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Ferdinando Sabatino, nato a Milano nel 1960 si è laureato in Filosofia morale con Franco Fergnani presso l’Università degli studi di Milano con una tesi sulla medicalizzazione e lo stato giuridico della delinquenza in cui applica le tesi di Foucault nei codici penali pre-unitari fino al codice Zanardelli. Professore di Storia e filosofia e di Filosofia e scienze umane, è esperto nei processi socioculturali delle comunicazioni di massa. Si è interessato al pensiero organizzativo delle strutture industriali, già docente presso la Scuola di specializzazione per l'insegnamento secondario dell’Università degli studi di Milano, ha collaborato con la cattedra di Filosofia morale del Dipartimento di filosofia. Si occupa prevalentemente di storia dei sistemi di pensiero e di fenomeni collettivi, ha studiato le istituzioni totali come forme di potere su cui le società moderne hanno articolato aspetti ideologici di risocializzazione per giungere alle più sofisticate e complesse forme ideologiche contemporanee. Ha orientato recentemente i suoi interessi sui problemi della violenza collettiva ed etnica; sulla questione dei diritti e sul conflitto tra lavoro e capitale.
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"...bisogna discernere il rumore sordo e prolungato della battaglia"
Michel Foucault

martedì 13 aprile 2021

Il sapere e gli egomostri: cronache del terzo millennio

In tempo di Covid mi sembra che stia emergendo sempre più una verità che per molto tempo pensavamo semplicemente impossibile: il sapere può essere una merce tra le merci? Questa considerazione mi permette di fare luce su alcuni punti che mi sembrano, oggi ancora di più, indicativi di una patologia purtroppo in atto già da alcuni anni; e gli intellettuali, questi ultimi chierici emblemi di una società in disfacimento, ne sono stati spesso gli (in)consapevoli attori. Dunque, alcune domande per cominciare: per quali motivi anche la conoscenza non può, oggi, essere considerata merce? E se lo fosse, di quale tipo di merce stiamo parlando in questo caso? 
Il capitalismo iper moderno che ha ridotto l'uomo a consumo di sé stesso cambiandone la natura interna, è stato anche capace di modificare lo stesso sapere che usa, rendendolo merce, puro atto di consumo, più che atto di conoscenza. La stessa produzione di libri, spesso ripetizioni di ripetizioni quando non inutili e non solo per il contenuto, è lì a indicarcelo. Che è un po' la negazione della scrittura, la forma standardizzata delle idee e dei saperi che non producono domande ma si limitano a definire dei resoconti. Ognuno pronto a sponsorizzare il proprio prodotto, marketing di se stessi che un sistema mediatico riproduce all'infinito perché alla ricerca spasmodica di novità da dare in pasto alla grande massa. Quello che si cerca è solo intrattenimento non conoscenza per spiegare all'opinione pubblica come farsi una possibile idea riguardo un problema che interessa la loro vita. Quando questa 'recitazione teatrale' invade lo spazio della salute diventa obbligatorio ripensare i termini del dialogo mediatico pena la fine della stessa dimensione pubblica. Mi sembra proprio questo quello che sta accadendo nel cortocircuito mediatico tra gli specialisti del settore e la politica, tra virus e informazione, cortocircuito che genera sconcerto, malfidenza e anche atteggiamenti apertamente antiscientifici che non sono mai forieri di buoni auspici, anche se non sono necessariamente correlabili tra loro per conseguenza logica. Davanti alla paura della gente un buon uso del metodo scientifico sarebbe quello di spiegare e non essere reticente, e successivamente studiare le ragioni del perché un vaccino non funziona benché sia ancora in via sperimentale e forse proprio per quello, senza barricarsi dietro la retorica dei benefici maggiori dei rischi: davanti alla salute questo non è accettabile. Non è accettabile considerare il cittadino alla stregua di un suddito modello ancien regime, altrimenti più di duecento anni di storia, dall'età delle rivoluzioni partorite dal ventre dell'illuminismo andrebbero in questo modo a farsi benedire, soffocandosi all'interno di uno scientismo di maniera, positivistico, che è stato già messo in crisi dalla stessa scienza da almeno cento anni in qua. Sembra che gli scienziati se lo dimentichino spesso, ed è una delle ragioni per cui la scienza, la sua 'politica' almeno, non può essere lasciata in mano ai soli scienziati ma obbliga ad uno spazio condiviso di intervento. L' idea per cui si produce la conoscenza allo scopo di venderla compare per la prima volta ne “La condizione postmoderna" di Lyotard, filosofo francese in voga negli anni '70-'80, il cui sottotitolo era "un rapporto sul sapere“, libro scritto per il Consiglio accademico dell’università del Quebec (Canada) tra la prima e la seconda metà degli anni '70 con l'intento di sviscerare la condizione del sapere nelle società sviluppate. Eravamo nel 1977-78, padre di tutti i processi futuri e anche di tante storture su cui sarebbe opportuno ragionare. Da quel momento in poi, allorché la moda prese il sopravvento sul termine, il concetto di postmoderno è stato così usato in una pluralità di modi che sembra veramente arduo determinarne ora il vero