideologiche contemporanee. Ha orientato recentemente i suoi interessi sui problemi della violenza collettiva ed etnica; sulla questione dei diritti e sul conflitto tra lavoro e capitale.
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"...bisogna discernere il rumore sordo e prolungato della battaglia"
Michel Foucault

sabato 4 dicembre 2010

Introspezione sul dolore.

Bastava osservare i suoi occhi per capire la sofferenza dentro quell'uomo, che la sofferenza albergava nel suo essere.
Dicevano, quanti lo guardavano dal di fuori senza in reatà vedere nulla di lui, che possedeva gli occhi di chi aveva sofferto. Appunto, di chi aveva sofferto. Quanto è strana la gente, guarda senza capire.Non sa mai dare il giusto peso alle cose, per poi smarrirle in un vuoto che provoca fastidio.Ma tant'è....
Ma ora? Ora che ci riguarda così da vicino, cosa possiamo dire di quella sofferenza così metafisica, lontana, così lontana da sembrare irreale?
Nulla sembrava scalfirla. Sembrava.Che stolta è la gente.
Eppure. Eppure appariva, ad occhi attenti capaci di scrutare senza chiedere, come qualcosa di impalpabile, una strana sensazione di mollezza. Che dico: di nausea, di un rigurgito folle di un essere imperfetto.
Eppure quella sofferenza, così presente in ogni momento della sua vita, della nostra vita non era possibile contemplarla, immaginarla come cosa irreale. Essa era lì, con tutto il suo spessore, a mostrare che non era, né mai avrebbe potuto essere, inconsistente, ma a mala pena impercettibile, un sottile e accondiscendente sentimento del doppio che mostrava, a quanti nobilmente la guardavano nel profondo con coraggio, che era nata per l’uomo e che con l’uomo sarebbe morta, se ce ne fosse stato il caso.
Strana cosa la sofferenza. Sembra che ti morda il cuore e poi ti abitui ad essa; a questo mordere che continua, imperterrito, la sua lenta ma inesorabile esecuzione di oltraggiato dolore. Ecco, bastava osservare i suoi occhi per capire che quella sofferenza, così algida e incolore, aveva assunto la terribile consistenza del quotidiano.
Quotidiano si chiama quella strana sensazione di morire poco, lentamente, ogni giorno, ogni momento, ad ogni singolo istante.
Eppure, nonostante questo e forse proprio per questo, non è possibile allontanarsi da questo stato fisico e mentale, così cristallino, puro, impercettibile desiderio di sperdersi nel nulla. La sofferenza ricama all’infinito tutti i suoi eroici motivi, tanto da sembrare essa stessa eroica nel suo dispiegarsi, tanto da essere tragica nel suo esplicitamente circoscri-versi a un essere preciso.
Bastava osservare i suoi occhi per capire la sofferenza. Quella sofferenza che cresce non appena si abbia il pudore di pronunciare i versi, stantii e stanchi, di sempre. Sofferenza è il nome che noi diamo alle cose quando non le capiamo. Eppure bastava guardare profon-damente i suoi occhi, per capire. Per capire quell’assurdo impercettibile sentimento di pacata sofferenza. Bastava guardare. E alla fine capii. Tutta la sua esistenza era racchiusa, quasi circoscritta in quella sofferenza. Bastava semplicemente osservare. Il punto era proprio quello, bastava solo guardare. Pudore. Discrezione. Discrezione per una esistenza portata al limite in cui non è più riconoscibile l’oblio che una tale condizione permette, nel suo ritmo irregolare e tortuoso.
Certo è faticoso assumersi il peso angoscioso di un tale silenzio, ma cos’altro si sarebbe potuto fare? Cos’altro si sarebbe potuto fare se non cercare quel luogo, quel metafisico luogo in cui il punto estremo del distacco delle cose non prende il triste, ma accorato, significato della ritirata?
Già, ma dov’era quel luogo? Cos’era quel luogo?
Sarebbe stato possibile giungere a quel compimento in cui il Tutto si riduce a poche e pic-cole cose?
Sarebbe mai stato possibile pensare a quel compimento così liturgico nella sua umana ri-chiesta di giustizia, di aperta adesione?
Sarebbe mai stato possibile, mi chiedevo?
Ma questo chiedersi, cos’altro avrebbe mai potuto chiedersi ancora? Cos’altro sarebbe stato giusto chiedersi era lecito domandarsi. Già! Quando il giusto oltrepassa la linea del consentito, diventa immorale pensarlo ancora su quella vecchia strada. Quando il giusto oltrepassa la linea diventa sofferenza. Forse pacata e dignitosa, ma sempre sofferenza, anche se la si guarda con distacco. Magari un distacco poco convinto, poco voluto, poco cercato, assai poco agognato. Ma pur sempre distacco, figlio incondizionato della necessità. Necessità è ciò che non si dice, non si pensa, non si desidera. Ma quanto la necessità è necessità?
Domande, domande, ancora domande su domande, all’infinito, sino alla fine dei giorni perché, poi, quel giorno non verrà mai. Come non finirà mai la sofferenza eterna degli uomini, capaci di rovinare la propria esistenza ogni giorno, ogni istante, per ogni millesimo di quell’istante, fino a frantumarlo in pezzi di vita che si staccano mollemente da un tempo assoluto che l’uomo possiede, che all’uomo attiene e compete.
Frammenti di istanti, frammenti di vita. Frammenti di quel poco che ci resta, silenziosi e forse incapaci di proferire parola, questi frammenti indicano la impossibile inconsistenza della vita. La drammatica, incresciosa e struggente passione del nulla che verso il nulla va, ma che non finisce mai di stupire. Stupire!
Come non finisce mai di stupire la vita degli uomini. Si è sempre qualcosa d’altro e qual-cos’altro ancora all’infinito, fino a sperdersi in mille brevi esistenze, brevi frammenti di vita. E’ questo che stupisce. E come ogni cosa che stupisce lascia, agli occhi di chi la contempla con lo sguardo di un saggio ma con l’animo di un bambino, un sentimento di pace interiore, di certezza verso il sentimento del nuovo.
Cominciare col ricominciare, dunque!
Cominciare col ricominciare perché lo spazio in cui viviamo non è poi così grande per nostra fortuna. Sta in un limite ben preciso della nostra esistenza, ma sempre in questo limite noi siamo in grado di smarrirci di nuovo, di perderci senza trovarci, tanto che non è possibile, spero, non è morale attraversare con quattro stolti e faticosi passi la nostra vita, per uscirne e non tornarvi più.
Cominciare col ricominciare, dunque.
Non sarà il senso ultimo della vita, ma assomiglia così tanto alla vita.