Ogni filosofo, esperto, studente o appassionato della disciplina prima o poi ha provato a prendere in mano il Tractatus logico-philosophicus di Wittgenstein per ritrovarvi un senso ultimo nascosto tra le sue proposizioni. Diciamo che è un' impresa complicata e piena di rinvii come vedremo di capire strada facendo. Wittgenstein stesso dice infatti tutto, o quasi tutto, nella stessa premessa: “la verità dei pensieri qui comunicati mi sembra intangibile e irreversibile. Io ritengo, dunque, d’avere definitivamente risolto nell’essenziale i problemi”. Dico quasi perché il finale è stato un rompicapo per molti interpreti, aperto a diverse precisazioni. Non c'è dubbio che fino alla conversione con le Ricerche da cui Wittgenstein comincia una seconda vita, questa è stata la sua convinzione più certa. Come noto Wittgenstein pubblica per la prima volta il Tractatus Logico-philosophicus nel 1921, all’ interno della rivista Annalen der Naturphilosophie con il titolo tedesco Logisch-philosophische Abhandlung. Tuttavia l’opera acquista una grande fama solo a seguito della pubblicazione in lingua inglese avvenuta nel 1922 grazie all’aiuto di Bertrand Russell che ne scrive un’accorata introduzione. All’interno del Tractatus il richiamo alla logica di Frege e di Russell è sentita, ma questo non toglie che le idee contenute fossero già originali e innovative: infatti egli avrà a sua volta una fortissima influenza sui pensatori del Circolo di Vienna e sulla successiva filosofia analitica in particolare nell'ambito della filosofia del linguaggio. È lo stesso Wittgenstein a esporci i contenuti del libro in modo diretto nella prefazione: “Il libro tratta i problemi filosofici e mostra – credo – che la formulazione di questi problemi si fonda sul fraintendimento della logica del nostro linguaggio. Tutto il senso del libro si potrebbe riassumere nelle parole: "Tutto ciò che può essere detto si può dire chiaramente; e su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere”. Per cui si intravede già la tesi di fondo: tutte le questioni classiche della filosofia sono dunque in ultima analisi soltanto problemi linguistici. Da qui il possibile fraintendimento.In particolare ciò che viene frainteso è la logica del nostro linguaggio. L’obiettivo del Tractatus è quindi cercare di dimostrare che per poter utilizzare al meglio il linguaggio e, attraverso esso, riuscire a porsi dei problemi sensati per i quali sia possibile trovare una soluzione, è necessario riconoscere la sua struttura logica e agire solamente all’interno di essa. Il linguaggio deve muoversi entro i confini della logica, al di fuori della quale ogni enunciazione risulta priva di senso: “Il libro vuole, dunque, tracciare al pensiero un limite, o piuttosto – non al pensiero stesso, ma all’espressione dei pensieri […]. Il limite non potrà, dunque, venire tracciato che nel linguaggio, e ciò che è oltre il limite non sarà che nonsenso”. I presupposti su cui poggia il Tractaus sono:
a) il rapporto tra il mondo e i fatti: Wittgenstein distingue il mondo, inteso come l'insieme di ciò che accade (i fatti), dalle singole cose. Il mondo non è una collezione di oggetti, ma l'insieme delle loro relazioni e configurazioni (i fatti); gli ‘stati di cose’: i fatti sono il sussistere di stati di cose; le cose sono gli elementi che compongono gli stati di cose. Per esempio, la proposizione "il tavolo scricchiola" descrive un nesso di oggetti (tavolo e scricchiolio) che costituiscono un fatto;
b) il rapporto tra il linguaggio e la raffigurazione: il linguaggio è lo strumento per raffigurare il mondo. Le proposizioni elementari raffigurano fatti atomici, mentre le proposizioni complesse raffigurano combinazioni di fatti;
c) questa raffigurazione è possibile perché linguaggio e mondo condividono la stessa struttura logica. Infine
d) che la logica (dunque il linguaggio) abbia dei limiti: i limiti del linguaggio coincidono con i limiti del pensiero e del mondo che possiamo descrivere. La filosofia ha semplicemente il compito di chiarificare il pensiero e di mostrare i limiti del linguaggio, distinguendo le proposizioni sensate (vere e/o false) da quelle insensate (come quelle della metafisica). Il linguaggio, dunque, non raffigura il mondo nel senso di copiare i fatti, ma di rappresentare la forma logica ovvero le possibilità di combinazione degli oggetti tra loro poiché il mondo è la totalità dei fatti e non delle cose. In questo senso l'universo, per Wittgenstein, non ha una necessità intrinseca.
