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Ferdinando Sabatino, nato a Milano nel 1960 si è laureato in Filosofia morale con Franco Fergnani presso l’Università degli studi di Milano con una tesi sulla medicalizzazione e lo stato giuridico della delinquenza in cui applica le tesi di Foucault nei codici penali pre-unitari fino al codice Zanardelli. Professore di Storia e filosofia e di Filosofia e scienze umane, è esperto nei processi socioculturali delle comunicazioni di massa. Si è interessato al pensiero organizzativo delle strutture industriali, già docente presso la Scuola di specializzazione per l'insegnamento secondario dell’Università degli studi di Milano, ha collaborato con la cattedra di Filosofia morale del Dipartimento di filosofia. Si occupa prevalentemente di storia dei sistemi di pensiero e di fenomeni collettivi, ha studiato le istituzioni totali come forme di potere su cui le società moderne hanno articolato aspetti ideologici di risocializzazione per giungere alle più sofisticate e complesse forme ideologiche contemporanee. Ha orientato recentemente i suoi interessi sui problemi della violenza collettiva ed etnica; sulla questione dei diritti e sul conflitto tra lavoro e capitale.
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"...bisogna discernere il rumore sordo e prolungato della battaglia"
Michel Foucault

mercoledì 8 giugno 2022

A proposito di ‘foucaulatria’. Risposta a Berardinelli

E ci risiamo. Ogni tanto qualcuno trova ragionevole rifare il verso alla solita trita e ritrita critica al pensiero di Foucault. Va bene, è giusto farlo, sta nelle cose. Oggi è il turno di Jean Marc Mandosio attraverso un articolo di Alfonso Berardinelli su Il sole 24ore. Chi è Mandosio da avere l’attenzione di Berardinelli? Cito da informazioni prese da Internet, in questo caso Wikipedia è veramente utile, nostro grande fratello: Jean-Marc Mandosio (1963) è studioso francese della letteratura neo-latina, saggista e critico letterario. È docente all’École Pratique des Hautes Etudes (EPHE), nonché responsabile della Conférence de latin technique del XII secolo al XVIII secolo. Ha sviluppato nei suoi saggi pubblicati dalle Éditions de l’ Encyclopédie des nuisances una certa critica sociale anti-industriale in sintonia, per certi aspetti, con quella degli scritti di Jacques Ellul e Bernard Charbonneau. Nel 2002 ha creato e animato la rivista Nouvelles de nulle part. Come traduttore ha tradotto in francese autori come Raffaele La Capria, Chaïm Wirszubski, Nick Tosches, Alfred Crosby e Piergiorgio Bellocchio. Fino a qui nulla di speciale, e non è che la cosa vada a suo svantaggio, anzi. Come pubblicazioni importanti non c’è nulla ad oggi se non, appunto, il pamphlet su Foucault del 2010 che, a detta di Alfonso Berardinelli, nessun editore italiano ha avuto il coraggio di pubblicare perché attaccherebbe i foucaultiani o meglio i ‘foucaulatri’, pericolosi troll che dominerebbero la scena intellettuale nei consigli di amministrazioni delle case editrici italiane a scapito di tutti gli altri. Possiamo dubitarne? Non è che il libro non sia poi così un gran libro? Mi spiego meglio. Non è che il fatto di essere sconosciuti porti svantaggio a Mandosio, anzi ce lo rende più umano e simpatico. Molte volte, come tristemente sappiamo, l’assurgere a intellettuale di grandi o piccoli palcoscenici dipende da molti fattori e non sempre accademici o