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Ferdinando Sabatino, nato a Milano nel 1960 si è laureato in Filosofia morale con Franco Fergnani presso l’Università degli studi di Milano con una tesi sulla medicalizzazione e lo stato giuridico della delinquenza in cui applica le tesi di Foucault nei codici penali pre-unitari fino al codice Zanardelli. Professore di Storia e filosofia e di Filosofia e scienze umane, è esperto nei processi socioculturali delle comunicazioni di massa. Si è interessato al pensiero organizzativo delle strutture industriali, già docente presso la Scuola di specializzazione per l'insegnamento secondario dell’Università degli studi di Milano, ha collaborato con la cattedra di Filosofia morale del Dipartimento di filosofia. Si occupa prevalentemente di storia dei sistemi di pensiero e di fenomeni collettivi, ha studiato le istituzioni totali come forme di potere su cui le società moderne hanno articolato aspetti ideologici di risocializzazione per giungere alle più sofisticate e complesse forme ideologiche contemporanee. Ha orientato recentemente i suoi interessi sui problemi della violenza collettiva ed etnica; sulla questione dei diritti e sul conflitto tra lavoro e capitale.
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"...bisogna discernere il rumore sordo e prolungato della battaglia"
Michel Foucault

venerdì 21 maggio 2010

A proposito di educazione, sfera pubblica e responsabilità.

Quale è il problema?

Esiste una sottile linea rossa a cui la filosofia pratica non è indifferente; e questa sottilissima quanto impercettibile linea si concreta nella «costruzione di un sé» autonomo, in grado di ripensare autonomamente il proprio posto nel mondo come individuo che, nel concetto di responsabilità, si mette in gioco. La filosofia le da un nome: si chiama etica.
L’etica riguarda la formazione dei valori individuali rispetto al nostro agire sugli altri.

Per Aristotele era la “virtù”, una disposizione interiorizzata ad agire, che implicava l’esercizio del giudizio dell’agente (la ragion pratica) attraverso la dottrina del “giusto mezzo”: la virtù è il giusto mezzo tra un eccesso e un difetto. L’uomo virtuoso è chi sa ciò che fa, e per questo riconosce anche i difetti e i vizi altrui.
Per Kant, si trattava di stabilire l’autonomia della morale nelle vesti dell’“imperativo categorico” che l’uomo deve trovare come legge in se stesso.
Per Ricœur, giungendo a noi, si trattava di vedere l’“Altro” come “sé”, principio d’ogni politica del riconosci-mento.
Per MacIntyre, è il ‘giusto’, da intendersi come virtù riconosciuta dalla comunità di riferimento. Un cemento della società capace di ridurre la dilagante frammentazione individualistica delle società complesse, perché il ‘giusto’ non è il mio desiderio o il tuo desiderio: mira all’universalità attraverso un accordo intersoggettivo. Ed è lo stesso motivo per il quale Habermas pensa, giustamente, la sfera pubblica come unico luogo deputato a definire quest’accordo intersoggettivo sui valori di riferimento.
In definitiva, per tutti costoro, come per noi che ancora li leggiamo, vale il principio stabilito in modo risolutivo da Bonhoeffer, per il quale etica della responsabilità vuole dire “prendere il posto degli altri”.
Una funzione vicaria alla quale non possiamo e non dobbiamo rinunciare se vogliamo essere «persone» e non solo «individui».

La responsabilità

Mettersi in gioco responsabilmente nella società cosa significa?
Significa costruirsi come una soggettività progredita, capace di far nascere esperienze formative in grado di trasformare lo stato delle cose a beneficio di altri.
Come dice Jonas: è rendere possibile il futuro (H. Jonas, Il principio responsabilità).
La responsabilità, dunque, riguarda tutto ciò che deve essere ancora fatto, non quello che è stato fatto. Responsabilità è agire per gli altri, soprattutto quando gli “altri”, per riprendere ancora Bonhoeffer, sono quanti ai quali è interdetta la possibilità di poter contare qualcosa sullo scacchiere della vita.
Mettersi in gioco responsabilmente significa creare un’ opinione pubblica capace di agire sulla società come sulle persone.
Ora, ogni opinione pubblica realmente autosufficiente deve partire non solo dalla possibilità di accedere alle informazioni, ma più propriamente dal costituirsi come oggetto di informazione.
Cosa intendo dire?
Intendo sostenere che ogni opinione pubblica che vuole, come dice Habermas, incidere sulla politica della vita non può far altro che partire dal primo microcosmo utile per questa trasformazione che è l’individuo. Nessuna società può costruirsi a prescindere dall’individuo, ed è per questo motivo che l’ azione che la società esercita sull’individuo è sempre una sorta di manipolazione, coercizione, anche se si manifesta nella forma sottile, impalpabile e, forse per alcuni, aleatoria dell’ educazione.


