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Ferdinando Sabatino, nato a Milano nel 1960 si è laureato in Filosofia morale con Franco Fergnani presso l’Università degli studi di Milano con una tesi sulla medicalizzazione e lo stato giuridico della delinquenza in cui applica le tesi di Foucault nei codici penali pre-unitari fino al codice Zanardelli. Professore di Storia e filosofia e di Filosofia e scienze umane, è esperto nei processi socioculturali delle comunicazioni di massa. Si è interessato al pensiero organizzativo delle strutture industriali, già docente presso la Scuola di specializzazione per l'insegnamento secondario dell’Università degli studi di Milano, ha collaborato con la cattedra di Filosofia morale del Dipartimento di filosofia. Si occupa prevalentemente di storia dei sistemi di pensiero e di fenomeni collettivi, ha studiato le istituzioni totali come forme di potere su cui le società moderne hanno articolato aspetti ideologici di risocializzazione per giungere alle più sofisticate e complesse forme ideologiche contemporanee. Ha orientato recentemente i suoi interessi sui problemi della violenza collettiva ed etnica; sulla questione dei diritti e sul conflitto tra lavoro e capitale.
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"...bisogna discernere il rumore sordo e prolungato della battaglia"
Michel Foucault

domenica 11 settembre 2022

Iatrogenesi medica e biopolitica

Mi è capitato per caso fra le mani il libro di Ivan Illich “Nemesi Medica” scritto e pubblicato mezzo secolo fa. La copertina è sgualcita, mi soffermo a pagina 93 e leggo: ”Quanto più la vecchiaia diventa soggetta a servizi d’assistenza professionale, tanta più gente viene spinta in istituti specializzati per gli anziani, mentre l’ambiente di casa, per quelli che resistono, si fa sempre più inospitale”. Siamo nella Parte seconda del libro intitolata “La iatrogenesi sociale” con sottotitolo “La medicalizzazione della vita”. Iatrogenesi, un bel termine che traduce nel nostro discorso come l'iper medicalizzazione di questi anni sia diventata socialmente dannosa a certe condizioni. L’autore attribuisce al termine “iatrogenesi sociale” a pagina 49 questo significato: “[…] parlerò di iatrogenesi sociale, intendendo con questo termine tutte le menomazioni della salute dovute appunto a quei cambiamenti socio-economici che sono stati resi desiderabili, possibili o necessari dalla forma istituzionale assunta dalla cura della salute. La iatrogenesi sociale insorge allorché la burocrazia medica crea cattiva salute aumentando lo stress, moltiplicando rapporti di dipendenza che rendono inabili […] e addirittura abolendo il diritto di salvaguardarsi. La iatrogenesi sociale agisce quando la cura della salute si tramuta in un articolo standardizzato, un prodotto industriale […]”. Dunque, sono parole forti che suonano come un avvertimento per il futuro incerto riguardo la pratica medica. Avvertimento verso cosa? Certamente verso tutti quei danni provocati da tutte le disposizioni normative ritenute via via indispensabili per affrontare il drammatico periodo segnato dalla pandemia da Coronavirus. Nel capitolo intitolato “L’imperialismo diagnostico” si legge: ”La burocrazia medica suddivide gli individui in quelli che possono guidare l’automobile, quelli che possono assentarsi dal lavoro, quelli che possono fare il soldato […]” (p. 86). Oggi anche quelli col tampone alla ricerca del virus Sars- Cov-2 positivo e in quelli negativi. Naturalmente con tanto di certificazione medica allegata. Benché non avessi amato particolarmente  Illich a suo tempo, rimango oggi colpito da molte altre frasi che francamente non ricordavo più ma che oggi mi sono sembrate pertinenti a inquadrare il contesto post-covid. Illich infatti riflette sull’organizzazione della società protesa a "medicalizzare" i periodi di rischio delle diverse fasi della vita, dalla nascita alla morte, ben diversa dal rito antropologico, breve per quanto drammatico, richiesto per esempio dagli stregoni della tribù Azandé per segnare il passaggio di un membro da uno stadio della sua salute al successivo, rito che peraltro metteva in luce le forze generatrici della comunità e l’importanza degli aspetti culturali per la preservazione della salute. A suo modo questa iper-medicalizzazione della società richiede, direbbe Foucault, un progetto biopolitico microfisico e capillare del tessuto sociale in cui gli individui diventano 'risorse' per la stessa medicina: “La supervisione medica permanente fa di tutta la vita una serie di periodi di rischio, ciascuno dei quali richiede una tutela speciale. Dalla culla all’ufficio e dal Club Mediterranée al letto di morte, ogni fascia di età è condizionata da un ambiente il quale definisce la salute per conto di coloro che segrega”. Siamo entrati in un periodo in cui la medicina guadagna specificatamente sugli individui sani piuttosto che su quelli malati. Il verbo “segregare” ci riporta alla situazione pandemica attuale e alla sua costruzione sociale. Chissà cosa direbbe il filosofo-antropologo se fosse ancora vivo? Certamente la deriva culturale e sociale, iniziata molti anni fa, sta oggi prendendo una piega direi intollerabile per la dignità dell’essere umano ormai sempre più privo di tutele e messo a nudo davanti al potere medico.