Il Tractatus Logico-philosophicus è suddiviso in sette proposizioni principali, numerate da 1 a 7, ognuna delle quali è seguita dai suoi commenti, anch’essi numerati (ad esempio, il terzo commento della seconda proposizione sarà il 2.3). Tutto si snoda sull’asse mondo-pensiero-linguaggio.
le proposizioni 1 e 2 riguardano il mondo;
le proposizioni 3 e 4 riguardano il pensiero;
le proposizioni 5 e 6 riguardano il linguaggio;
mentre
la proposizione 7 riguarda il Mistico.
Vediamo di analizzare più dettagliatamente queste sette proposizioni con alcuni commenti dello stesso Wittgenstein per far emergere il senso nascosto del Tractatus perché, in fondo, la conclusione filosofica di Wittgenstein è molto semplice. Apparentemente.
Le prime due proposizioni con i suoi commenti sono:
1. Il mondo è tutto ciò che accade; 1.1 Il mondo è la totalità dei fatti, non delle cose; 2. Ciò che accade, il fatto, è il sussistere di stati di cose; 2.01 Lo stato di cose è un nesso di oggetti (entità, cose).
Quello che possiamo comprendere dalle prime due proposizioni è che il mondo non è costituito da oggetti ma da ‘stati di cose’, cioè da ‘nessi tra le cose’: al filosofo austriaco non interessano perciò “le cose in sé”, ma “le relazioni che ci sono tra di esse”.
La terza proposizione è:
3. L’immagine logica dei fatti è il pensiero
La terza proposizione spiega che il pensiero non consiste nei fatti ma è la replica della loro struttura formale: è l’immagine della rete di rapporti che costituiscono la realtà. Pertanto, z (cioè ne presenta i nessi interni).
La quarta proposizione è:
4. Il pensiero è la proposizione munita di senso; 4.2 Il senso della proposizione è la sua concordanza, e non-concordanza, con le possibilità del sussistere, e non sussistere, degli stati di cose.
Una proposizione ha senso (ed è quindi realmente pensabile) solo quando è di tipo dichiarativo, dunque quando è un vero-funzionale: quando cioè è possibile verificare se essa sia vera o falsa in riferimento ai fatti. Dire ad esempio “Marco ha gli occhi verdi” è una proposizione sensata, in quanto possiamo effettivamente andare a controllare se Marco ha o meno gli occhi verdi; dire, invece, “Dio esiste” non è una proposizione sensata, perché dallo studio della realtà non possiamo avere conferme né dell’esistenza né dell’inesistenza di Dio: quindi questa proposizione non può essere né vera né falsa.
La proposizione quinta è:
5. La proposizione è una funzione di verità delle proposizioni elementari. (La proposizione elementare è una funzione di verità di sé stessa.); 5.1 Le proposizioni elementari sono gli argomenti di verità della proposizione.
Questa proposizione e il relativo commento possono essere riassunti nel modo seguente: il valore di verità di una proposizione complessa dipende dal valore di verità delle proposizioni elementari che la compongono. Per esempio, il valore di verità della proposizione complessa “Luca è italiano e Jake è inglese”, dipende dal valore di verità delle due proposizioni semplici, “Luca è italiano” e “Jake è inglese”: se sono entrambe vere, sarà vera anche la proposizione complessa.
La proposizione sesta è:
6. La forma generale della funzione di verità è: [p,ξ,N(ξ)]. Questa è la forma generale della proposizione.
La proposizione 6 è all’apparenza decisamente complicata. Tuttavia, è spiegata da Russell nella sua introduzione al libro in questo modo:
“Ecco la spiegazione:p sta per tutte le proposizioni atomiche; ξ sta per qualsiasi insieme di proposizioni; N(ξ) sta per la negazione di tutte le proposizioni di ξ. L’intero simbolo [p,ξ,N(ξ)] significa tutto ciò che può essere ottenuto facendo una qualsiasi scelta di proposizioni atomiche, negandole tutte, facendo poi una qualsiasi scelta dall’insieme di proposizioni ora ottenuto, insieme con alcune delle proposizioni originarie – e così via, indefinitamente.”
Ho fin qui considerato le prime sei proposizioni del Tractatus. Prima di affrontare la settima e ultima, è opportuno fermarsi un attimo a riflettere sulle implicazioni di questi sei passaggi. Quello che viene spontaneo chiedersi è: in questo sistema costruito da Wittgenstein, in cui il linguaggio si basa solamente sulla logica, che ruolo ha la filosofia? E’ forse solo una buona forma di igiene mentale oppure cos’altro? Per rispondere torniamo indietro e analizziamo da vicino alcuni commenti relativi in particolare alla quarta e alla sesta proposizione:
4.11 La totalità delle proposizioni vere è la scienza naturale tutta […];4.111 La filosofia non è una delle scienze naturali. […];4.112 Lo scopo della filosofia è il rischiaramento logico dei pensieri. […];4.113 La filosofia delimita il campo disputabile della scienza naturale; 4.114 Essa deve delimitare il pensabile e, con ciò, l’impensabile. […];4.115 Essa significherà l’ indicibile rappresentando chiaramente il dicibile.