L’educazione


Educazione è sempre un po’ costrizione, fabbrica qualcosa da una massa informe per darle un senso preciso. Il problema è proprio la natura di questo senso. Si costruisce qualcosa e qualcuno con quali intenti?
La scienza pedagogica afferma che quest’intento è prioritario per le società. Non è il caso di entrare nel dettaglio, ovviamente. Prendiamo per buona l’esigenza dell’educazione sapendo bene che educare significa sempre un po’ limitare la persona. Lo stesso Freud ne Il disagio della civiltà pone la questione in termini semplici: l’individuo paga la sua educazione con la nevrosi.
Dunque, la nevrosi è il prezzo che l’uomo civilizzato deve pagare come tributo per stare nella civiltà. Il prezzo è la repressione della propria natura. Naturalmente sto sintetizzando il discorso, ma il senso freudiano è proprio questo (S. Freud, Il disagio della civiltà)
La cultura pone rimedio ai suoi disordini; che poi questo reprimere sia necessario alla specie, è un altro piano del discorso, ciò non di meno l’educazione è il primo vero passo del potere che il potere esercita. E lo fa senza mentire: l’educazione è l’educazione del cittadino, tramite essa il cittadino diventa un buono o un cattivo cittadino. L’educazione, dunque, soddisfa il processo d’incivilimento nei confronti di una dialettica hobbesiana in cui ogni uomo è lupo verso l’altro uomo.
Ma la tenuta della tradizione, dello stesso sguardo attra-verso il filtro dell’educazione, non è lo sguardo di chi guarda dal buco della serratura sentendosi, nello stesso tempo, soggetto di libertà e di responsabilità sotto la forma della vergogna.
Da questo punto di vista, se la tradizione si costruisce per aver un’origine certa, questa è possibile perché l’educazione la tramanda e l’istruzione le dà il diritto di cittadinanza. Il punto della questione è proprio questa cittadinanza.


La formazione educativa è un contro-potere


Certo che l’idea di far diventare la «formazione educativa» una pratica di contro-potere, è la più grande, e forse ultima, rivoluzione possibile che ci è concessa oggi. Costruire un cittadino e non un suddito, in uno spazio politico ormai chiuso e compromesso.
Per questo la «scuola», con tutte le sue contraddizioni, è un punto cardine nell’agenda politica odierna. Almeno do-vrebbe esserlo.
Non è un caso, a mio avviso, che tutti gli interventi educativi degli ultimi anni sono stati rivolti ad annullare la «capacità soggettiva critica» degli studenti in nome di un diritto massificato all’educazione, di un livellamento verso il basso dell’ istruzione.
Toccare la formazione, insomma, è decidere come si vuole costituire il cittadino: e chi lo vuole, ormai, critico, consapevole, conscio dei propri mezzi? Che è come dire: chi vuole un’ opinione pubblica in grado di avere un’opinione?
A parole tutti i governi, in pratica circolano strategie d’ intervento diametralmente opposte. Meno uno sa e meno uno è in grado di leggere ed interpretare, più allora il cittadino è direzionabile. Più è lasciata l’istruzione alla sola possibilità di chi può per mezzi economici, culturali o per tradizione famigliare, più si svuota il senso della vera istruzione che è quella di garantire pari opportunità nell’accedere al sapere, senza che il sapere diventi un vantaggio di casta.