Le situazioni che abbiamo vissuto, per un motivo o per l’altro, hanno posto l’accento sulla controproducente assurdità di un’organizzazione socio-sanitaria basata sulla separazione tra gli individui (green pass) nella quale l’individuo stesso è stato reso inabile in specifico rapporto all’età. Quest’ultima situazione è presente a pagina 89 di “Nemesi Medica” e segue una semplice considerazione che dovremmo sempre tenere a mente, perquanto appaia caustica: “Tra il parto e il termine estremo, questo fascio di interventi biomedici trova la sua migliore collocazione in una città che sia costruita come un utero meccanico […]. L’esempio più ovvio quello dei vecchi, vittime di cure impartite per una condizione incurabile”. L' autore ha fatto riferimento alla "cura intesa come terapia medica" e alla "vecchiaia come malattia", non al concetto di "prendersi cura" che rimane sempre possibile in qualsiasi condizione si trovi un individuo qualsiasi. La burocrazia medica, dunque, sovrasta ogni decisione e l’organizzazione che ne consegue non lascia spazio alla fantasia. Le istituzioni preposte alla verifica e controllo delle norme imposte minacciano sanzioni, ritiro delle autorizzazioni e convenzioni, emarginazione dal sistema. Questo “razionale economico” supera ed eccede il ragionamento clinico che dovrebbe al contrario essere basato da secoli su scienza e coscienza, mentre il gioco della vita, con tjtto il suo carico di sofferenza, di disagio ma anche gioia e speranza, si inceppa, ogni tanto si ferma, molte volte riparte di colpo, lentamente o accelera vorticosamente, per poi arrestarsi di nuovo e così via. All'infinito. Forse in modo apparentemente casuale. Molte volte no. Questa sua irregolarità crea incertezza, confusione, disorientamento e miete vittime in primis i pazienti, quelli più anziani, quelli ai quali i medici hanno applicato l’etichetta di malattia che necessita di farmaci specifici per ciascuna etichetta, farmaci “salvavita” che non possono essere mai abbandonati e l’ora di assunzione deve essere spaccata al secondo altrimenti perdono di validità. Non parlo di coloro che accedono ai pronto soccorso dei nostri Ospedali per sintomi correlati all’infezione dal virus Sars- Cov-2 e necessitano di ricovero nei reparti Covid, ordinari o nelle terapie intensive o sub- intensive a seconda della gravità della malattia, ma di coloro che acquisiscono la positività del tampone molecolare nel corso del percorso diagnostico- terapeutico ospedaliero per altre patologie mediche o chirurgiche o traumatiche, talvolta proprio sul finire del percorso stesso, invalidando così tutto ciò che si era precedentemente stabilito: il rientro nel proprio luogo abitativo o la prosecuzione della cura, finalizzata al recupero funzionale, in istituti a minor intensità assistenziale o, ancor peggio, l’interruzione del percorso ospedaliero, come succede in caso di necessità di interventi chirurgici specialistici. Questi pazienti che non sono affatto una eccezione, anzi rappresentano probabilmente la maggior parte dei casi, sono destinati all’isolamento, difficile da attuarsi al proprio domicilio, per gli stessi motivi imposti dalla norma. Per lo più si tratta di persone con una età anagrafica che la burocrazia medica colloca nella fascia di anziani, autonomi e ancora produttivi, persone che gradirebbero ovviamente conservare la loro produttività anche dopo l’evento intercorrente acuto. Nello stesso tempo esistono anche quelli che non hanno ancora compiuto i fatidici 65 anni, per i quali le cose si complicano ulteriormente e di molto. Molti governatori avevano previsto a suo tempo con normativa speciale approntata