Informazioni personali

La mia foto
Ferdinando Sabatino, nato a Milano nel 1960 si è laureato in Filosofia morale con Franco Fergnani presso l’Università degli studi di Milano con una tesi sulla medicalizzazione e lo stato giuridico della delinquenza in cui applica le tesi di Foucault nei codici penali pre-unitari fino al codice Zanardelli. Professore di Storia e filosofia e di Filosofia e scienze umane, è esperto nei processi socioculturali delle comunicazioni di massa. Si è interessato al pensiero organizzativo delle strutture industriali, già docente presso la Scuola di specializzazione per l'insegnamento secondario dell’Università degli studi di Milano, ha collaborato con la cattedra di Filosofia morale del Dipartimento di filosofia. Si occupa prevalentemente di storia dei sistemi di pensiero e di fenomeni collettivi, ha studiato le istituzioni totali come forme di potere su cui le società moderne hanno articolato aspetti ideologici di risocializzazione per giungere alle più sofisticate e complesse forme ideologiche contemporanee. Ha orientato recentemente i suoi interessi sui problemi della violenza collettiva ed etnica; sulla questione dei diritti e sul conflitto tra lavoro e capitale.
Powered By Blogger

Wikipedia

Risultati di ricerca

Translate

"...bisogna discernere il rumore sordo e prolungato della battaglia"
Michel Foucault

lunedì 10 novembre 2025

SCUOLA, DISEGUAGLIANZE E OPPORTUNITÀ: IL GRANDE EQUIVOCO PEDAGOGICO.

Tutte le volte che si parla della nostra disprezzata scuola, a un certo punto la discussione si incanala in modo quasi automatico distinguendo due fazioni opposte come da prassi italica. Da un lato, coloro che rimpiangono la scuola “seria” di una volta, selettiva, meritocratica, nozionistica, capace di distinguere i migliori e farli crescere come futura classe dirigente; dall’altro lato, invece, coloro che difendono la necessità di un sistema inclusivo, certamente più accogliente molto attento alle fragilità, inglobando tutti. Non so dove stia la verità, non certamente in questa inclusione che non include, ma nemmeno nella vecchia scuola di stampo 'gentiliano' benché riformata dal '68 da cui provengo. Eravamo diversi, questo è certo. Ma anche il contesto in cui queste scuole si calavano lo era, non credo fosse migliore il nostro sicuramente aveva una effervescenza, una dinamica interna che questa di oggi non ha e la miccia era dovuta alla politica. La politica dominava ogni cosa, ogni vicenda era ‘collettiva’ e non potevamo, neppure volendo, sottrarci a essa. Probabilmente aristotelicamente parlando la verità sta nel 'giusto mezzo’ e forse abita più negli interstizi su cui si avviluppa anziché nei poli da cui noi la guardiamo. Uno degli argomenti più ricorrenti in questo dibattito pubblico spesso stantio, come sugli stessi  social, è che la scuola italiana sia “crollata di livello” perché ha voluto aprirsi a tutti. Troppo inclusiva dunque. E forse qualche ragione ci sarà anche. Si dice al contrario che la scuola gentiliana, proprio perché classista, garantisse un’ascesa sociale reale se uno era veramente bravo e se se lo meritava, mentre l’attuale sistema, così apertamente “inclusivo” e indulgente aperto a tutti, avrebbe finito per illudere gli studenti su una ‘uguaglianza culturale’ che non c'è se non nelle opportunità ad accedere ovviamente, svuotando di valore il diploma come la stessa funzione sociale della scuola.

Ora, osservando i dati, questi ultimi ci raccontano una storia un po’ diversa.