significato, ma è certo che la definizione di Lyotard è almeno chiara per lui che per primo l'ha usata, o almeno così mi sembra: in fondo essa racconta della “incredulità per le meta-narrazioni“ come egli afferma nel libro. Queste ultime, queste metanarrazioni, sarebbero storie di per sé onnicomprensive per mezzo delle quali si cerca di riassumere l’intera storia umana, far rientrare lo scibile in un unico quadro di riferimento. Il marxismo, come il freudismo ad esempio, è una tipica forma di meta-narrazione. Un altro esempio è la spiegazione del progresso umano verso una giustizia sociale e/o verso una conoscenza sempre più perfette, progressive, grazie alla sempre maggiore comprensione scientifica dei fatti che la scienza e la tecnica ci permettono di vedere e di godere. Oggi, questa postmodernita' ha messo fine proprio alla capacità veritativa in senso generale delle diverse metanarrazioni instillando negli individui l'idea, nemmeno tanto peregrina, che non esista più alcun criterio valido, oggettivo per quanto ci sforziamo di essergli fedeli, per discernere il vero dal falso proprio perché il sapere si è tramutato in merce, fonte di profitto e forma di controllo, per cui dove si colloca allora la sua legittimità che tutte le vecchie metanarrazioni autorizzavano? Forse in un' idea di efficienza tecnologica dell'intero sistema ? Ma l'efficientismo può diventare verità?
L’incredulità per tutte queste spiegazioni metanarrative porta, così, ad una nuova forma di scetticismo generalizzato che Lyotard pensa dipendere dal mutamento del nostro modo di rapportarci con la conoscenza a partire dal secondo dopoguerra e dai cambiamenti tecnologici che ne sono conseguiti. I computer, internet, quella che sarebbe diventata la ragione digitale del capitalismo cognitivo, hanno trasformato radicalmente i nostri atteggiamenti, il nostro modo di esperire, gli stessi quadri neurali e dunque lo stesso sapere che è diventato una gigantesca forma di informazioni accumulabili nei database, e a cui si può facilmente accedere specialmente per gli acquisti e la vendita programmata come stanno facendo le grandi multinazionali del consumo attraverso sofisticate metodologie di marketing. Questa trasformazione è, per Lyotard, la mercantilizzazione della conoscenza, una versione un po' più moderna della versione adorniana dell'industria culturale che Adorno descrisse negli anni '50 anticipando di molto le critica della società del consumo. Le implicazioni sono oggi profondamente diverse. In primo luogo: la conoscenza si sta esternalizzando. Cosa si intende con questa 'esternalizzazione'? Non è più una cosa, credo, che concorra allo sviluppo mentale capace di trasformarci internamente. In secondo luogo: essa si sta disgiungendo dal discorso sulla "verità". Non la si giudica più in base a ciò che è vero, ma più semplicemente alla sua utilità pratica nella misura in cui serve a determinati scopi. Una verità relativa. Quando ad un certo punto smettiamo di porci la domanda se “la conoscenza sia vera?” e cominciamo al contrario a chiederci “come può essere venduta?”, allora la conoscenza, il sapere, diventa una merce e si trasforma rispetto alla sua peculiare natura e forse solo un sano dissenso potrebbe portarci ad una nuova forma di sapere, una molteplicità di linguaggi che si intersecano senza offrirci "una verità" ma solo combinazioni pragmatiche tra loro. Un paradosso se vogliamo, che porta comunque a dover ricomporre il legame sociale spezzato tra gli uomini che una 'verità' che si offre come 'merce' per tutti gli usi prodotta da interessi in gioco non può, oggi, garantire a nessuno di noi perché si è infranta la sua verginità dicendoci, in fondo, che la verità è prospettica e che esistono discorsi veri tanto quanto c'è un interesse a definirli e mantenerli come tali. Lyotard era dunque preoccupato del fatto che una volta avveratosi questo fatto decisivo, le multinazionali e le aziende private si sarebbero soprattutto adoperate per controllare il flusso delle conoscenze, decidendo chi potesse accedere alle branche del sapere e quando eventualmente farlo e chi eventualmente avrebbe dovuto starne ai margini. Un sapere che diventa potere, mentre dovrebbe portarci al contrario a rinforzare la nostra capacità di sopportare ciò che non è più misurabile con una unica unità di misura. La nascita di una società dell'informazione a cui il capitalismo, che si muove più velocemente, guarda con sempre più attenzione perché l'informazione è, oggi, quella forma di capitale che permette di soggiogare l'umano al consumo, alla sua delegittimazione nella attività di agency trasformativa rendendoci, in fondo, delle cose tra le cose. Mi sembra che Lyotard sia stato presago al di là delle speciose e intellettualistiche disamine tra moderno e postmoderno, e che la stessa 'presenziazione' del sapere nei luoghi della comunicazione attraverso gli specialisti che 'presenziano' se stessi e 'presentano' il loro ultimo libro perché stare nel luogo porta vantaggi maggiori che non starci, spiega molto bene questa patologia del nostro tempo: gli egomostri portano avanti un ordine del discorso ben definito che mostra bene il delirio in cui siamo caduti accettando, per interessi privati cioè soldi, l'essere diventati sempluci pedine di un sistema mediatico bulimico.