Guardando inevitabilmente in questi cinque giorni di lutto nazionale per la morte di papa Francesco la televisione, mi ha impressionato non tanto la variopinta massa eterogenea di fedeli e astanti che morbosamente attendevano di vedere la salma del papa, cosa ormai consolidata in questi tristi eventi, ma l' indecenza, la mancanza di pudore di molti di questi 'fedeli' che si immortalavano in selfie sempre più spregiudicati e ravvicinati con la salma del somma padre dietro le loro spalle e i loro sorrisi dipinti per l'occasione. La morte che diventa contenuto è quanto di più barbaro la nostra società abbia creato. Selfie in tutte le posizioni senza che nessuno dei vigilanti dicesse nulla o ne impedisse l'atto volgare. Considerare normale un atto così barbaro ammetto che mi ha lasciato di stucco perché, in fondo, sempre di morte, di un lutto stiamo parlando. Non si immortala un lutto, il lutto lo si porta dentro e se ne resta modificati. Avevo già scritto qualche considerazione sulla morte perché è un problema filosofico di enorme portata che non possiamo riassumere in poche righe. Mai avrei pensato di ragionare su cosa essa fosse diventa oggi attraverso una auto-rappresentazione simbolica di sé stessa attraverso un selfie. Ma cosa scatta nella mente di costoro per abbassare così tanto la loro umanità? Per questo motivo ho immediatamente pensato a Saramago e a un suo romanzo preciso, Le intermittenze della morte, perché più che della morte in sé egli ci parlava di come la società sia stata capace di modificare la nostra percezione della morte in modalità peggiorative. Ma il romanzo lanciava interrogativi dai quali non possiamo scansarci facilmente. Ma se la morte scomparisse dal nostro orizzonte regalandoci la vita eterna, cosa succederebbe dentro e fuori di noi? Se l’ immortalità fosse realmente realizzabile cosa sarebbe la nostra vita? “Sapremo sempre meno che cos'è un essere umano” dice a un certo punto Saramago ne Le intermittenze della morte. È da un po' di tempo che mi solletica il problema della morte, non c'è una ragione precisa tantomeno personale se non quella ragione filosofica appunto per la quale la morte spiega la vita, meglio: che la morte aiuti la vita a essere vera vita. Non solo come bios ma anche come zoe, vita biologica contro qualità della vita. Pensate a una vita senza morte, che vita sarebbe? ‘’La morte - afferma Jean Baudrillard - non è altro se non questa linea di demarcazione sociale che separa i “morti” dai “vivi”; essa quindi colpisce egualmente gli uni e gli altri. Contro l’illusione insensata dei vivi di volersi vivi a esclusione dei morti, contro l’illusione di ridurre la vita a un plusvalore assoluto sopprimendo la morte, la logica indistruttibile dello scambio simbolico ristabilisce l’equivalenza della vita e della morte – nella fatalità indifferente della sopravvivenza. Rimossa la morte nella sopravvivenza – la vita stessa non è allora, secondo un ben noto riflusso, che una sopravvivenza determinata dalla morte’’. In fondo, come sentenzia Adorno nei Minima moralia, “non si dà vita vera nella falsa”. Mi spiego in questo modo, trovare la vera vita nella vita, la ragione del perché ho scelto Saramago, autore a me caro, con questo meraviglioso libro fin dal titolo, Le intermittenze della morte appunto. Dopo Cecità in cui si parla di un'umanità cieca e violenta priva di principi e punti di riferimento colpita da un'epidemia che impedisce di vedere tale da far emergere tutti gli istinti più primordiali, con Le intermittenze della morte Saramago ci regala una delle sue opere più sorprendenti dove l'impossibile diventa logica premessa per un'acuta analisi della società contemporanea, vero tema nascosto del romanzo. In questo modo la morte passa, nella narrazione, dall' ambito puramente naturale che gli è proprio, a uno sociale e culturale che modifica la sua percezione ai nostri occhi. Ambientato in un paese senza nome di pura fantasia tanto che potrebbe essere perfettamente uguale a uno di quelli a noi desueti, il romanzo ci presenta uno scenario totalmente assurdo e nello stesso tempo accattivante per le conseguenze che determina: la morte smette improvvisamente di funzionare. A un certo momento