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Ferdinando Sabatino, nato a Milano nel 1960 si è laureato in Filosofia morale con Franco Fergnani presso l’Università degli studi di Milano con una tesi sulla medicalizzazione e lo stato giuridico della delinquenza in cui applica le tesi di Foucault nei codici penali pre-unitari fino al codice Zanardelli. Professore di Storia e filosofia e di Filosofia e scienze umane, è esperto nei processi socioculturali delle comunicazioni di massa. Si è interessato al pensiero organizzativo delle strutture industriali, già docente presso la Scuola di specializzazione per l'insegnamento secondario dell’Università degli studi di Milano, ha collaborato con la cattedra di Filosofia morale del Dipartimento di filosofia. Si occupa prevalentemente di storia dei sistemi di pensiero e di fenomeni collettivi, ha studiato le istituzioni totali come forme di potere su cui le società moderne hanno articolato aspetti ideologici di risocializzazione per giungere alle più sofisticate e complesse forme ideologiche contemporanee. Ha orientato recentemente i suoi interessi sui problemi della violenza collettiva ed etnica; sulla questione dei diritti e sul conflitto tra lavoro e capitale.
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"...bisogna discernere il rumore sordo e prolungato della battaglia"
Michel Foucault

martedì 21 novembre 2023

IL NICHILISMO GIOVANILE DI UNA SOCIETÀ FRAGILE

Sull'onda mediatica del caso di cronaca giudiziaria riguardande l'omicidio di Giulia Cecchettin, ho ripreso in mano una recente indagine fatta in un liceo milanese per discutere sulla supposta fragilità del modo giovanile e maschile in particolare. Al di là dell'emozione inevitabile che porta le persone a proporre soluzioni che non lo sono o a rendersi colpevoli in quanto 'maschi'' di un atto individuale riprovevole come qualche famoso personaggio si è sentito di fare, quello che lascia interdetti qui come in altri casi è la fragilità che emerge in individui che non riescono a sopportare un rifiuto che li costringerebbe alla solitudine. Di considerare qualcuno come una proprietà. Che questa società sia maschilista non ci piove, come potrebbe? Ma da lì a dedurre che i maschi siano tutti potenziali criminali intenti in una guerra dei sessi all'ultimo sangue significa stravolgere ogni analisi possibile. Che dire di donne che uccidono i loro figli come abbiamo visto in recenti atti cronaca? Di donne che imitano i maschi quando assolvono a cariche prettamente maschili? Il mondo maschile è per forza di cose portatore di una carica culturale che a tratti è anche negativa, così come ogni cultura universalmente data ha dentro di sé dei tratti negativi. Non si tratta, dunque, di assolvere un certo mondo maschile, per carità, né tantomeno scappare da proprie responsabilità; si tratta di comprendere invece cosa generi una violenza di queste dimensioni di fronte all'abbandono e alla paura della solitudine quando vengono meno certezze con le quali si ha convissuto e che non sono mai state messe in discussione.Tantomeno dai propri genitori sempre pronti a intervenire per proteggere e assolvere i loro figli. Genitori iperprotettivi e pronti a qualunque cosa per i loro figli, soprattutto a svolgere le mansioni che toccherebbero ai loro figli. La violenza non ha sesso anche se non possiamo nascondere la 'violenza' di una certa cultura maschile. Soffermiamoci sul termine 'cultura' che è, qui, il vero problema da cui partire. Cultura, dunque società. Dunque civiltà. L' indagine fatta e proposta dai nostri liceali mi sembra congruente a questo problema che ci parla e ci spiega di una fragilità diffusa fra i giovani che negli ultimi venti o trent'anni si è progressivamente ingigantita. Che dire di questa indagine? Cosa può dirci questa indagine sulla fragilità giovanile? Credo moltissimo benché si sia concentrata sulla questione del 'merito' e come viene visto dai nostri giovani alle prese con il loro compito: studiare. Benché chi scrive abbia una precisa idea del merito e che il merito paventato anche dai nostri politici sia, in fondo, un 'non merito', il problema fra le righe di queste domande sta nel considerare inopportuna ogni difficoltà che genera stress, che sia il merito o qualsiasi altra prova che li metta alle strette. L'indagine fatta al liceo linguistico comunale Manzoni di Milano nell'articolo sul Corriere a firma Fagnani afferma, infatti, che" a sette studenti su dieci capita, spesso o qualche volta, di avere crisi di pianto o crollo emotivo dovuti alla scuola. E c’è perfino un 16%di alunni che denuncia di averli «sempre»" lascia un po' stupiti e qualche interrogativo sarebbe necessario. A sostenerlo sono i risultati di un sondaggio diffuso all’interno del liceo linguistico Manzoni di Milano per conto del collettivo «Manzoni antagonista» in quanto le domande rivolte agli studenti della «Manzoni» riguardavano soprattutto la salute mentale degli studenti e la pressione dei ritmi scolastici. La fotografia che ne esce è questa:
- uno studente su due non sente valorizzato il suo impegno da parte dei docenti; 
- per uno studente su due la scuola influisce sulla propria salute mentale e aggiungendo alla lista chi ha risposto solo «abbastanza» si arriva addirittura al 90 per cento.
