Capita molte volte che studi specifici diano risultati diametralmente opposti partendo dagli stessi dati. Come è possibile che ricercatori di orientamento ideologico differente quando possiedono l'identico insieme di dati grezzi ottengano però risultati così diversi? Quali motivi conducono a questa anomalia?
Molti pensano, forse anche con qualche ragione, che certi ricercatori e certi centri di ricerca siano in fondo corrotti, che giustifichino alcune cose per interessi oppure a seconda dei bonifici ricevuti. Non possiamo affermare a priori l'impossibilità di questa credenza, forse c'è del vero o forse no, è molto probabile che il più delle volte si sbaglia a pensarla così. Dico il più delle volte si sbaglia perché è fuor di dubbio che esistano conflitti d'interesse in ogni campo degenerati in corruzioni e frodi, anche in ambito scientifico questo accade spesso e volentieri. Nessuno lo nega. Per contestualizzare il nostro problema gli esempi più evidenti sono quelli che abbiamo ben impresso nella nostra mente, in particolare a proposito dei grandi temi "scientifici" che hanno recentemente afflitto l'Occidente, dalle pandemie al riscaldamento globale, dall'autismo all'austerità e via dicendo. Tanti volti noti di scienziati della buonora o accreditati come tali che ci hanno perseguitati per qualche stagione dalla televisione o sugli stessi social network sono esempi eclatanti. Ora, a parte questi personaggi che sono stati in fondo coloro che hanno modellato l'opinione pubblica sulle qualità morali dei ricercatori nel loro insieme, quelli che chiamiamo in gergo televisivo opinion maker, dobbiamo nello stesso tempo affermare che nella stragrande maggioranza dei casi il problema che abbiamo di fronte è di altra natura e non ha a che fare con la (sola) corruzione che comunque esiste. Vogliamo dire tutta la verità? I bonifici alla grande massa dei ricercatori non arrivano materialmente parlando (semmai va da altre parti) e soprattutto non funzionerebbero come molla per tutti i ricercatori. Quello che accade realmente, al contrario, è che è sufficiente creare un clima culturale orientato in una certa direzione perché la cosiddetta "comunità scientifica" lo segua e vi si adatti spontaneamente. Tutto in perfetta buona fede e senza rendersene conto, probabilmente anche reagendo scandalizzata se qualcuno prova a gettare dei dubbi sulla massa dei dati e sulla loro onestà intellettuale. Questo aspetto della "scienza normale" viene spiegato molto bene da Thomas Kuhn diventando il ricettacolo intellettuale dove circolano i risultati che stanno dentro il paradigma egemone rafforzandolo senza però avere l’intenzione di metterlo in discussione. Gli scienziati in tal modo seguono una tradizione di ricerca affermata (o paradigma) accumulando dati a sostegno della teoria dominante invece di mettere alla prova le assunzioni di base del quadro teorico di riferimento. Inoltre, questa teoria ufficiale viene sistematizzata nei manuali che la presentano in maniera acritica, facendo sì che l'approccio dominante continui a riprodursi nelle generazioni successive. Come è abbastanza noto la scienza normale per Kuhn è una fase "ordinaria" e di routine della ricerca scientifica in cui tutta la comunità scientifica lavora dentro questo paradigma ben stabilito (un insieme di teorie, metodi e assunzioni condivise), cercando di risolvere problemi specifici (i cosiddetti rompicapo) articolando la conoscenza esistente anziché metterla in discussione. Questa fase è caratterizzata da una grande stabilità e da un accumulo crescente di conoscenze, ma può portare a una crisi allorché emergono anomalie che il paradigma non riesce o non è in grado di spiegare aprendo così la strada a una scienza rivoluzionaria (o straordinaria) passando a un nuovo paradigma. Non voglio sostenere che quando un modello tramonta e ne sorge uno nuovo avvenga necessariamente un sommovimento ideologico perché questo non lo so, potrà esserci oppure no. Quello che è sicuro, invece, è che nelle fasi di "scienza normale" questi sommovimenti sono nulli e inefficaci. Per cui, è proprio ‘tutto questo insieme’ a generare la massa della ricerca, tutta quella ortodossia che silenzia il resto che non si