puramente intellettuali. Per cui il non essere conosciuto può essere un pregio nella speranza che una voce possa uscire dal coro stonato dei nostri tempi intellettualmente (e non solo) bui. A volte. Altre volte invece dipende tutto dal fatto che il libro non è poi così un gran libro, e basta. A volte, come si dice, una pipa è solo una pipa e non vi è nulla da cercare dietro il segno. Prendiamo ad esempio questo libro scritto da Mandosio su Foucault che dopo quasi dieci anni un piccolo editore ha giustamente pubblicato, nel quale l’autore in centotrentasette pagine (dico 137!!!) ha l’illusione di smontare - benché egli dica più profondamente “smascherare” -  gli infarciti giri di parole senza senso e, udite, “strampalati” per usare il termine di Berardinelli dell’illustre filosofo, fine genealogista millantatore di pensieri originali che invece non lo sono affatto, cito lo stesso Berardinelli: “Perché attaccare, criticare Foucault? Anzitutto perché nessuno lo fa, nessuno osa farlo e non se ne mostra capace. Come spiega la seconda parte del pamphlet di Mandosio, «Foucaufili e foucaulatri», un tale pensatore ha creato da tempo intorno a sé un’ evidente idolatria. Se lo si mette in discussione, se si descrive la sua prosa intessuta “di asserzioni contraddittorie e di ingiunzioni equivoche” in cui viene data «forma filosofico-letteraria ai luoghi comuni di un’epoca», ecco che molti e vari seguaci di Foucault sentono subito mancarsi la terra sotto i piedi. Senza i binari del foucaultismo, i loro libri non sarebbero arrivati così lontano. Non sarebbero riusciti a comunicare così facilmente con il mondo intellettuale se non avessero avuto sotto mano attrezzi e termini-feticcio come «dispositivi», «norme», «biopolitica», «trama reticolare», «Biopotere». Senza le sue acrobazie teoricistiche, le sue terminologie passe-partout e le sue esibizioni erudite (Foucault sembra aver letto tutto e rovistato in tutti gli archivi), l’idea ontologico-teologica di rivoluzione permanente e ubiqua non sarebbe stata così esportabile nelle università di mezzo mondo”. Così alla fine abbiamo, a detta di Berardinelli-Mandosio, la vera chiave di lettura, lo smascheramento di un impostore che è riuscito per più di cinquant’anni a prendere per il naso il mondo accademico, i giornali, le masse e così via stando opportunisticamente a sinistra, a destra o al centro a seconda del momento storico più opportuno. Mi chiedo se si è mai fatto un’idea della vita di Foucault, consiglierei la biografia di Eribon e anche quella (per me fuorviante ma per altri motivi) di Miller. Almeno si farebbero una certa idea della vita di Foucault. Oggi tutto questo non ci sarebbe più grazie al libro illuminante di Mandosio. Possiamo dubitarne? Direi di sì per molti motivi. Elenchiamoli. Sono stato così severo con me stesso quando ho pubblicato recentemente un lavoro su Foucault di ben duecentottanta (280) fitte pagine e di ben 565 note, poiché pensavo di non essere stato in grado di affermare tutto, di aver criticato tutto di un pensiero così complesso e articolato; che ci sarebbe stato ben altro, e forse di meglio, da dire, così severo con me, dunque, che rimango così sbalordito allorché vedo in (posso dire poche, è politically correct ?) 