Siate poveri, non lamentatevi di quello che avete. Non protestate, anzi siate grati di ciò che vi diamo, perché forse è anche troppo e non lo meritate per quello che fate.
Il professor Galimberti ha una uscita ogni giorno. Sente quello strano bisogno di parlare su tutto, e non in senso buono. Devo dire che è da molto che Galimberti mi sorprende per le sue sortite. L'ultima mi sembra proprio inopportuna per quello che surrettiziamente lascia intendere. Per esempio al festival della filosofia di Modena esce con questa affermazione: "Sono per la scuola pubblica purchè si possano licenziare gli insegnanti cattivi". Qualcuno afferma che forse i professori si lamentano di esser poco pagati. La risposta è peggio della realtà: "Andate in un'industria dove gli operai lavorano, anche se pagati poco, ma lavorano». Quando si afferma che la categoria dei docenti non ha più prestigio sociale è dovuto anche a questo tipo di sortite pubbliche fatte da insospettabili. 8
Che cosa possiamo dedurre da queste affermazioni? Che gli insegnanti e gli operai sono pagati poco, ovviamente. Ma c'è dell'altro tra le righe ovvero che questi lavoratori, invece di lottare per ottenere migliori condizioni per i disastri creati da questi politicanti, devono accettare questa condizione di malessere generale. È proprio questo quello che si cela dietro le parole di Galimberti. Tra le tante uscite altrettanto infelici. Come un Briatore qualsiasi o una Santanche', si mischia dentro questa melma purulenta. Tutti costoro si scagliano contro i giovani che hanno la 'pretesa' di rifiutare quei lavori che non offrono una retribuzione dignitosa: siate “apprendisti” perchè la gavetta va fatta, dicono loro che forse non l'hanno mai fatta. Diciamolo, in fondo per questi signori banali amenità come pagare le bollette oppure un affitto, sono questioni superflue. Chissà come vivono. Questa volta è il turno di Galimberti di dire la sua grande verità pubblica senza che nessuno gliel' abbia chiesta avendo egli una sorta di 'diritto alla verità'. È tutto gratis. Questo intervento tradotto in modo un po' semplicistico ha due riferimenti: “Non mangiate la pizza con gli studenti, perdete autorità. Se non sei empatico non fare l’insegnante”. Non entro nel merito perché di norma mi astengo dal fare pizzate e sull'empatia qualche ragione c'è, anche se non in modo così drastico. È evidente che messo in questo modo qualcuno sia rimasto sulle sue: “Se l’insegnante non ha empatia non può fare l’insegnante, deve fare altro. E lo dico anche per lui. La vera riforma della scuola è quella di eliminare il ruolo, all’Ilva non si diventa di ruolo, a scuola sì”. Sconcerto. Si può eliminare il ruolo? Non credo vista la normativa vigente, e poi l'equiparazione con gli operai dell'Ilva sembra una forzatura fuoriposto, perché lo applichi solo ai docenti? perché non anche agli universitari che di empatia certamente scarseggiano? E le altre categorie dove le metti? i medici non devono essere empatici? Umberto Galimberti conferma ancora una volta la propria posizione in merito alla scarsa stima che nutre nei confronti del corpo docenti italiano. Lo fa secondo me male con una lezione magistrale sulla giustizia, davanti a una gremitissima di astanti in Piazza Grande a Modena, affollata da gente di tutte le età arrivata in città da ogni parte d’Italia per seguire eventi, interventi e lezioni pubbliche che il Festival della Filosofia del 2022 ha dedicato quest’anno alla giustizia. Ed è una grande ingiustizia, ripete più volte Galimberti, quello che si sta perpetrando ai danni dei nostri giovani visto il modo in cui li costringiamo a crescere.
“Avere empatia con gli alunni non significa andarci a mangiare una pizza insieme”, chiarirà più avanti Galimberti. “Non fatelo mai. Non mangiate la pizza con i ragazzi, perdereste la vostra autorità, non fatelo. Il problema è sottoporli – i professori – a test di personalità e a un colloquio per verificare se sono adeguati a questa professione. Perché non bisogna fare colloqui e test di personalità per assumere un docente? Dappertutto sì e a scuola no?”. La nostra scuola ancora una volta dunque è al centro dell’intervento di Galimberti. E’ un tema che al professore filosofo sta molto a cuore unitamente al tema dell’educazione, tema cruciale per i destini di un paese. Solo che la scuola non educa più, questa è la convinzione del filosofo, “si limita a istruire, quando ci riesce – è il suo giudizio drastico, non condiviso da tutti, ma puntualmente applaudito – L’educazione è un’altra cosa rispetto all’istruzione. L’educazione investe aspetti emotivi, e come diceva Platone la mente non si apre se non si apre il cuore. Quanti sono i maestri che aprono il cuore ai nostri bambini? La scuola primaria è l’unico settore scolastico dove oltre istruzione c’è anche un parte di educazione”.
Ma non finisce qui la raffica di invettive che Galimberti muove verso la classe docente, indifferente al fatto che non si può certo sparare sulla mischia di settecentomila professionisti tra i quali, come in tutte le professioni, ci sono quelli bravi e quelli pessimi, e non mancano certo quelli che rovinano l’esistenza di intere generazioni. “Mi ha scritto un dirigente scolastico di un istituto italiano che comprende scuola primaria e secondaria – insiste Galimberti – se mi ha detto che il 45 per cento dei suoi insegnanti è costituito da gente che è fallita nel settore della libera professione, un 20 per cento di inidonei all’insegnamento. Cosa facciamo in questi casi? Ce li teniamo, poiché noi teniamo così alla nostra scuola”. La scuola come luogo di occupazione e non di educazione, dunque, si deduce dal Galimberti pensiero. Devo dire che quello che fa davvero rabbia, almeno a me, è che questi “personaggi” pubblici che vivono stabilmente nei salotti televisivi, si sentano in diritto di pontificare su ogni cosa, su tutte le difficoltà che affrontano le persone comuni, di sproloquiare sui sacrifici che devono fare gli altri senza forse averli mai provati. Una vita tra agi, fama e ricchezze ha annebbiato loro lo sguardo sul mondo degli altri. Ma forse non si tratta solo di questo. Sembra che vogliano far passare il messaggio che la povertà sia un bene, e quell'affermazione «siate poveri non lamentatevi, non disturbateci con i vostri problemi» la dice lunga sulla loro sensibilità sopita, perché a costoro non interessa cosa viva e subisca la gente comune, tanto c'è sempre un salotto televisivo e una platea che li aspetta, agognante a chissà quale stupidità si appresteranno a proferire come fosse verità. Sono i più tenaci assertori di un mondo che non intende cambiare, di quelli che vogliono mantenere i loro privilegi a scapito degli altri. Questo mi fa più paura. O incazzare. Fare la morale agli altri intimando licenziamenti e quant'altro va bene se si fa pulizia nel proprio condominio e verso la propria categoria. Altrimenti si spara nel mucchio e i filosofi non devono farlo se non vogliono essere le stampelle del sistema che dicono di criticare.

