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Ferdinando Sabatino, nato a Milano nel 1960 si è laureato in Filosofia morale con Franco Fergnani presso l’Università degli studi di Milano con una tesi sulla medicalizzazione e lo stato giuridico della delinquenza in cui applica le tesi di Foucault nei codici penali pre-unitari fino al codice Zanardelli. Professore di Storia e filosofia e di Filosofia e scienze umane, è esperto nei processi socioculturali delle comunicazioni di massa. Si è interessato al pensiero organizzativo delle strutture industriali, già docente presso la Scuola di specializzazione per l'insegnamento secondario dell’Università degli studi di Milano, ha collaborato con la cattedra di Filosofia morale del Dipartimento di filosofia. Si occupa prevalentemente di storia dei sistemi di pensiero e di fenomeni collettivi, ha studiato le istituzioni totali come forme di potere su cui le società moderne hanno articolato aspetti ideologici di risocializzazione per giungere alle più sofisticate e complesse forme ideologiche contemporanee. Ha orientato recentemente i suoi interessi sui problemi della violenza collettiva ed etnica; sulla questione dei diritti e sul conflitto tra lavoro e capitale.
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"...bisogna discernere il rumore sordo e prolungato della battaglia"
Michel Foucault

venerdì 9 gennaio 2026

IL TRUMPISMO E IL NUOVO SISTEMA-MONDO

Facciamo il punto su questa profonda crisi del sistema capitalistico attuale perché, come mi sembra ovvio, qui è andato in profonda crisi il sistema neoliberale sul quale si appoggia questa globalizzazione a cui negli ultimi trent' anni abbiamo concesso processi di sviluppo e miglioramenti del nostro sistema di vita che sono invece peggiorati complessivamente in tutti i settori della vita. Tutto questo per riaffermare che non è mai esistita una globalizzazione dal ‘volto umano’ come molti esperti pensavano immaginando, alcuni innocentemente altri molto meno, che il capitalismo potesse generare benessere generalizzato. Dalla caduta del Muro di Berlino, momento collettivamente vissuto come prospettiva di libertà per uomini e paesi, le cose sono progressivamente peggiorate nella ‘stabilità forzata’ che si era avuta negli anni dell'addomesticamento del capitalismo come aveva scritto Habermas. Se le ragioni della globalizzazione sono partite dal vertice di Rambouillet del 1975, anno in cui informalmente i leader delle sei principali economie industrializzate si riunirono per affrontare la recessione economica e la crisi petrolifera dando vita al G6 (poi G7 con l'entrata del Canada), la strategia neoliberista ha proseguito indisturbata mettendo in crisi quell'addomesticamento che aveva comunque garantito una certa stabilità mondiale pur nella crisi generale dalla eguale non siamo più usciti. Dalla fine della guerra fredda con la caduta del muro il neoliberismo economico ha preso il sopravvento nelle democrazie occidentali prospettando un benessere che non è avvenuto, mentre al contrario sono peggiorate tutte le condizioni di vita, dai salari al lavoro che è diventato sempre più precario. Meno Stato è più mercato, la famosa frase della Thatcher, è diventata la regola sulla quale si sono basate le nostre vecchie democrazie occidentali che hanno accolto e accettato il neoliberismo come un processo di libertà ma soprattutto di sviluppo economico a cui hanno aderito, sbagliando, tutte le vecchie sinistre occidentali abiurando ai loro principi di fondo di difesa dei ceti meno abbienti. Il resto è storia e rimando al grande lavoro di Wolfgang Streeck “Tempo guadagnato”. Gli ultimi sviluppi dell'interventismo americano meritano una valutazione attenta perché siamo di fronte a una crisi del vecchio sistema-mondo con la quasi certezza che se ne formi  un altro basato su blocchi di dominio e non solo egemonici. Wallerstein permettendo, questa crisi di sistema sarà molto lunga e pericolosa perché l'attore principale, l’ America, è da molto che scalpita e non intende recedere dal trono che le viene piano piano eroso da sotto i suoi piedi. Probabilmente ragione Visalli quando sostiene che “siamo davanti al passaggio, sempre più traumatico, da un ordine unipolare, fondato su una versione particolarmente auto- compiaciuta dell'universalismo liberale di tipo "wilsoniano", ad uno contro che si prefigura sempre più per blocchi (anziché schiettamente moltipolare) basato su una logica di tipo "territorialista" (Arrighi) e quindi sul controllo diretto (e non più "via mercato") delle risorse” (Visalli). Anche le ultime esternazioni secondo le quali non ha bisogno per limitarsi del diritto internazionale ma solo della propria moralità, lascia perplessi perché ci fa tornare a una idea assolutista dello stato, una monarchia di stampo hobbesiano pre-rivoluzione inglese.