137 pagine denigrare anche con linguaggi poco usi alla ricerca accademica e non un pensiero così complesso. Non basta affermare in poche righe concetti del tipo “…anche se la «proliferazione concettuale» è in lui, dice Mandosio, soprattutto «inflazione verbale», riformulazione inventiva di idee usurate perché tradizionali o largamente circolanti (Ragione e Sragione, il detto e il non detto...)” per poter affermare che si è capito Foucault in concreto o che “…politicamente, poi, Foucault si è mostrato sia opportunista (appoggiando marxisti-leninisti e lacaniani) che candidamente provocatorio (discutendo con Chomsky, lo scandalizzò lodando la dittatura «cruenta» del proletariato, e più tardi espresse la sua ammirazione per Khomeini, «punto di incontro di una volontà collettiva»). Sono solo slogan e nemmeno di ottima fattura. Allora rovesciamo la prospettiva dalla quale vediamo la querelle, poiché non è che Foucault abbia bisogno di Mandosio ma forse è vero il contrario: non è che il buon Mandosio, grazie a Berardinelli, cerca di farsi un nome a scapito del pensiero di Foucault poiché – lo stesso Berardinelli lo dice a inizio articolo senza problemi, lasciando intendere quali sassolini abbia nella scarpa – “ogni epoca ha i suoi idoli, i suoi padroni del pensiero, i suoi autori intoccabili. Se poi questi autori sono filosofi che fra metodo e sistema, concetti e lessico, riescono a confezionare un’antropologia filosofica che spiega cosa sono le arti, cosa fanno le scienze, come funziona il potere e le sue istituzioni, allora chi ripeterà quello che loro hanno detto sarà ascoltato. Chi invece li ignorerà o criticherà, si farà vuoto intorno, risulterà incomprensibile e sarà guardato con sospetto”. Ciò che dice vale per ogni filosofo che abbia solcato il suo tempo senza adagiarvisi semplicemente: da Socrate in poi è il calice amaro di chi fa filosofia senza riserve a spesa della propria vita. Diciamo che il sospetto c’è! Ma forse c’è anche molto altro guardando più oltre. Dietro il livore di Berardinelli  – “…è così che nell’ultimo ventennio del secolo scorso Foucault è diventato il filosofo più rassicurante e più necessario alle sinistre radicali di tutto il mondo. Avendo messo in scena Cartesio e Kant, il soggetto e l’oggetto, Nietzsche, Freud e Heidegger, positivismo della ricerca e riflessioni epistemologiche, Cervantes e Mallarmé, Artaud e Borges, l’idea chiara e il suo rovescio oscuro, con Foucault e a partire Foucault si poteva arrivare dovunque: alla teoria del moderno e del postmoderno, alla teologia del potere e alla sua negazione mistico-pratica, alle sapienze antiche e alla letteratura d’ avant-garde, alla rivolta, alla sessualità, alla cura di sé” credo si nasconda qualcosa di più. Un livore, dicevo, che arriva da molto lontano, da quel fastidio viscerale nei confronti di intellettuali impegnati post-Sessantotto (e di sinistra) di cui, a onore del vero, oggi si sono smarrite le tracce visto che quelli che abbiamo sono sempre pronti a presentarsi in televisione, nei talk show per annunciare o farsi annunciare il loro prossimo libro per il quale farebbero di tutto. Il silenzio dei chierici sta diventando imbarazzante. Una forma di prostituzione senza macchia poiché è lecito – ci mancherebbe altro – fare marketing al proprio libro ma, forse, occorrerebbe anche mettere a disposizione della “verità” (parola truce e poco avvezza alle platee dello spettacolo mediatico, me ne assumo la responsabilità) il proprio sapere, se uno ne è in possesso ovviamente. Battete un colpo cari intellettuali se ci siete per favore! 

