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Ferdinando Sabatino, nato a Milano nel 1960 si è laureato in Filosofia morale con Franco Fergnani presso l’Università degli studi di Milano con una tesi sulla medicalizzazione e lo stato giuridico della delinquenza in cui applica le tesi di Foucault nei codici penali pre-unitari fino al codice Zanardelli. Professore di Storia e filosofia e di Filosofia e scienze umane, è esperto nei processi socioculturali delle comunicazioni di massa. Si è interessato al pensiero organizzativo delle strutture industriali, già docente presso la Scuola di specializzazione per l'insegnamento secondario dell’Università degli studi di Milano, ha collaborato con la cattedra di Filosofia morale del Dipartimento di filosofia. Si occupa prevalentemente di storia dei sistemi di pensiero e di fenomeni collettivi, ha studiato le istituzioni totali come forme di potere su cui le società moderne hanno articolato aspetti ideologici di risocializzazione per giungere alle più sofisticate e complesse forme ideologiche contemporanee. Ha orientato recentemente i suoi interessi sui problemi della violenza collettiva ed etnica; sulla questione dei diritti e sul conflitto tra lavoro e capitale.
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"...bisogna discernere il rumore sordo e prolungato della battaglia"
Michel Foucault

sabato 26 luglio 2025

A PROPOSITO DI BIOETICA: IL SUICIDIO ASSISTITO E' LIBERTA' OPPURE IGNORA IL SENSO DEL DOLORE?