Secondo il report più della metà afferma di sentirsi classificato solo in base ai voti e obbligato dal sistema scolastico a raggiungere l'eccellenza. Insomma, è un modello di scuola che il collettivo studentesco critica: «Fondare la scuola su concetti come merito e competitività, alimentando un continuo stato di pressione, trasforma lo studio da accrescimento personale a un'interminabile prestazione» scrive il gruppo studentesco in un comunicato, concludendo che l'obiettivo del reportage è che «questa nostra analisi non sia fine a se stessa, ma principio di un cambiamento». Questo in sintesi il reportage. Dunque  ritornando alla domanda iniziale, quali interrogativi dobbiamo porci?
Intanto, farei una distinzione da quanto emerge dall'inchiesta: una cosa è la "fragilità diffusa" altra cosa è "la questione del merito", non credo che le due cose siano necessariamente connesse, avranno dei rapporti di vicinanza ma non che una sia presupposto per la seconda. Cosa voglio dire? Voglio dire che la "questione fragilità" nasce da molto tempo prima della "questione merito", non ne è una sua conseguenza anche se a molti piace metterla in questi termini. E lo dico da fermo oppositore alla dabbenaggine del merito così come viene ideologizzato perché, come ho già scritto altrove, questa idea di merito è solo un altro modo per lasciare intatto lo status quo senza modificare la vera questione dell'inclusione, cioè chi include chi e come...Il merito è una ideologia perniciosa come ha sostenuto Michael Sandel. Ma la "fragilità" dei nostri giovani non è dovuta a questo, almeno non ne è la diretta conseguenza. È da molto che la paura ad affrontare una vita che non offre più lavoro, opportunità, stipendi adeguati, scalata sociale per via di un ascensore sociale bloccato, 'senso' al perché sia necessario studiare, necessità di emigrare per ottenere opportunità che in patria sarebbero impossibili, hanno mostrato che la fragilità dei nostri giovani è nata molto tempo prima. Ma forse neppure tutto questo spiega la ragione più profonda di tale instabilità emotiva registrata nella nostra società consumistica. Non voglio neppure fare paragoni con i giovani del passato istigando una distinzione generazionale facile da etichettare, scadendo nel facile sociologismo di comodo. Eppure qualcosa su questa distinzione dobbiamo anche dirla, senza indurre a pensare chi sia migliore dell'altra in questa facile graduatoria. Siamo tutti andati a scuola  sopportato i docenti, i genitori, le istituzioni, la società esterna 'che non ci capiva', scontrati con le istituzioni di potere ma nessuno di noi, dei diversi movimenti che c'erano, ha mai subito questa fragilità di fondo. Certo, non andava tutto bene, c'erano anche allora abbandoni, incomprensioni ma si cercava di andare nella società, magari per cambiarla, non di fuggire o di rinchiudersi. C'era certo chi scappava nella droga, nei mondi psichedelici ed era un dramma, ma anche in quel caso "la questione droga" era una questione politica e non solo una faccenda personale. Insomma, bello o brutto che fosse, quel periodo lungo che va dalla fine del '68 e per tutti gli anni '70 e poi '80 non era ancora il periodo del nichilismo diffuso, esistevano ancora valori che si cercava di portare avanti e con i quali si voleva crescere. Oggi, in questo periodo di grande riflusso culturale, sembra che oramai il nichilismo abbia preso il sopravvento sulla testa e l'anima di quanti partecipano al gioco della vita senza sapere che non è un gioco. L'ospite inquietante, come lo chiamava Nietzsche, è già da un po' che staziona dalle nostre parti entrando in ogni aspetto della nostra vita. Mi sembra che la fragilità di cui molti (non voglio e non credo siano tutti) sono vittime rappresenti l'esatta fotografia di una società che ha già tutto, o per lo meno che crede di avere tutto, senza averlo conquistato del tutto. Quali sono i valori in cui credono questi 'fragili'? Quale 'società' vorrebbero? Sarebbe