Secondo il Rapporto Almalaurea del 2021, il 22,3% dei laureati proviene da famiglie della classe elevata (imprenditori, dirigenti, liberi professionisti); il 31,3% dalla classe media impiegatizia; il 22,7% da famiglie autonome e solo il 22,1% da famiglie di lavoratori esecutivi. Molto più significativo è che il 19,9% dei laureati con almeno un genitore laureato scelga un corso dello stesso gruppo disciplinare dei genitori, e che la percentuale di studenti con almeno un genitore laureato salga al 43,5% nei corsi magistrali a ciclo unico. Cosa vogliono dire questi semplici dati? Possiamo tradurli in questo modo senza allontanarci da una ‘verità’ un po’ più vera da quelle dominanti: la scuola italiana resta nonostante tutto profondamente classista alle sue fondamenta. Tutte le eccezioni chiamiamole virtuose, ovvero i figli della working class che arrivano ai vertici accademici, sono casi isolati se non sporadici, che vengono per lo più usati per confermare la fallacia aneddotica della vulgata generalista che piace a tanti ovvero che “possono farcela tutti”. E non è vero ovviamente. In realtà, come dicevo, il nostro sistema educativo funziona ancora come un circuito chiuso di riproduzione sociale, come Bourdieu insegna, dove la classe dominante replica sé stessa per mantenere il potere. E questo rimane un dato culturalmente rilevante trasversale alle stesse culture. Certamente qualcuno obietterà che la soluzione non è abolire la selezione ma, al contrario, intervenire precocemente fin dalla scuola primaria per compensare le probabili carenze culturali delle famiglie. Può essere. In fondo è una visione giusta e a tratti condivisibile ma non deve diventare una scusa per lasciare intatte le disuguaglianze di partenza, quel 'capitale culturale’ di partenza di cui parlava Bourdieu, addossando la colpa ai genitori “poco istruiti”. Cosa che i sistemi politici costantemente fanno. L'ignoranza è una questione politica e sociale nel contempo. Dipende da come viene prodotta, gestita e finanziata. O non finanziata. Se metti meno del 3% del PIL per scuola e ricerca i risultati sono questi. Se gli stipendi dei docenti sono i più bassi d'Europa i risultati sono questi. Non si può dunque parlare di “merito” in un contesto dove la possibilità stessa di svilupparlo dipende esclusivamente da una quantità di variabili economiche, geografiche, familiari, di lavoro e quant'altro vogliamo. Soprattutto in un paese tradizionalmente familistico e corporativo. In tutto questo contesto ideologico c’è un equivoco ancora più profondo e determinante da soppesare: quello cioè di confondere innovazione didattica (a volte devo dirlo stucchevole) e abbassamento del livello formativo.

Si tratta di un’analogia impropria che ha prodotto molti danni nel dibattito pubblico, anche se in fondo gli stessi psicopedagogisti ci hanno messo del loro per ingrandirla. Non è, dunque, l’introduzione di metodologie nuove a rendere più povera la scuola ma la profonda e storica crisi di sistema che l’attraversa da decenni dovuta a fattori come un reclutamento caotico, una precarietà cronica, a continui mutamenti normativi di cui spesso non si comprende l'utilità, all’assenza di una reale e non mistificante formazione pedagogica. Non è un mistero che attualmente molti insegnanti entrano nel sistema scolastico come un rifugio da una crisi occupazionale più grave che li colpisce: professionisti provenienti da altri ambiti, privi di vocazione educativa, selezionati attraverso concorsi prevalentemente nozionistici, senza alcuna valutazione attitudinale entrano nel circuito scolastico. Molti provano nel privato e poi vengono espulsi o si autoespelle. Il risultato di questa ‘decadenza’ è una scuola abitata da docenti precari costretti a cambiare istituto ogni anno, assolutamente privi di continuità didattica e di comunità professionale, spesso di stipendio in un contesto culturale cittadino assai caro e poco accogliente. In molti plessi scolastici i Consigli di Classe cambiano quasi completamente ogni settembre se non durante i primi mesi dell'anno scolastico e a fine anno chi insegna non ricorda neppure i nomi degli studenti e dei loro colleghi. 

È una ciclica e interminabile spirale di precarietà e smarrimento che svuota per forza di cose dall’interno ogni progetto educativo possibile. Inclusivo o meno che sia. Sarebbe troppo facile, diciamo anche rassicurante, ridurre tutto ai diversi “guru della didattica” o ai presidi pretenziosi che, comunque, hanno le loro colpe sia chiaro. Il problema se vogliamo parlare seriamente è molto più profondo, sistemico e multidimensionale e arriva da lontano. Riguarda una volontà politica precisa che da anni usa la scuola come una forma di ammortizzatore sociale, come un serbatoio di consenso che non riescono ad avere nonostante tutto, un terreno di sperimentazione burocratica continua contro chi ci lavora, e infine come uno strumento di controllo più che di emancipazione sociale di cui si sono perse le tracce. In questo quadro, dunque, le semplificazioni ideologiche e le nostalgie del “bel tempo che fu” non aiutano a comprendere il baratro in cui siamo caduti oggi. Servirebbe molto semplicemente un confronto onesto ma radicale su quello che la scuola è diventata e che cosa si vuole che essa diventi o sia: non più il luogo dell’uguaglianza delle opportunità come si paventa a destra e a manca, ma il sintomo visibile e vitale di un paese che ha smesso di credere nella cultura come forma di giustizia e di mobilità sociale. Partendo da questa considerazione possiamo poi discettare sulla perdurante e costante pedagogizzazione della scuola e dove essa ci porti. Forse scopriremo che anche questa ‘pedagogizzazione’ è una forma che il potere ha avuto la capacità di plasmare per manipolare le masse creando una opinione pubblica silente e poco critica pronta all'omologazione sociale e produttiva. Forse, alla fine di tutto, potremmo anche pensare che ci vorrebbe tutt'altra pedagogia.