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Ferdinando Sabatino, nato a Milano nel 1960 si è laureato in Filosofia morale con Franco Fergnani presso l’Università degli studi di Milano con una tesi sulla medicalizzazione e lo stato giuridico della delinquenza in cui applica le tesi di Foucault nei codici penali pre-unitari fino al codice Zanardelli. Professore di Storia e filosofia e di Filosofia e scienze umane, è esperto nei processi socioculturali delle comunicazioni di massa. Si è interessato al pensiero organizzativo delle strutture industriali, già docente presso la Scuola di specializzazione per l'insegnamento secondario dell’Università degli studi di Milano, ha collaborato con la cattedra di Filosofia morale del Dipartimento di filosofia. Si occupa prevalentemente di storia dei sistemi di pensiero e di fenomeni collettivi, ha studiato le istituzioni totali come forme di potere su cui le società moderne hanno articolato aspetti ideologici di risocializzazione per giungere alle più sofisticate e complesse forme ideologiche contemporanee. Ha orientato recentemente i suoi interessi sui problemi della violenza collettiva ed etnica; sulla questione dei diritti e sul conflitto tra lavoro e capitale.
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"...bisogna discernere il rumore sordo e prolungato della battaglia"
Michel Foucault

domenica 18 maggio 2025

LA SOCIETÀ REGRESSIVA

Guardando questa società si rimane stupiti dalla totale mancanza di empatia, solidarietà e pietà. Sembra che a nessuno importi nulla di ciò che capita intorno a loro. Tutto un vortice di eventi troppo veloci ci triturano lasciando il vuoto dentro e intorno a noi giustificando la nostra freddezza perché guardiamo solo nel nostro piccolo giardino. La nostra vita è solo la nostra casa, e poco altro. Da animali sociali siamo diventati animali privati. Viviamo in palazzi senza conoscere il nostro vicino, viaggiamo in metropolitane anonime e impersonali, giriamo in ‘non-luoghi’ come fantasmi guardando una socialità apparente. Insomma una non vita che permette all’”ospite inquietante” di muoversi a proprio agio fra di noi. Il nichilismo contemporaneo non è solo figlio della tecnica. La grande regressione a cui siamo abituati è cominciata da molto tempo ma pochi l’hanno avvertita. Ed è una regressione soprattutto culturale diventata successivamente anche sociale. Sembra che oggi a nessuno interessi più il rapporto con l’‘altro-da-me’, ciò che succede al mio simile, all'interno di questa società negata tutto viene eclissato e digerito immediatamente. Non vediamo più l’altro come un altro sé. L’importante è solo quell’io egoico e insoddisfatto che noi abbiamo chiamato individualismo che si adatta perfettamente alla società schizofrenica del mondo attuale. Siamo vittime dell’inautenticità per dirla con Heidegger diventata sistema. Quello che vediamo delle guerre odierne che incombono attraverso le immagini dovrebbe lasciarci esterrefatti. A Gaza ad esempio si sta attuando uno sterminio che facciamo fatica a definirlo come tale. Ma lo è. Non è una guerra. Chiamarla guerra è una menzogna. Non può esserci nessuna guerra quando da un lato ci sono civili disarmati che camminano davanti ad un ospedale o alla ricerca di acqua e cibo massacrati con missili di ultima generazione. Da una parte civili che cercano rifugio dall’altra quelli che non distinguono tra guerra e sopraffazione identitaria. E' sterminio bello e buono. Non vogliamo chiamarlo genocidio, troviamo un altro termine allora, forse etnocidio ma è qualcosa che si avvina molto allo sterminio programmato. C’è un dominio attraverso la forza consolidato come metodo. C’è una sola ragione che spiega quello che succede: il razzismo che giustifica tutto questo quando viene usato bio-politicamente. E non lo giustifica per quello che hanno subito dai nazisti con le atrocità della Shoah se poi, oggi, vengono attuate pericolosamente azioni simili. Questo è solo un esempio. Come lo è questa costante russofobia che si avverte nel mainstream mediatico che, certamente, non legittima quello che fa Putin, ma neppure vengono ricercate le ragioni nascoste di azioni apparentemente incomprensibili che sono partorite da una occidentalizzazione (dunque americanizzazione) della politica mondiale incistata in quello che fu il blocco sovietico. Sono trent'anni che si cerca di accerchiare quell’area, fare finta di non vederlo radicalizza il guaio in cui ci siamo messi. Così anche la follia che ha portato al potere uno come Trump per la seconda volta, senza capire le ragioni profonde di quel malessere che si cela nel più bieco populismo di cui Trump cavalca i sogni. Quando ci sveglieremo da questo torpore sarà troppo tardi temo. Del resto abbiamo imparato dalla Arendt l'uso politico della menzogna e che "mentire continuamente non ha lo scopo di far credere alle persone una bugia, ma di garantire che nessuno creda più in nulla. Un popolo che non sa più distinguere tra verità e menzogna non può distinguere tra bene e male. E un popolo così, privato del potere di pensare e giudicare, è, senza saperlo o volerlo, completamente sottomesso all’ impero della menzogna. Con persone come queste, puoi fare quello che vuoi“.