La filosofia ha, quindi, il compito di chiarire ciò di cui si può parlare. In altre parole, ha il ruolo di definire il campo d’azione delle scienze naturali. Ma, allora, che fine fanno la metafisica, l’etica e l’estetica? Per Wittgenstein, le proposizioni di queste discipline non sono proposizioni vero-funzionali e quindi non possono propriamente essere dette, in quanto sono dei non-sensi: sono giudizi che si riferiscono non ai fatti, ma al valore dei fatti. Cercano di dare un senso al mondo pensandolo come una totalità chiusa. Ma, se il mondo è un insieme chiuso allora il suo senso ne è al di fuori, infatti più avanti dirà:
6.41 Il senso del mondo dev’essere fuori di esso. Nel mondo tutto è come è, e tutto avviene come avviene; non v’è in esso alcun valore – né, se vi fosse, avrebbe un valore; 6.421 È chiaro che l’etica non può formarsi. L’etica è trascendentale. (Etica ed estetica sono tutt’uno.); 6.44 Non come il mondo è, è il Mistico, ma che esso è.
Spiegare come funziona il mondo è compito della scienza naturale. La metafisica tenta di dire “che esso è”, cioè “perché esso è”: quale sia il suo senso o il suo valore. Ma questo è appunto il Mistico, cioè l’indicibile, l’ineffabile, ciò che non può avere risposta. E dunque:
6.5 D’una risposta che non si può formulare non può formularsi neppure la domanda.
Tuttavia, Wittgenstein è perfettamente consapevole che con questo suo discorso sta escludendo problematiche fondamentali per l’uomo:
6.52 Noi sentiamo che, persino nell’ipotesi che tutte le possibili domande scientifiche abbiano avuto risposta, i nostri problemi vitali non sono ancora neppure sfiorati. Certo, allora non resta più domanda alcuna; e appunto questa è la risposta.
Per questo il Tractatus si conclude con la proposizione numero 7, non ulteriormente commentata, che spiega il modo in cui bisogna rapportarsi al Mistico:
7. Su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere.
Nonostante questo drastico invito al silenzio, il pensiero di Wittgenstein riguardo al Mistico rimane molto interessante. Nel Tractatus Wittgenstein lo relega a non-senso, escludendolo totalmente dai discorsi filosofici. Tuttavia, in una lettera all’amico Ludwig von Ficker in cui introduce questo testo, il filosofo austriaco si esprime così, lasciando grandi spazi d’ interpretazione:
“La mia opera consta di due parti: di ciò che qui è scritto, e di tutto ciò che io non ho scritto. E proprio questa seconda parte è quella importante”.
Una volta finito di leggere questo libro si rimane veramente senza parole, sembra non si possa più dire nulla nel mondo del mondo. Anche la parola ‘interpretare’ trova dei grossi problemi. Ma è vero solo in parte. Come abbiamo già accennato, lo stesso Wittgenstein nelle Ricerche logiche (pubblicate postume) criticherà le proposizioni del Tractatus attenuando di molto la sua rigorosità visto che nelle Ricerche sosterrà che ogni linguaggio è come un gioco che rispetta le sue regole interne. Nonostante ciò, questo libro quando uscì negli anni Venti del XX secolo ha assestato un duro colpo alla modalità tradizionale del fare filosofia: Wittgenstein urlò basta metafisica, basta etica, basta estetica. Ma – diremmo noi – non è anche questa modalità in fondo metafisica? Infatti, non parla della realtà ma di come della realtà si dovrebbe parlare. Quindi le stesse proposizioni del Tractatus non possono essere verificate nel mondo, perciò non sono vero-funzionali: sono dei non-sensi. Ma Wittgenstein stesso era consapevole di questo impasse e risponde dicendo:
6.54 Le mie proposizioni illuminano così: Colui che mi comprende, infine le riconosce insensate, se è asceso per esse – su esse – oltre esse. (Egli deve, per così dire, gettar via la scala dopo essere asceso su essa.) Egli deve trascendere queste proposizioni; è allora che egli vede rettamente il mondo.
Dunque, se anche si riuscisse a risolvere tutti i problemi del mondo, ci renderemo conto di “quanto poco valga l’essere questi problemi risolti“. Il segreto probabilmente del Tractatus consiste nel comprendere che fare filosofia è farsi domande, non darsi risposte.Per questo motivo la filosofia diventa una forma di terapia. E in questo senso utile.