nessuno muore più, mentre oltre i confini nazionali tutto procede normalmente come nulla fosse. L'iniziale euforia collettiva per questa "vittoria sull'immortalità" si trasforma ben presto in un incubo morale ma anche in un incubo logistico perché, grazie alla consueta maestria che lo contraddistingue, Saramago ci porta a esplorare le conseguenze essenzialmente pratiche di questo paradosso: il collasso delle assicurazioni sulla vita, la crisi delle pompe funebri, il sovraffollamento delle case di riposo e degli ospedali con persone condannate a un' eternità di sofferenza in cui viene da pensare all'incipit di Ceronetti quando in un articolo scrisse ai politici “grazie per averci regalato i peggiori anni della nostra vita”. Persino la Chiesa si trova in profonda difficoltà poiché senza morte non può esserci nessuna resurrezione minando, così, il fondamento stesso della promessa di salvezza. Quale Dio ci potrà salvare? La narrazione, tra l’ironico e il sarcastico, crea un flusso narrativo ipnotico che ci cattura mentre i dialoghi si fondono con le riflessioni fatte del narratore dietro le quinte in un continuum che abolisce le gerarchie tra il pensiero e l’azione. La stessa personificazione della morte diventa un contributo essenziale della metafora costruita nel libro perché viene rappresentata come una donna che scrive lettere color violetto, introducendo in questo modo una dimensione intima e sopportabile dentro l’allegoria sociale. Perché Saramago non si limita a costruire un'allegoria sulla condizione umana in generale, ma offre uno sguardo critico proprio sulle istituzioni contemporanee che sono cambiate, in peggio, in quanto i giudizi peggiori colpiscono la politica che si mostra totalmente incapace di gestire l'emergenza (guarda caso), la mafia che lucra sulla sofferenza altrui (guarda caso) e una Chiesa disorientata di fronte all' immortalità terrena incapace di agire e proporre all'uomo una visione d'insieme. Un mondo esterno peggiorato che peggiora il nostro mondo interiore. E tutto questo diventa il vero fulcro su cui ruota il romanzo che sta racchiuso nella capacità di rendere credibile quello che non può essere credibile come l' assurdo, anzi la realtà diventa più indecente e manipolatrice della stessa fantasia che vorrebbe raccontarla. E in questo modo il grande Saramago, uno dei più grandi Nobel nella storia dei Nobel della letteratura per me, ci invita a sospendere il giudizio sull' incredulità e ad accettare dentro di noi la premessa dell’impossibile. Questo esercizio dell’immaginazione con proprietà salvifiche che la morte provoca in noi diventa, dunque, uno strumento utile per riflettere sulla nostra fragilità esistenziale di uomini perduti, ma soprattutto sul significato stesso della vita in relazione alla sua finitudine per far sì che la morte non diventi semplice contenuto da mostrare. Che umanità è mai questa che davanti alla morte, davanti ai drammi della vita che incombono su di noi, porta qualcuno a immortalare in un selfie la testimonianza della sua presenza nell'evento anche se macabro? Cosa è successo alla nostra umanità che non ritroviamo in noi stessi se pensiamo alla morte come semplice contenuto da esibire? Per questo Le intermittenze della morte come romanzo si conferma, per chi sa leggerlo tra le righe, una profonda meditazione sulla condizione umana più che sulla morte come suo prodotto naturale. La morte che spiega la vita, dunque, come nostra unica e ineludibile condizione esistenziale e materiale dalla quale non possiamo fuggire e alla quale dobbiamo dire sì pur non volendo: «con l’orrore del silenzio degli assenti che non rispondono più la morte dell’ altro penetra in me come una lesione del nostro essere comune. La morte mi tocca» dice Ricoeur. E poiché sono un altro per gli altri ed anche per me stesso, in questa esperienza «anticipo la mia futura morte come la possibile non risposta di me stesso a tutte le parole di tutti gli uomini». Con l’accettazione dell’angoscia della morte e quindi della sua anticipazione non sfuggiamo alla vita, non ci sottraiamo alle sue incombenze, ma le facciamo nostre, assumendocene la piena responsabilità. Questo ci fa umani in una società priva di senso.