        Va bene tutto ciò fa parte della disputa ma, duole vederlo scritto, arrivare a definirlo “impostore”, “strampalato” è un oltraggio più che a Foucault, all'intelligenza mediamente un po' più sopra la media di chi in questi cinquant'anni ha letto, studiato, criticato, usato e anche abusato del pensiero di Foucault. Non è che l'accademia già dal suo inizio nel 1961 l'abbia digerito così tanto bene cari Berardinelli e Mandosio, “…non si va in cattedra con Foucault” mi ripeteva un illustre ordinario a cui ero attaccato non più tardi di venti anni fa. A volte anche i nani salendo sopra le spalle dei giganti perdono il controllo e sproloquiano un po’ a vanvera. Riportiamo le cose nelle giuste categorie. Solo negli ultimi vent'anni, trent'anni le cose per la verità sono un po' cambiate, facendo diventare il Foucault-filosofo un oggetto di culto, più per i suoi fans in verità che non per gli accademici che, comunque, hanno dovuto accettare le provocazioni di Foucault anche perché quei lavori sono tanti, poliedrici e pesano veramente. Difficile rimanere impassibili o al più indifferenti alla enciclopedicità di Foucault, sei costretto a entrare nella mischia oppure a rimanerne fuori. E tanto basta. Nessuno gli deve così tanto in termini accademici, come afferma tra il serio e il faceto Berardinelli, da dimenticarsi di fare quello che dovrebbe essere il buon mestiere di ogni filosofo: smontare il pensiero, indicare strade, produrre domande. A questo punto mi spiace dirlo dubito che Berardinelli, così come Mandosio, abbiano mai letto o anche appena sfogliato uno dei corsi di Foucault tra il 1970 e il 1984 oggi quasi tutti editi da Feltrinelli, eccetto quello su Teoria e istituzioni penali. Consiglierei di farlo con attenzione e al più presto, così forse, ma non è detto, si capirebbe la profondità, la curiosità e le domande che quel pensiero ci lascia in eredità anche per tutti coloro che vogliano andare oltre Foucault. Anche per chi non è giustamente in sintonia col suo pensiero o le sue ricerche ovviamente, perché non dobbiamo rimanere legati a lui ma da lui procedere in altre direzioni. Dovremmo, come ci consiglia Berardinelli, rileggere tutte le opere di foucault rimettendolo in discussione: “Sarebbe il caso di ridiscutere Foucault libro per libro. Spero perciò che Mandosio sia letto come un’ottima introduzione a questo lavoro. Ma non sono ottimista sulla possibilità che le sue critiche vengano accettate. Accadrà con Foucault quanto è accaduto con Heidegger: essendo troppi coloro che gli debbono troppo, nessuno di loro vorrà sentirsi vittima inconsapevole di un abbaglio. Finché durano e prima di sparire senza un perché, le mode culturali sono più potenti di qualunque dogma”. Giusto e rilancio. Lo faremo, lo faranno autori più importanti di me questo è certo, molti già lo stanno facendo. Nel mio piccolo, l'ho già fatto proponendo una reale chiave di lettura critica che, credo, sia in grado di smontare il libro sull'impostura supposta di Foucault (benché lo abbia scritto nel 2015 e di Mandosio non immaginavo neppure l’esistenza). Smonto l'impostura sull'impostura supposta insomma senza, soprattutto, aderire acriticamente a tutte le scelte compiute dallo stesso Foucault, cercando invece di tematizzarle e, qualche volta, esserne anche un po' in disaccordo. Era questo il mio scopo avendo usato Foucault e non esserne, al contrario, solo folgorato. Ammetto che una certa leziosità del linguaggio di Foucault attira e affascina fin dentro le viscere, ma non appena ci si riprende da quella folgorazione ammiccante si scopre, grazie al suo pensiero che ti conduce per mano, dietro gli alberi la foresta. Pensare attraverso Foucault senza restare in Foucault non pregiudica la grandezza di una ricerca ma gli dà al contrario la giusta collocazione. Ho dato come titolo al mio lavoro la sua, per me, più intima e controversa chiave di lettura del pensiero di Foucault : la questione dell’autonomia ("L'autonomia come sistema. Dialogando intorno a Foucault") che ho postato su Facebook anche se non volevo, perché non mi sento così narcisista ma punzecchiato sul vivo, e sul silenzio dei foucaultiani o peggio dei ‘foucaulatri’ a detta di Berardinelli, mi sono lasciato andare a questo narcisismo pur non volendo. Mi perdonerete, spero. Serietà vuole che anche quando non si pensi allo stesso modo, quando non si è in sintonia con una ricerca per mille motivi tutti validi, si lasci il livore fuori dalla porta e ci si cimenti sul pensiero, su ciò che vuol dire e perché. Si chiama ricerca, il resto è ideologia deteriore e mascheramento della verità. Siamo sullo stesso livello?