stato interessante rilevarlo dal sondaggio svolto, perché è facile dire (giustamente peraltro) che si è contro il merito, la competizione etc. poi però sarebbe anche necessario definire cosa si voglia fare, quale società si vuole, cosa in cui credere. Altrimenti si rimane nel nichilismo passivo di cui questa società è vittima, vittima di una società che ha espulso ogni forma di dolore. Sociale e personale. Sarebbe, dunque, più importante cercare di capire come superare la crisi dei valori che attanaglia la società consumistica, piuttosto che accettare supinamente la gratificazione che il sistema degli oggetti del consumo produce dentro di noi. Ecco, ci sarebbe molto altro da dire e non si può chiudere tutto così ovviamente, ma credo che la strada per comprendere questa fragilità di fondo che mina le giovani generazioni sia questa. È giusto affrontarla, anche se ci fa male. Cedere alle proprie fragilità ci qualifica come umani, ma essere fragili per affrontare tutte le difficoltà che la società ci pone o porrà di fronte non ci rende buoni cittadini né buoni uomini. Il vizio dello 'psicologismo' che ha preso alla gola la società dei consumi da un po' di tempo e che la politica alimenta in modo sospetto, mostra un altro lato del potere che dovremmo sorpassare e combattere. Le società surmedicalizzate alla fine producono quasi sempre effetti negativi, dovremmo toglierci da questa mania di andare dallo psicologo per ogni cosa, assumere farmaci antidepressivi per ogni cosa, chiedere allo specialista di turno come dovremmo comportarci per ogni cosa perchè produce solo effetti contrari, negativi: le società surmedicalizzate sono società poco inclusive, inducono al disciplinamento, fanno del potere un mantra da cui non si esce. Sono il potere, ma noi dovremmo vaccinarsi dal potere. In questo senso ho già risposto circa l'ennesima trovata dei nostri politici a introdurre un'ora all'affettività nelle scuole superiori: così come è pensata non serve. La scuola ha già dentro di sé discipline, argomenti in grado di arginare questa mancanza. Ma le ultime riforme le hanno abbassate, hanno eliminato discipline e ore per fare posto a un altro modello di scuola, competitivo e organizzato per il mondo del lavoro. Dunque la politica ha già fatto molto per abbassare la qualità e il significato della ricerca della vita nell' educazione, che nessuna ora all'affettività aggiuntiva potrà mai colmare. Si capisce l'affettività attraverso la letteratura, la poesia, l'arte, la filosofia, l'etica, la psicologia etc. ma esse sono viste inutili per una scuola delle competenze che deve preparare alla vita lavorativa. In questo senso la politica ha già preparato i nostri figli alla fragilità. Ecco, tutto ciò mi sembra che queste generazioni lo abbiano dimenticato, quantomeno non lo reputano più necessario. Ma lo hanno dimenticato anche i loro genitori che sono sempre più propensi a intervenire per mitigare ogni difficoltà dei loro figli. Questa generazione di genitori che vogliono essere 'amici' dei loro figli non ha compreso fino in fondo la radice di questo loro errore e cosa abbia comportato col tempo. Mentre, al contrario, sono il prodotto diffuso di una pedagogia della 'medicalizzazione', di una surmedicalizzazione che ha strangolato tutti i sistemi educativi e che ha, forse, alleggerito la nostra responsabilità all'interno delle istituzioni dove operiamo ma non ci hanno reso più forti ad affrontare il mondo che sta fuori dalle nostre finestre. E così hanno fatto le stesse famiglie che vogliono una certificazione vera o presunta per ogni disguido in cui incappano i loro figli, per non parlare del mercato che si è generato in questo ambito medico per cui patologie importanti e meritevoli di attenzione hanno creato pedagogie pericolose. Cominciamo a partire da queste considerazioni e, come dice Richard Rorty, "poi la verità si prenderà cura di sé". Ma siamo sicuri che si voglia comprendere e non invece lavarsene la coscienza?