Nemmeno molti anni fa si dibatteva sul fatto se quell'involucro senza anima che chiamiamo Internet, quella finestra sul mondo di cui non possiamo fare a meno, ci avesse reso più stupidi o più intelligenti, ma era solo un modo come un altro per comprendere quel passaggio epocale ad una società complessa. Ma come Umberto Eco osservava già negli anni Sessanta in quel grande lavoro che è ancora oggi Apocalittici e integrati (Bompiani) tutta la diatriba era in fondo capziosa e incomprensibile: dividersi in individui pro e individui contro i mezzi di comunicazione di massa era un nonsense perché questi mezzi comunque "ci sono" e dunque vanno usati in maniera intelligente. La stessa cosa vale anche per Internet: tutto dipende da come ci si fa coinvolgere, da come lo si usa e da cosa si vuol ottenere da questo indubbio strumento innovativo. Ma come ogni mezzo, tanto più questo ovviamente, sarebbe opportuno vaccinarsi al suo uso e proteggersi dalla sua dipendenza, cosa che richiede una filosofia adeguata che non vediamo praticata nel mondo di oggi. Internet prosciuga mente e volontà, lavora sul libero arbitrio, crea l’apoteosi della menzogna, rende il mondo falso nella sua apparente trasparenza. Ci rende falsamente liberi e ci induce a dipendenza regressiva, non solo relativamente ai 'costumi sociali' ma anche alla percezione della realtà e della sua comprensione. Piaccia o meno, internet ha modificato i nostri quadri concettuali operando soprattutto profonde modificazioni nella nostra capacità di esperire. Tempo fa Derick de Kerckhove ha chiamato questo processo ‘brainframe’, cioè un complesso intreccio di percezione e interpretazione, fisiologica cognitiva e sensoriale nello stesso tempo, della realtà prodotta dalla capacità adattiva del nostro cervello di mutare attraverso le tecnologie di elaborazione delle informazioni. Dunque ri-configurando gli emisferi cerebrali e apportando precise modifiche corporee neuronali, queste ultime realizzano delle cornici che rappresentano le modalità con le quali noi interagiamo/reagiamo con il mondo esterno. Per cui l’idea sottesa neanche tanto velatamente in questa tesi è che le tecnologie di elaborazione delle informazioni siano in grado di ‘incorniciare’ biologicamente il nostro cervello-ecosistema in una precisa struttura, sfidandolo a fornire un modello alternativo di interpretazione della realtà proprio nel continuo dialogo con tecnologia e cultura. Ecco perché oggi non sarebbe lontanamente ipotizzabile staccarsi da questo orizzonte culturale anche volendo: cervello, tecnologia e cultura costituiscono un organismo unico complesso (Derick de Kerckhove, Brainframe. Mente, tecnologia, mercato, Bologna, Baskerville). A volte questo processo entra in un cortocircuito digitale creando stress di adattamento, oppure forti fratture tra la realtà e il senso delle cose e come noi diamo loro senso. Ora, che una simile  trasformazione tecnologica dovesse alla lunga definire uno shock tra la psiche e la società lo aveva già intuito Adorno tra la fine degli anni Cinquanta e l'inizio dei Sessanta intuendo che qualcosa era andato perduto tra l’individuo e la sua società. Il problema è che, oggi, essa ha prodotto forti conseguenze politiche diventando quello che Adorno ha definito come una componente specifica della sfera dell' auto-alienazione in modo che l’individuo culmina nella sua eliminazione tramite l’ integrazione (Adorno, L’industria culturale in Dialettica dell’Illuminismo). Integrazione è la parola d’ordine del mondo multiculturale, l’obbligo ad adattarsi ai modelli culturali imperanti senza metabolizzarli troppo ma riproducendoli. La società di massa è riuscita a modificare il nostro rapporto con il reale non solo perché ci ha ‘massificati’, ma perché ha creato nuovi modelli comunicativi e con essi ha rimesso in discussione le nostre consolidate pratiche culturali quotidiane (A. Appadurai, Il futuro come fatto culturale). Quello che potremmo definire come "la grande regressione" a cui assistiamo con la nostra complicità, dovrebbe trasmetterci invece il timore per lo svuotamento della nostra socialità: mostrarci cioè che siamo diventati solo corpi automatizzati, atomizzati in società liquide dove quello che conta, quello che importa è solo "l'essere tutto è solamente il nostro corpo" perché la nostra mente è collocata nella 'galassia Internet' e nei suoi prodotti che circolano. Infondo Matrix è già qui. Vittorino Andreoli ha parlato in proposito di una regressione antropologica in atto che probabilmente ci fa intravedere che, come ogni strumento in grado di recepire e rielaborare, anche il nostro cervello se non viene allenato adeguatamente si atrofizza come alcune recenti ricerche in ambito delle scienze cognitive sembrano confermare circa la riduzione delle nostre capacità intellettive. Stiamo regredendo a livello cognitivo senza accorgercene. Ma tutto questa ‘regressione’ non dipende dallo strumento in sé che utilizziamo, ma da come lo usiamo o ci facciamo usare. Da questa situazione alienante parte la nostra grande regressione: "L'uomo sta perdendo la mente e anche l'anima, e quindi si riduce a corpo, a muscoli che gli consentono di svolgere le mansioni dell'Homo faber, che corre, consuma sesso, mangia e usa le mani: un tempo per lavorare, adesso per gli hobby”. Si tratta dunque di una profonda regressione antropologica, non soltanto di un effetto secondario del progresso tecnologico che possiamo controllare a certe condizioni (Bjoung Chul Han, Infocrazia). Se cadono non solo le facoltà ideative ma anche i desideri, il piacere di sapere, tutto viene riportato al solo ambito del ‘fare’ come modalità dell’‘essere’. Non più "cogito ergo sum" ma "faccio dunque non sono morto" (Vittorino Andreoli, La gioia di benpensare). Uscire da questa trappola significherebbe toglierci dalla nostra auto-alienazione che ci impedisce di pensare a un futuro certamente carico di problemi, ma ancora in grado d’essere umanizzato. Fatalismo a parte quello che vedo non penso lo renderà possibile.