Il fallimento della scuola odierna


Questo è il vero significato che diamo al termine «classista» riferito all’istruzione odierna che, però, rende molto bene il significato del problema che si ha di fronte. Nonostante la Costituzione, non siamo tutti uguali davanti alla scuola e all’ istruzione in generale, anche alla presenza di una scuola massificata. Ne usufruiamo secondo livelli diversi d’appartenenza. Penso, a proposito, a Don Milani e alla sua scuola di Barbiana. In gioco non è il fatto se l’«idea» di scuola di Don Milani sia valida ancora oggi, se ha ancora un fondamento pedagogico. Quello che è attuale è proprio l’idea di «formare» qualcuno che altrimenti non avrebbe altra possibilità.
L’istruzione è intesa come possibilità sociale e, dall’altro lato, come una vera costruzione di sé.
Un’educazione che si offre come prassi civica.
Il senso profondo, a mio modestissimo parere, che mantiene ancora oggi Lettera a una professoressa del 1967 è proprio questa «pratica pedagogica della cooperazione» come oggetto della formazione.
Scritta dagli stessi studenti attraverso il metodo della scrittura di gruppo (la scrittura collettiva), essa li vede prota-gonisti in prima persona proprio nella stesura.
Una stesura che diventa esperienza, ma anche responsabilità, perché denuncia lo stato delle cose di una istruzione manchevole. Come si dice ad inizio testo: “questo libro non è scritto per gli insegnanti, ma per i genitori. E’ un invito ad organizzarsi”.
La pratica dell’organizzazione mette in gioco la denuncia della scuola italiana prima di quello spartiacque d’intere generazioni che fu il ’68, mettendo in discussione la scuola ‘classista’ italiana che boccia i poveri e promuove una classe totalmente autoreferenziale. Scuola che non dà valori, ma cristallizza l’esistente. Siamo proprio sicuri che la nostra istruzione, così attenta alla “massificazione omologata”, non sia dentro di sé classista?
E’ una denuncia sull’incompetenza che sa bene cosa dice, ieri come oggi.
La denuncia è per una scuola che ha dimenticato l’art. 3 della Costituzione - “tutti i cittadini sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di razza, lingua, condizioni personali e sociali. E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana” - portando l’ignoranza dei più poveri a livelli sempre più bassi, dimentico che questo svantaggio è dovuto alle gravi disparità da cui essi partono. Fa notare, con un linguaggio essenziale, l’habitus compromesso della loro provenienza che porta all’equazione semplice «basso livello economico=basso livello di istruzione».
La grande «forbice malthusiana» dei ceti meno abbienti.
Dunque, se l’istruzione è la chiave che apre tutte le porte, anche se oggi non è poi così vero, è giusto pensarla come un diritto che, pianificando le differenze, diventa strumento di parificazione che parte dalla centralità dell’individuo.


Istruzione o educazione?


Anche in questo senso, una scuola fondata sull’«individuo» come agente rimarca il dilemma, mai chiuso, se sia più necessario educare o istruire.
Che è un progetto molto moderno direbbe il mio maestro Riccardo Massa (R. Massa, Educare o istruire? La fine della pedagogia nella cultura contemporanea).
Non è, questo, il fondamento di tante pedagogie che abbiamo ammirato, dileggiato, usato, abusato negli ultimi quaranta anni? Non è forse vero che, almeno nella forma perché nella sostanza non è così, “nessuno non vale la pena”?
Uscendo dagli ideologismi di fondo che perdurano, quella scuola selezionava secondo modelli a cui qualcuno era abituato, ma che la stragrande maggioranza nemmeno ca-piva.


La «testa ben fatta»


