Per mestiere mi interesso ai problemi del messaggio linguistico e simbolico in tutti i suoi aspetti, a come il codice semiotico sia capace di generare condivisioni di tipo omologato piuttosto che informazione, manipolazione e non conoscenza. Inutile dire che è da un po' di tempo che il nostro sistema mediatico si è inabissato in acque limacciose, credo difficili da recuperare. Stavo vedendo le ultime notizie sul caso Cecchettin e mi sono reso immediatamente conto del nuovo mainstream mediatico che sta piano piano emergendo da quelle acque opache. È bastato un caso tragico ed eclatante come quello della ragazza uccisa dal suo fidanzato per vedere all'opera lo stesso schema di disinformazione sistematica attuato dal circo mediatico, della creazione di un messaggio preconfezionato con una tesi preconfezionata che non si sa a chi fa comodo ma che si immagina politicamente corretta. Solito schema da pensiero unico e portato avanti in modo bulgaro. Vediamo di intenderci. Il fatto in questione era la colpevole, e surrettizia, tesi di fondo che la giornalista Marta Merlino nella sua trasmissione implicitamente faceva passare allorquando sosteneva che i genitori dell'omicida (ma in realtà tutti i genitori) avrebbero dovuto educarlo contro le idee patriarcali che stanno alla base di questo omicidio efferato. Implicitamente intendeva sostenere che i genitori sono responsabili di un'educazione patriarcale, cosa di cui questi ultimi si sono giustamente risentiti. Dunque, il messaggio semiotico che è già passato sui mezzi di informazione, è che siamo all'interno di una società patriarcale dura a morire in cui gli ‘uomini’ vedono le 'donne' come una loro proprietà essendo queste ultime succube alla gerarchia patriarcale. Non dico che non esista in certi contesti culturali o che non sia esistita una società di questo tipo, ma attenzione a non confondere cause ed effetti e non scambiare una società patriarcale con una società maschilista. Non sono a conti fatti la stessa cosa. Mi spiego meglio per non essere frainteso. Innanzitutto non siamo in una società patriarcale, per cui l’assunto di base è già fuorviante semmai ci porta a valutare la supremazia del maschio nella valutazione complessiva della società. La singolare lettura che, sembra, anche persone apparentemente intelligenti ripetono come fanno i pappagalli dandole il connotato di verità acclarata, è che tali eventi sono l’espressione di una atavica (appunto patriarcale) subordinazione della donna al mondo maschile che le punirebbe fino alla morte non appena queste ultime si sfilacciano da tale dipendenza vissuta - giustamente - come un sopruso. Questo in sintesi. Ora, la visione delle cose è sotto un duplice motivo errata e dannosa anche, se non soprattutto, rispetto a quelle stesse dinamiche che si vorrebbero denunciare e correggere. Sotto un mondo moderno, apparentemente, e nella sostanza falsamente egualitario, resisterebbe questo residuo arcaico che fa da zoccolo duro difficile a modificarsi. E per questo sarebbe necessario avviare una forma di ‘educazione popolare’ e di quella maschile in particolare, demandando alla scuola l’infelice compito di fare quello che le famiglie non fanno o non riescono più a fare. Di qui l’uscita dello stesso ministero dell’istruzione Valditara a introdurre un’ora di lezione per l’educazione ai sentimenti. Giusto per raccapezzarsi un attimo, partiamo dal termine per prima cosa. Tutti sembrano usare la parola ‘patriarcato’ in modo troppo disinvolto, dimenticandosi di comprendere che il senso antropologico del concetto di ‘patriarcato’ è riferito a un modello sociale di società pre-statuale (e non pre-politica) avvezze all’agricoltura in cui l’ultima autorità per ricorrere agli eventuali dissidi interni/esterni in mancanza di leggi codificate è rappresentato dal maschio più anziano del gruppo (appunto il patriarca). Essendo società prive di legislazione pubblica e unite da profondi legami tra famiglie (clan) all’interno della comunità, questa era la regola di base per redimere le controversie in società senza leggi. Essendo società pre-industriali con legami familiari solidi, la pratica aveva ed ha anche oggi in determinati contesti una sua logica. Ora, la prima domanda che ci poniamo è quella di come sia stato possibile abbinare due situazioni sociali così distanti dentro un contesto sociale come quello dell'occidente globalizzato? Ovviamente nessuna, benché comunque essa abbia in fondo una radice lontana che parte con la seconda ondata del femminismo tra gli anni ‘60 e ‘70, diffusasi in America e poi via via nel blocco continentale, in cui questo femminismo ‘politico’ vedeva nel retaggio patriarcale residui culturali da superare all’interno delle società sviluppate. Tesi di un primitivismo diffuso abbastanza zoppicante anche per quel periodo, ma che riferita all’ oggi proprio appare del tutto fuorviante. Ma il problema, se vogliamo, non si esaurisce nella sua valenza terminologica anche