In Italia in materia di fine vita ai sensi della legge 219/17 un malato può scegliere il rifiuto delle terapie o l' interruzione previa sedazione profonda oppure, se ha le condizioni previste dalla sentenza 242/19, accedere all'aiuto alla morte volontaria ovvero: malattia irreversibile, sofferenze insopportabili, dipendenza da trattamenti vitali e piena lucidità mentale. Il suicidio assistito di Laura Santi, ultimo triste caso assurto alle cronache, dovrebbe farci riflettere su alcune cose a prescindere dal 75% degli italiani che in un veloce sondaggio si sono espressi pro eutanasia che è cosa ben diversa dal suicidio assistito visto che, con la sentenza n. 97 del 2025, la Corte Costituzionale ha stabilito che la questione è inammissibile perché, secondo i giudici, il ricorso non ha dimostrato con chiarezza l'assenza di dispositivi idonei all' autosomministrazione. Per cui in italia, a parte la regione Toscana, non esiste ancora una legge sull'eutanasia che rimane ancora un reato punibile ai sensi dell’articolo 579 (Omicidio del Consenziente) e dell’articolo 580 (Istigazione o aiuto al suicidio). Penso che una legge chiara senza fraintendimenti sul fine vita debba esserci e che ognuno di noi debba decidere da sé, ovviamente, ma non possiamo nasconderci dietro il diritto su una questione delicata come questa. Il dibattito etico sull’eutanasia attiva è ancora aperto in Italia dove le posizioni contrarie evidenziano il rischio di banalizzare il valore della vita e di creare possibili abusi verso chi è più fragile. Dal punto di vista religioso la posizione del Vaticano è chiara: la vita è sacra e non può essere interrotta volontariamente, perché nessuno può disporne fino in fondo. Sul piano culturale e politico molti temono che una legge possa indebolire l’impegno a garantire cure, assistenza e sollievo dal dolore, preferendo scorciatoie invece di investire in cure palliative e accompagnamento. Chi invece è favorevole rivendica il diritto di scegliere come affrontare la fine della vita, soprattutto di fronte a sofferenze intollerabili. In primo luogo occorre valutare il dolore e la dignità di cui spesso ci dimentichiamo perché troppo orientati sull’aspetto finale: credo serva, in primo luogo, una comunità che accompagni la persona nell’estremo atto e non solo delle leggi che consentano di morire. Non dobbiamo nasconderci dietro al diritto che un paese che si definisce civile dovrebbe comunque avere. Le ultime parole della Santi, “la vita è degna di essere vissuta, se uno lo vuole, anche fino a 100 anni e nelle condizioni più feroci, ma dobbiamo essere noi che viviamo questa sofferenza estrema a decidere e nessun altro”, ci portano dritti al cuore del problema. Una storia come tante che ha riacceso il dibattito su un tema mai sopito che ritorna a bussare alla coscienza collettiva attraverso una domanda inquieta a cui la politica preferisce sottrarsi: quello dell’eutanasia, la buona morte. Il recente sondaggio pubblicato da La Stampa il 21 luglio 2025 ci dice che il 75,3% degli italiani è favorevole alla legalizzazione dell’ eutanasia, mentre il 65% chiede un referendum nazionale che appare una buona cosa per rendersi conto dello stato di salute della sensibilità nazionale su questo tema. Si tratta di una domanda culturale e spirituale, insieme profonda e inquietante, che attraversa la totale crisi delle istituzioni odierne, della stessa medicina ma, forse, anche del senso stesso della sofferenza. Ora, se veramente intendiamo affrontare questa domanda in modo serio senza ideologismi che la inficino alle fondamenta, non possiamo rimanere legati semplicemente al tema dei diritti, tantomeno nel linguaggio dei divieti che inevitabilmente si impongono parlando di fine vita in un paese intriso di cattolicesimo. Il cuore del problema, credo, non è se sia lecito o meno togliersi la vita in condizioni estreme, ma se la vita in sé, tutta la vita anche quella più fragile, abbia un senso nel suo complesso. Laura come quanti sono colpiti da un infame destino vivono una sofferenza che solo loro possono comprendere fino in fondo non gli altri, per cui la domanda che questo gesto estremo solleva è se noi siamo realmente i veri padroni del dolore oppure se esiste qualcosa nel dolore che ci chiede di non essere eliminato? Il dolore, scriveva tempo fa Simone Weil, “è lo spazio in cui Dio entra nel mondo”. Ecco, cercando di non banalizzare l’ accaduto ovviamente, forse siamo un po’ troppo propensi a espellere il dolore come a un componente estraneo all’uomo immaginando una società senza dolore. Può esistere una società senza dolore? Possiamo ridurlo a un semplice fastidio? Il dolore non serve per consolarci attraverso una presenza esterna ingombrante che ci pesa addosso, ma per condividere dentro di noi il vero peso del male che tendiamo a espellere. Non dimentichiamoci che la sofferenza estrema, come la stessa fragilità, non chiedono una soluzione facile: richiedono un senso  della vita e del perché siamo al mondo. È una domanda sul senso dell'esistenza. Certo molti difensori, a ragione, dell’ eutanasia parlano di “morte dignitosa”, di ‘’dolce morte o di ‘’morire felici’’ come sostiene Hans Kung, come se la dignità fosse qualcosa che dipende solo dalle condizioni del corpo o dalla capacità di decidere. Forse è vero, intendiamoci, ma se la dignità umana non fosse solo una prestazione ma un dato oggettivo da cogliere cosa diremmo in proposito? In Tutto scorre, Vasilij Grossman scrive una cosa importante: “la bontà è più profonda del male” aggiungendo successivamente che “nella più abietta delle vite, nella più atroce delle sofferenze, l’uomo conserva qualcosa di intatto, di non negoziabile: il volto”.  Per questo motivo, dunque, l’ eutanasia, anche se giustamente motivata da una profonda compassione e da meritevole attenzione, rischia però di diventare una specie di scorciatoia che non libera il morente ma al contrario lo isola dal mondo e dai suoi cari. E il dolore diventa insopportabile quando viene abbandonato. Al contrario quando viene condiviso dai propri simili, diciamo accompagnato da una comunità che lo interpreta, allora può diventare, benché non ne abbia certezza assoluta, una ferita che ci unisce in un destino comune rivelando, in fondo, chi siamo veramente. Dire no all’eutanasia forse non significa solo difendere un principio astratto oppure religioso come potrebbe sembrare a prima vista, ma cerca di custodire una visione spirituale dell’esistenza senza pensarla in termini esclusivamente religiosi. Non significa condannare chi pensa che sia giusto dare la propria morte, significa al contrario affermare che non tutto ci appartiene, che c’è qualcosa che eccede la nostra esistenza e ci costituisce. E non vuole dire solo ‘Dio’. Etty Hillesum dal campo di Westerbork dove era prigioniera, poco prima di morire ad Auschwitz affermò: “non si può pretendere di cambiare la realtà del dolore, ma si può decidere di non lasciare che ci svuoti”. Ecco, in quel “ci svuoti” si cela precisamente l'idea che la spiritualità non ci chiede di tollerare la sofferenza ma di attraversarla come un passaggio e non solo come una condanna che ci limita come esseri umani. Ed è proprio in questo ‘attraversamento’ che l’umano mostra quello che è. Il 72% degli italiani vorrebbe la non punibilità per chi aiuta il suicidio assistito. E’ giusto. Ma forse questa volontà nasce il più delle volte da una percezione di estrema solitudine in cui siamo lasciati poiché temiamo che la medicina prolunghi un dolore senza senso, si ha paura di restare soli in una stanza sterile, anestetizzata, senza voce, né volto. Come realmente accade nelle nostre società perché assistiamo impotenti alla ‘solitudine del morente’, come dice Elias, che è un po’ anche la nostra voglia di abdicare a questa responsabilità. Ma una società giusta non dovrebbe offrire la via più veloce per morire: dovrebbe offrire la possibilità di non essere lasciati soli senza essere relegati ai margini come qualcosa di inutile. Le cure palliative, l’hospice, il tempo condiviso sono i veri nomi della dignità umana e non solo la legge per morire felici di cui abbiamo bisogno. La Chiesa non ha il monopolio della compassione in una società laica ma porta con sé un annuncio: che la vita dovrebbe essere degna anche quando sembra inutile; che nessuno è veramente solo nemmeno nel momento del suo congedo dal mondo. Non riduciamo, dunque, la morte oggi di Laura Santi e di tutti coloro che scelgono questa strada ad uno slogan per una campagna dei diritti necessaria. È al contrario un grido che dovrebbe interrogarci sul senso della vita e della morte, sulle loro implicite implicazioni. Ma la risposta nelle nostre coscienze non potrà essere solo una legge che normalizzi il suicidio, ma quella di una comunità che si fa prossima intorno a noi, anche se ora non c'è, e che costruisca arcipelaghi di senso e che ascolti il dolore senza espellerlo. Ogni società dovrebbe far proprio il dolore anziché nasconderlo. Ci viene incontro per questo motivo Emmanuel Levinas ricordandoci che “la sofferenza dell’ altro è un appello al mio esserci”. Ed è proprio in questo ‘esserci’ (dasein)che si gioca la vera rivoluzione spirituale di cui abbiamo bisogno oggi. Non si è contrari all’eutanasia, certamente non chi scrive, perché si ha paura della libertà, anzi. Al contrario credo in una libertà più profonda che non si gioca solo sulla possibilità di smettere di vivere. Abbiamo bisogno di una nuova grammatica del vivere e non solo di nuove tecniche per morire. Abbiamo bisogno di comunità umane che ci accompagnino nell'estremo passo, di sguardi che restino qui anche dopo la nostra fine, di una civiltà che non ceda alla scorciatoia dell’eliminazione del dolore ma che sappia trasformarlo in luogo di comunione e di speranza. Abbiamo bisogno di tornare umani e di organizzare società veramente umane senza nasconderci nel diritto.