accoda mettendo ai margini le posizioni realmente anomale. Possiamo dire che questo ‘ordine del discorso’ come lo chiamerebbe Foucault è una manifestazione tipica di come si produce l'informazione nella società (capitalistica) moderna anche in quella scientifica, ovvero circoscrivere accuratamente il terreno della discussione per poi sorvegliare i confini generando o permettendo un dibattito il più possibile vivace al loro interno proprio al fine di controllarlo. Più lo si controlla più esercita un potere di informazione. Il problema come si può ben intuire è come viene orientato lo spazio della discussione al suo interno. A mio giudizio credo esistano almeno due livelli tra loro interconnessi. Esiste un livello sovraordinato ed è l'orientamento generale della società, quello in cui tutti i membri della società lo danno per scontato senza esaminare nello specifico la sua struttura: ad esempio riguarda grandi temi come l'esistenza delle gerarchie o del debito, la nozione di progresso, l'idea che il potere sia in qualche modo al servizio del bene comune, la meritocrazia come input per il progresso e così via. I ricercatori, come ogni altro componente della società umana, hanno frequentato le stesse scuole degli altri cittadini, hanno letto i medesimi libri e i medesimi giornali, sono stati esposti alle stesse notizie, sottoposti allo stesso tessuto epistemico. Sono cittadini normalissimi che, per ragioni diverse, fanno un mestiere nel quale maneggiano conoscenza anziché sacchi dell'immondizia, tabelle di contabilità o casi giudiziari, e non c'è ragione alcuna di pensare che questo dia loro una consapevolezza superiore su ciò che trattano. Esattamente come non tutti i contabili riflettono sulla filosofia degli spreadsheet, esattamente come non tutti i netturbini si fanno domande sulla logica del consumismo, esattamente come non tutti i medici hanno esaminato le dinamiche pandemico-vaccinali, allo stesso modo non tutti i ricercatori vedono oltre la patina del senso comune. E’ molto probabile che solo pochissimi lo facciano in ciascuno dei settori che ho menzionato come in tutti gli altri, e quei pochi vanno semplicemente a costituire l’eccezione nel discorso senza però avere alcuna possibilità di incidere effettivamente sull'andamento delle cose. Esiste un secondo altro livello, subordinato al precedente, ed è quello del funzionamento specifico del mondo della ricerca. Un mondo che produce regole tutte proprie e autoreferenziali. Non si tratta perciò di soli bonifici economici ma di vere e proprie dinamiche che muovono quel mondo nel proprio interno: sono le logiche di reclutamento e di cooptazione, la pressione sociale, la necessità di appartenenza, i ruoli modello che i giovani ricercatori si scelgono come "maestri" e certamente anche la disponibilità di finanziamenti, ma intesa come aree di lavoro sulle quali si può pubblicare con successo e avere i fondi per pagare il salario a un giovane molto più che come bonifici a scopo di corruzione. Benché anche in questo mondo si determinino delle vere aree d’ interesse, dei centri d’interesse capaci di produrre e attrarre economie a proprio vantaggio determinate dal potere del ‘barone’ di turno e dal peso politico che ha. Ad esempio, l' abolizione dei cosiddetti finanziamenti a pioggia sostituiti con quelli orientati a specifiche "priorità" decise dall'alto da quanti governano, assegnati con criteri (falsamente) "meritocratici" ha di molto contribuito a ricostruire la psicologia della comunità scientifica. In questo modo la maggior parte dei ricercatori convinti di essere veramente dei "meritevoli" e d’essere più "eccellenti" di altri, o quantomeno di poter aspirare a esserlo, rifiutano sdegnati la sola idea di ripristinare gli odiati finanziamenti a pioggia. Ora, tutto questo va di pari passo con l'affermazione dell'ideologia neoliberista che ha preso alla gola anche la ricerca con tutto il suo corredo di ideologismi più o meno stucchevoli come il privilegiare l'egoismo individuale, la logica "vincente"/"perdente", la "meritocrazia" e così via. Fatto sta che il principio da cui partire rimane però il medesimo: i ricercatori sono normalissimi esseri umani con le stesse necessità psicologiche