perché bizzarramente sta passando il messaggio che esso stia alla base delle violenze di oggi, e dunque per abbatterlo si dovrebbe procedere alla cancellazione di ogni forma residuale del passato, dalla famiglia all'autorità paterna (che non c’è), ad ogni tipo di norma che causerebbe un’autoritarismo soffocante. Se così fosse, come non credo, vorrebbe dire che le società più moderne e che possiedono una maggiore indipendenza del mondo femminile da quello maschile sarebbero esenti da questi tipi di problemi. A me non sembra. Se guardiamo i dati le cose non stanno in questi termini. Secondo i dati UnWomen nel mondo 1 donna su 3 ha subito violenza sessuale o fisica e l’86% vive in paesi in cui non c’è protezione legale contro la violenza, nel mondo ogni anno vengono uccise circa 45 mila donne, 5 ogni ora. Guardando solo i dati di un paio di anni fa i primi paesi con un più alto tasso di denunce son paesi emancipati come Danimarca (52%), Finlandia (47%) Svezia (46%) Olanda 45%) e per i dati riferiti ai femminicidi i dati Eurostat al 2019 dicono ai primi posti paesi come quelli Baltici e poco sotto Finlandia, Danimarca e Norvegia con Svezia e verso gli ultimi posti Italia, Grecia e Irlanda. Per l’osservatorio dei Diritti la statistica dice che “rispetto agli anni precedenti – e ai dati elaborati dalla Direzione centrale della polizia criminale del Viminale – si evidenziano fluttuazioni statistiche contenute o nulle. Come tutte le forme di violenza di genere contro le donne e le ragazze, il femminicidio è un problema che riguarda tutti i Paesi e i territori del mondo. Secondo il nuovo rapporto, nel 2022 l’Africa registrerà il maggior numero assoluto di omicidi femminili legati al partner e alla famiglia, con una stima di 20.000 vittime, seguita da 18.400 in Asia, 7.900 nelle Americhe, 2.300 in Europa e 200 in Oceania. I dati disponibili, aggiustati per le dimensioni della popolazione totale, mostrano che, nel 2022, 2,8 donne e ragazze ogni 100.000 sono state uccise da un partner intimo o da un familiare in Africa, rispetto a 1,5 nelle Americhe, 1,1 in Oceania, 0,8 in Asia e 0,6 in Europa. Per contribuire a superare le attuali limitazioni nella raccolta dei dati, UNODC e UN Women hanno sviluppato il quadro statistico per la misurazione delle uccisioni di donne e ragazze legate al genere (“femicidio/femminicidio”), approvato dalla Commissione statistica delle Nazioni Unite nel marzo 2022.
Alla stessa data del 2022 le vittime di genere femminile erano state 100 (includendo una persona transgender, conteggiata tra i maschi dalle rilevazioni ufficiali), nel 2021 altre 99 (idem), nel 2020 il “parziale” si era fermato a 92 (sempre con una donna trans), in linea con l’andamento generale. Complessivamente, nell’annus horribilis causato dalla pandemia, quando si temette un boom dei femminicidi, i delitti sono scesi sotto il tetto di 300 (287), ai minimi storici. Gli omicidi di donne e uomini successivamente sono aumentati, ma sono rimasti sotto il limite di 400 (306 nel 2021, 323 nel 2022), livelli lontanissimi dai picchi degli anni Novanta (1.938 nel 1991, 1.794 nel 1990, 1.476 nel 1992)” rilevando che nel 2023 si assiste a un andamento costante rispetto agli altri anni. Anche ad un confronto numerico in termini di percentuale, sempre per 2019 l’Italia ha un dato percentuale di femminicidio di 0,36 ogni 100.000 abitanti meno rispetto a Norvegia (0,61) Germania (0,66) Francia (0,82) Danimarca (0,91), Finlandia (0,93). Inserisco qualche grafico per rendere più chiaro il problema che abbiamo di fronte:
Sono dati certamente incompleti e in evoluzione, su questo non ci sono dubbi, ma ci dicono chiaramente nel loro carattere sommario di fondo che non siamo di fronte a ordinamenti sociali di tipo famigliare estesi e vincolanti ma, al contrario, in società in cui i vincoli familiari si stanno dissolvendo o sono già dissolti per motivi interni ad una società incentrata su valori ‘individualistici’, in cui i nostri giovani hanno molte altre forme per accedere alle informazioni che non sono quelle familiari ma dei social, di Tik Tok, di Facebook, etc., e che la stessa figura del padre è andata via via riducendosi fino a sparire del tutto. Anche per colpa degli stessi genitori va detto, e questo è un problema fisiologico di questa generazione di genitori. La nostra modernizzazione, dunque, si presenta come una falsa emancipazione dove le fragilità dei nostri figli sono il prodotto di forme educative anaffettive e disorientate in cui diamo tutto per essere lasciati in pace oppure perché compriamo il nostro disinteresse, la nostra lontananza con una falsa amicizia che ci rende colpevoli. I ‘no’ che aiutano a crescere non esistono più, sono il fantasma di una nostra proiezione inconscia che non ammettiamo più e di cui vogliamo proteggere i nostri figli. Sbagliando. E questo non è patriarcato, ma il prodotto di una società individualizzata malata e nichilista. Su questo si deve ragionare.