E’ giusta la selezione, ma che sia una selezione su forme di sapere alle quali, per principio, siamo ammessi in partenza tutti. Ammessi non vuol dire essere “massificati”, significa avere delle possibilità. Significa che i libri devono costare molto meno, mentre in Italia sono quelli che costano di più rispetto alla media europea, e non solo quelli scolastici. Significa fare una politica per le famiglie d’aiuto per i meno abbienti in modo realistico, non a pioggia senza controllo. Significa costruire scuole decenti e mantenerle in stato di decoro. Significa mettere fondi per l’istruzione in modo concreto (noi siamo tra i più bassi d’Europa, meno dell’1% del PIL per la ricerca e l’ istruzione insieme), senza far fare ai nostri dirigenti scolastici salti mortali e scelte anche opinabili per mancanza di risorse. Significa mettere il docente in condizione di selezionare non su programmi obsoleti ma modulati sulle realtà attuali dei saperi, dandogli strumenti giusti e onesti di selezione. Significa far ritornare la capacità e la voglia di educare alla lettura seria al di fuori del credito. Stimolare la curiosità al sapere. Costruire una «testa ben fatta».
Siamo sempre in ritardo di una rivoluzione al riguardo.
Ci manca, insomma, il coraggio di fare una vera riforma dell’istruzione.
Quello che politiche posteriori al ’68 anche di sinistra non hanno capito, è proprio l’inconcludenza di questa massificazione che ha prodotto il suo livello più basso, però, non ieri quando fummo tutti massificati dopo la riforma del 1969 ma, paradossalmente, oggi, dopo una riforma che ha un giusto presupposto - il riordino dei cicli di una scuola abnorme – ma collocata su una piattaforma franosa, che ha prodotto formazione e linguaggi tipici di un sistema-azienda.
Ma la scuola non è un’azienda.
Dunque, sono i nostri politici che, navigando sulle onde lunghe del populismo di comodo e di maniera, rimangono i veri responsabili di tutto ciò.
Perché siamo così poco coraggiosi?
Piaccia o no, i new media, ad esempio, hanno proprio mostrato lo stato di abbandono della scuola, dei docenti preposti alla formazione, dentro un isolamento in cui lavorare sul sapere è una chimera che delimita lo sguardo di chi, come Giobbe, vede lontano. Uno stato d’abbandono i cui unici responsabili sono, erano e probabilmente saranno ancora esclusivamente le nostre classi dirigenti. E forse anche qualche genitore, ma qui il problema è più complesso.
E’ così lontana quest’ipocrisia?
Se “il sapere serve solo per darlo”, abbiamo raggiunto, oggi, questo stadio di maturazione che non attesti la distanza delle istituzioni dalle persone e dai loro bisogni vitali?
Credo di no! Il sapere ancora distanzia chi non ha la possibilità di entrarvi e, nello stesso tempo, non è ancora strumento di reale trasformazione tra classi sociali diverse perché, nonostante la globalizzazione e l’omologazione d’oggi, le classi esistono ancora per quel che riguarda opportunità sociale ed economia. Eppure questo sapere un merito lo possiede, nonostante tutto, un merito politicamente minaccioso. Il sapere, attraverso la formazione, crea un’«opinione pubblica» consapevole e diffusa che è il problema, oggi, di un filosofo come Jürgen Habermas.
”L’obbedienza non è più una virtù”, dice don Milani nella lettera ai cappellani militari toscani del 1965.


Educazione, valori morali, politica


La consapevolezza di una formazione vera porta ad un uso intelligente dell’opposizione che non è solo di ‘pancia, ma critica oppositiva attraverso la sua radicalità.
Michel Foucault, ad esempio, nella sua acuta disamina sulla «formazione di sé», riadattando alcuni accorgimenti del mondo greco, ha centrato le coordinate sulle quali l’individuo si ricompone:
1) padronanza di sé,
2) autonomia
3) indipendenza,
provocano uno spostamento dalla politica all’etica, in cui il ruolo della formazione diventa decisivo per ritornare alla politica trasformati. L’individuo si forma nel rapporto con sé, perciò “dato un codice d’azione, e per un determinato tipo d’azione definite in base al loro grado di conformità o di divergenza rispetto a quel codice, vi sono due diversi modi di comportarsi moralmente, diversi modi, per l’individuo che agisce, di operare non semplicemente come agente, ma come soggetto morale di quell’azione” (M. Foucault, L’uso dei piaceri).
Lo scarto è notevole, eppure Foucault parla all’interno della stessa esigenza: quella di costituire un’individualità che, in fondo, si ponga autonomamente nei confronti di un sistema esterno. Ma la formazione di se stessi è una condizione di possibilità soprattutto a fini politici. Foucault, così facendo, pone in questione proprio l’interiorità dell’individuo come un problema morale e politico insieme. Un dentro costruito da noi stessi, da quale tipo d’uomini siamo in grado di diventare.
Questo ripiegamento sulla propria interiorità diventa un percorso colmo di responsabilità. E’ diventato un ripiegamento autonomo capace di darsi una dimensione propria, quasi estetica nel senso che Foucault dà al concetto di «estetico»: essere artefice di una cosa bella, ben fatta, di cui godere ed essere fieri. “Un atto personale di volontà”: scelta e non costrizione.
E’ una bell’idea di cittadino secondo alcuni precetti che provengono da Seneca, in quanto il proprio impegno nella politica “non deve essere considerato come un passatempo […] la politica è una ‘vita’ e una ‘pratica’ cui non ci si può dedicare che per una scelta libera e volontaria”.
E’ una questione di coraggio, non solo d’intelligenza. Com’è coraggioso mirare al vero bene, quello che dà senza riserve e che non pone la questione del ricevere perché mira all’ universalità dell’accordo intersoggettivo, al senso del giusto.
In questo deserto di solitudine che è, oggi, il mondo, senza etica, senza responsabilità e senza educazione, cosa potrà affermare di nuovo l’etica?

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