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Ferdinando Sabatino, nato a Milano nel 1960 si è laureato in Filosofia morale con Franco Fergnani presso l’Università degli studi di Milano con una tesi sulla medicalizzazione e lo stato giuridico della delinquenza in cui applica le tesi di Foucault nei codici penali pre-unitari fino al codice Zanardelli. Professore di Storia e filosofia e di Filosofia e scienze umane, è esperto nei processi socioculturali delle comunicazioni di massa. Si è interessato al pensiero organizzativo delle strutture industriali, già docente presso la Scuola di specializzazione per l'insegnamento secondario dell’Università degli studi di Milano, ha collaborato con la cattedra di Filosofia morale del Dipartimento di filosofia. Si occupa prevalentemente di storia dei sistemi di pensiero e di fenomeni collettivi, ha studiato le istituzioni totali come forme di potere su cui le società moderne hanno articolato aspetti ideologici di risocializzazione per giungere alle più sofisticate e complesse forme ideologiche contemporanee. Ha orientato recentemente i suoi interessi sui problemi della violenza collettiva ed etnica; sulla questione dei diritti e sul conflitto tra lavoro e capitale.
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"...bisogna discernere il rumore sordo e prolungato della battaglia"
Michel Foucault

venerdì 1 agosto 2025

La ''Dialettica dell'Illuminismo'' e l'inquietudine del Novecento

 ''Dialettica dell’illuminismo” è una delle opere più inquiete e inquietanti del panorama filosofico del Novecento in grado di farci comprendere le contraddizioni profonde della modernità occidentale che impera su di noi e da cui non possiamo staccarci. Horkheimer e Adorno compiono un’operazione intellettuale di straordinaria rimessa in discussione delle categorie del pensiero occidentale, quella cioè di ribaltare la narrazione condivisa dell'idea di progresso mostrandoci come il progetto emancipatorio dell’Illuminismo si è trasformato piano piano nel suo esatto opposto in breve tempo, forse anche insinuando che all'interno di questa prassi si nascondesse fin dall'inizio il suo vero intento. Il cuore dell’opera sta nella diagnosi feroce di una ragione che per quanto nata per liberare l’uomo dall’ignoranza, ha finito per creare nuove forme di dominio. I due francofortesi non fanno una critica al razionalismo ma un’analisi archeologica del pensiero occidentale, dal razionalismo fino al positivismo, per rintracciare i segni di quella “ragione strumentale” che ha ridotto uomo e mondo a oggetto di calcolo e manipolazione. Discostandosi dal marxismo ortodosso che individuava nella proprietà privata la radice dell’oppressione, Horkheimer e Adorno spostano la loro analisi sulla volontà di potenza che sembra essere inscritta nel DNA stesso della razionalità occidentale (e qui Nietzsche prende il posto di Marx). Questo ribaltamento li porta a sostenere che anche l’abolizione della proprietà privata, come si è dimostrato dopo l’esperienza sovietica che non ha migliorato l'uomo né la sua condizione, non ha garantito la liberazione dell’uomo. E la figura di Odisseo diventa nel discorso adorniamo esemplare perché, nell'ultima parte dell'opera che ha avuto vicissitudini importanti e contrastanti come una parziale censura fatta da Horkheimer, si trasforma l’eroe omerico in una metafora dell’uomo moderno: l'immagine di Ulisse legato all’albero maestro per resistere al canto delle sirene diventa il simbolo della condizione umana segnata dall’autorepressione. Non solo, il merito (più di Adorno che di Horkheimer) di anticipare molte delle questioni del dibattito contemporaneo che vanno dalla critica dell’industria culturale all’analisi dei meccanismi dell’antisemitismo come alla riflessione sul mondo della tecnica, fanno di questo capolavoro un testo-esperienza che porta il lettore a confrontarsi con le vere questioni della modernità senza l'auto-consolazione di crogiolarsi nel migliore dei mondi possibili che, forse, non esiste, non è mai esistito e mai esisterà se non all'interno delle ideologie che riducono l'uomo a puro oggetto astratto.