e sociali, le stesse ottusità e false coscienze, gli stessi entusiasmi sinceri e insinceri di tutti gli altri, con le stesse fragilità e debolezze. La competenza non sposta l’angolazione delle fragilità umane. C’è da dire ovviamente che tutti questi processi si autoalimentano: niente fa successo come il successo e la società, in fondo, si muove come una specie di valanga sulla quale il ‘potere’ riesce a operare con un minimo di efficienza impiegando tempo e sforzi. I singoli cittadini da soli non ce la fanno a comprendere tutti questi meccanismi interni e pensano sbagliando che non esistano illuminati dal ‘sapere’ come se quest’ultimo calasse del mondo delle idee. Resiste sempre un rigurgito di platonismo in questa idea. Ma il sapere produce potere, è potere. Naturalmente in tutto questo entrano in gioco anche molte altre dinamiche come la demolizione delle organizzazioni di livello intermedio che hanno operato non solo sui partiti di massa, sui sindacati o sui movimenti giovanili ma anche sulle correnti intellettuali che un tempo percorrevano, e ora non lo fanno più, la comunità scientifica. Come le logiche dicotomiche, conformiste e ultra aggressive che si sono manifestate ultimamente nei social network e che si sono manifestate, ritornando al nostro mondo falsamente reale, in giudizi sprezzanti e offensivi sui diversi Montagnier, Rubbia e Raoult di turno considerati dei "dementi" e così via. Non ultimo, allargando il discorso su cui dovremmo meditare per comprendere questo totale impoverimento culturale in cui siamo immersi, la scomparsa dell'intellettuale: dove sono oggi, almeno nel nostro paese, i vari Prezzolini, Vittorini, Eco, Pasolini, Sciascia, Monicelli, Moravia, Calvino, Fortini, Arbasino di turno? Quando li vedi, li vedi pubblicizzare in programmi televisivi qualche loro ultima fatica letteraria altrimenti nemmeno li senti. Siamo di fronte a un totale tradimento. Ma anche all'estero sono ormai degli orfani consolidati e non possono darci lezioni, hanno però una informazione migliore meno mainstream, meno orientata a fare le fusa al principe di turno. Forse c’è da domandarsi se, in questo mondo guasto in cui galleggiamo, non si sia esaurita la funzione dell'intellettuale come si poneva già Franco Brevini. Oppure che essi stessi facciano parte di questo 'guasto' il che è peggio. Dunque, i bonifici non funzionerebbero da soli, o quanto meno non possono essere lo strumento principale del consenso anche perché, in primis, ce ne vorrebbero veramente tanti. Teniamo conto che in Italia il personale accademico dovrebbe aggirarsi più o meno sulle centomila persone tra precari e strutturati, poi qualcosa è collocato nel CNR e qualcosina nella ricerca privata. Sarebbero dunque tanti bonifici da fare, non tanto sul piano economico quanto soprattutto su quello delle istruzioni: se siamo in centomila, e ipotizzando una dimensione media dei gruppi di ricerca di due massimo tre persone, ci sarebbe bisogno di quaranta o cinquantamila set di foglietti di istruzioni in accompagnamento ai bonifici, e questo risulterebbe davvero difficile. Ma la ragione principale del perché non funzionano è che la gente lavora con più entusiasmo quando lo fa per una causa che ritiene buona anziché quando viene semplicemente retribuita. Verità vera fino a un certo punto ovviamente. In molti ricercatori vige ancora questo principio benché non debba essere generalizzato come uno spirito consolidato. Se si convince un ricercatore che sta operando per la Verità e per il Bene dell'Umanità si riesce a ottenere un lavoratore infinitamente più dinamico, efficiente e, purtroppo, anche molto ottuso, molto di più che se lo compensi sottobanco per il suo tempo. Naturalmente questa è una delle ragioni per le quali accettiamo tutti noi salari miserabili. Certamente in tutto questo c’è del vero ma non esagererei troppo questo aspetto. La morale della storia è che il neoliberismo che abbiamo accettato nella nostra testa è un sistema che corrode la natura umana più di altri sistemi. E se si vuole realmente cambiare il modello mentale occorre modificare la base materiale su cui questo modello si alimenta e viene alimentato. Tutto il resto è semplice pour parler.