Nessuna abdicazione dunque, è questo il problema. Lo spostamento del capitalismo verso Oriente e il ‘problema Europa’ - che l'America ha sempre malvisto e procrastinato per molto tempo ma che la crisi odierna ha acuito - stanno portando a un insieme di crisi continue e ravvicinate di sistema che presto esploderanno sia nel vecchio continente che nello stesso mondo allargato. Ascoltando Trump, i suoi progetti, le sue esternazioni su altri capi di stato (la recente imitazione di Macron sui dazi prendendolo in giro per il suo accento è veramente stucchevole, e lo dice uno che certamente non ama Macron), i suoi tentativi di tramutare l’ egemonia in dominio su altri territori legittimi non possono passare inosservati. E non si tratta di boutade deliranti come molta stampa pensa visto il loro grossolano silenzio, colpevole e convivente. Siamo di fronte a un imperatore old style che preannuncia ciò che farà sapendo che nessuno oserà zittirlo. Un faraone se mi permettete di fare un paragone o uno sceriffo yankee come i loro film hanno proposto nell’immaginario collettivo. Gli americani stanno mostrando i muscoli perché rappresentano la più grande macchina bellica del pianeta dovuta alla loro aggressività. Hanno fatto, dall'alto della loro fondazione, più guerre di qualsiasi altro Stato esistente. Hanno rovesciato più regimi di altri e fomentato più colpi di stato nella storia. La loro macchina bellica non è stata (quasi) mai  usata a fini difensivi ma sempre per promuovere i propri interessi economici nel mondo spacciandosi come benefattore dell'Umanità. Per non parlare dell'uso della bomba atomica su civili a fine guerra la cui responsabilità pesa. Attraverso la produzione cinematografica hanno creato una immagine di sé stessi falsa che ha agito come arma propagandistica per imporre la loro egemonia. Un soft power potente destinato esclusivamente alla propaganda oltrefrontiera. Non ultimo l' uso dei potenti social media, tutti o quasi collocati in California nella silicon valley, a disposizione per ogni tipo di pressione culturale o censoria (con l'uso dei fact checking) come si è visto con la pandemia e come Marc Zuckerberg ha spiegato molto bene tra le righe. Hanno sterminato un intero popolo di nativi e sono stati capaci di fare film recitando una narrazione che, di volta in volta, ha modificato il copione recitando tutte le parti della commedia da veri despoti a salvatori delle comunità, da esportatori della civiltà a simpatizzanti delle sorti dei nativi. Non dimentichiamo che questo giovane paese è statuitamente guidato da una vera e propria oligarchia finanziaria da sempre che lascia alla povera gente che vota un'apparente scelta tra repubblicani e democratici la cui distinzione è solo un puro atto di finzione. È bastato vedere la scelta tra un Trump e un Biden che ha rappresentato per me la scelta più bassa che questo paese abbia mai proposto nel loro carnevalesco sistema di rappresentanza politica non così democratico come viene sbandierato, visto che è possibile che ogni rappresentante politico, dal Senato alla Presidenza, pur presentabile, è manipolabile e condizionabile perché può essere eletto solo se s’è indebitato o compromesso con i maggiorenti del paese (i grandi elettori). Ora, questo paese che si fregia di essere un ‘mito’, e a volte lo è anche stato per certi aspetti, sta informalmente dichiarando guerra al mondo intero lasciando la scelta ai malcapitati paesi colpiti tra una sottomissione con tributi da pagare (possiamo chiamarla estorsione?) oppure la devastazione economica e/o militare. Non facciamola troppo leggera perché la proposta di Trump di portare il budget militare dalla cifra già record di 1000 miliardi di dollari a 1500 miliardi di dollari (per un confronto: Russia 109 miliardi, Cina 320 miliardi) significa solo una cosa: preparare una guerra illimitata verso ogni stato che intenda opporvisi. È la guerra totale in nome di cosa? Chiamiamolo imperialismo o ‘nazionalismo imperiale’ come lo ha  denominato Visalli per una nuova ridefinizione del sistema-mondo così come l'abbiamo conosciuto dopo lo spostamento dell'asse verso Oriente. L'America sta perdendo centralità in questo dominio, e questo è certamente un fattore che ha scatenato questa esigenza bellica che necessita di risorse. Come dice Alessandro Visalli, “le azioni dell'amministrazione Trump - sequestro di Maduro, minaccia alle risorse minerarie sovrane del paese e quindi indirettamente agli oltre 60 miliardi di prestiti cinesi garantiti da queste, attacco alle rotte e sequestro di navi battenti bandiera russa e scortate - potrebbero avere due distinti obiettivi diversi ma convergenti dalla volontà di andare in guerra: 1) il negoziato diretto, a Pechino, tra Trump e Xi ad aprile e le pre-trattative di marzo. Oggetto di questo importantissimo incontro sono la chiusura delle tensioni commerciali globali, le terre rare e la sicurezza nell'Indo-pacifico. In sostanza un accordo globale o lo scontro totale; 2) la delicatissima fase politica in Usa, nella quale la maggioranza di soli 4-5 voti al Congresso è concretamente a rischio nelle elezioni di Mid term. Che la mossa avesse anche obiettivi interni si desume dall'accusa e dal modo in cui è stata comunicata. Parte dello scontro sull'immigrazione e la sicurezza, temi centrali per il consenso trumpiano” (Visalli). Certamente avremo da ora una massa di informazione mediatica che ci dirà di no, che sono tutte fandonie affinché una pletora di imbevuti sosterrà che siamo di fronte a un anti americanismo diffuso e pericoloso. Astuti, ma non troppo, che vorranno farci bere ogni tipo di narrazione, come si è fatto fino ad ora, pensando veramente che tutto questo Trump lo faccia perché Putin minaccia di arrivare a Lisbona o, che so, che la Cina ‘comunista’ ci vorrà imporre un fantomatico credito sociale. Sono tutte invenzioni per mostrarci una realtà che non c’è. Del resto se il rapporto 2025 di Reporter Senza Frontiere sulla libertà di stampa ci annovera al 49° posto (perdendo tre posizioni dal 2024) facendoci diventare il peggiore paese nell'Europa Occidentale, forse qualche ragione ci sarà.