ad hoc, le RSA per post-acuti Covid, le cure intermedie ospedaliere geriatriche con posti a singhiozzo un po’ Covid, un po’ non Covid, gli Hotel covid e le navi per quelli autosufficienti asintomatici, dimenticandosi che esistono i pazienti con disabilità temporanee o permanenti collocabili nell’età adulta o giovanile che auspicherebbero di essere trattati come tutti gli altri e soprattutto, nel caso la pandemia impedisca il completamento del percorso terapeutico da positivi, di essere destinati ad una struttura che possa garantire per lo meno una assistenza appropriata, dignitosa, in attesa della negativizzazione del tampone. Considerato che spesso i sintomi dell’infezione Sars-Cov-2 sono minimi o addirittura assenti, mentre le possibili complicanze derivate dall’interruzione del percorso terapeutico della patologia di base, comprensive di quelle psicologiche, possono cambiare il futuro della loro vita. In questo modo la continuità assistenziale, la giustizia sociale, l’etica professionale vanno a farsi benedire in quel ritornello che tanto abbiamo sentito di "tachipirina e vigile attesa" di cui il nostro ministro è responsabile. Un caso come tanti con un nome di comodo, Enrico, nato nel 1967, assistito da sempre dalla sorella per un lieve handicap e arruolato nel progetto comunale “Vita indipendente” si trova intrappolato in una situazione kafkiana in quanto, dopo il suo ricovero avvenuto circa 3 mesi prima per una riacutizzazione dell’ artropatia e dermatite psoriasica che si porta addosso da parecchi anni, ha presentato una serie di problemi gravi subentranti uno dopo l’altro, tra cui la scabbia norvegese, infezioni batteriche varie e una pericolosa dislocazione di protesi d’anca. La terapia medica ha permesso la guarigione dalla scabbia e dalle infezioni, ma il problema ortopedico impone l’intervento chirurgico. Ma, ahimè, il riscontro occasionale di un tampone per la ricerca del Coronavirus, risultato positivo, complica ogni cosa: non si può più trasferire in Ortopedia, bisogna isolarlo fino a che non si ottenga la guarigione virologica dall’infezione, seppur asintomatica e l’ unica destinazione possibile è un centro post-acuti Covid che, pur essendo in tutto e per tutto equiparato sulla carta ad una RSA, è strutturato in modo tale da rendere accettabile, se non gradevole, la permanenza anche a persone più giovani, autosufficienti o non. Purtroppo non è finita: Enrico si negativizza, può essere operato, ma il reparto ortopedico non ha disponibilità di posti a breve e, nel contempo, il paziente non ha più diritto a proseguire la degenza presso il centro, con lo spauracchio della Corte dei Conti, né può rientrare a domicilio per l’incapacità della società di offrire assistenza continuativa ad un paziente che non è in grado di alzarsi dal letto.
Ed ecco che, in periodo pandemico, quel detto per cui l'anziano non sapevi dove collocarlo è  stato soppiantato da altri soggetti sociologicamente diversi: il cardiopatico, il traumatizzato, il disabile, soprattutto se non sono vecchietti, dove  sono stati collocati? La rigidità delle norme complice le scarse soluzioni alternative predisposte dalla politica, sempre più confusa e ambigua, hanno reso discutibili le scelte intraprese nelle diverse circostanze. Ritardi, disagi, avvilimento, sprechi corposi di risorse pubbliche, solo per elencare alcune tra le conseguenze inevitabili di questo approccio burocratico ad un problema di salute, sono all’ordine del giorno e in questo contesto l’etica della cura quotidiana non trova più basi su cui appoggiarsi. È questa la iatrogenesi sociale di cui parlava Ivan Illich? A certe condizioni si