In un'epoca di crisi, morale e sociale, perché l'uomo cerca insistentemente la cultura del proprio sé?
In un'epoca così priva di fondamenti riconosciuti universalmente come validi, perché è così pressante la ricerca dell'io, del proprio io?
Faccio notare che questa ricerca dell'io non viene vissuta come valore di autocoscienza. Questa ricerca spasmodica dell'io appare come un progressivo rinchiudimento nel proprio sé, in un valore assolutamente soggettivo, acritico ed effimero del proprio io.
Più che cercare e cercarsi come valore etico, come rappresentazione di se stesso intesa a legge universale, questo 'io' si autorappresenta in stato di assedio, producendo una contrazione dove l'equilibrio emotivo si riduce non solo a riconoscere solo i propri bisogni, ma anche a produrre un 'io minimo' come unico valore indiscutibile. Più che vivere, sembra un sopravvivere.
Il problema a cui tento di dare risposta, non solo non appare ad occhi preoccupati superfluo, ma nasconde al suo interno alcune conseguenze di ordine sociale e morale di notevole portata, uguali per intensità alla causa storica che le ha prodotte.
Una di queste conseguenze verte, per esempio, su come gli individui sociali debbano vivere la loro appartenenza ad una società, ad un gruppo sociale particolare.
Quale è la conseguenza di questo 'io' in stato d'assedio, che si vive come tale?
Ad una analisi attenta, per quanto generica, questa conseguenza è quella del narcisismo dilagante nel campo sociale, ma anche nei rapporti individuali, nonché della parallela costituzione di ciò che, una volta, Christofer Lasch definì "io minimo". In secondo luogo, dovrei però dire che l’effimera comunanza con Lasch qui si interrompe, anche perché il binomio "narcisismo-io minimo" deve essere legato ad una nuova forma di aggressività che l'uomo produce nel suo scostante rapporto con la natura e la cultura. Per essere ancora più chiari, sembra che questo dilagante e per certi aspetti anche innaturale rifugiarsi nell'io fino a ricondurlo ad un corpo minimale, non sia niente altro che una nuova forma di aggressività negativa proiettata, questa volta, nella propria interiorità con immediati riflessi sociali, umani e morali.
Ora, cos'è questo narcisismo? Cos'è questa quantità di narcisismo che si riduce, negli effetti, ad un aperto autolesionismo come se fosse una "strategia fatale"?
Sicuramente la scoperta del narcisismo per Freud (1911 e 1914, anno di pubblicazione de Introduzione al narcisismo), presuppone l'esistenza di una fase dell'evoluzione sessuale intermedia, o meglio, come dice Freud stesso, "l'individuo assume anzitutto se stesso, vale a dire il proprio corpo come oggetto d'amore". Per essere più precisi si considerano gli investimenti libidici proprio in quanto - facendo riferimento ad un ipotetico principio di conservazione della energia libidica - Freud stabilisce un equilibrio tra la "libido dell'io" e la "libido oggettuale".
E' una concezione energetica del concetto di narcisismo.
In questa fase il narcisismo è visto come ingorgo della libido, tale che nessun tipo di investimento oggettuale potrebbe superarlo. La cosa ha, naturalmente, le sue conseguenze dal lato pratico.
Più semplicemente prendo a prestito l'idea di un possibile disinvestimento dell'oggetto e di un ripiegamento di questa stessa libido sul soggetto.
Ora, che modo è oggi possibile ravvisare questo ripiegamento della libido su di sé, legandola ad uno stato latente di aggressività?
Domanda che ho rovesciato nei contenuti, ipostatizzando una ragionevole interdipendenza tra aggressività e narcisismo, in particolare a come quest'ultimo è venuto modificandosi nei rapporti sociali di oggi.
E’ necessario fare qualche passo indietro. Intanto: quanto è rimasto in noi, in noi moderni dico, del senso della storia, dell'importanza della temporalità e, in particolar modo, del fatto che questo tempo ha prodotto in noi qualcosa di non eliminabile?
Se ci pensiamo serenamente, la domanda non è fuoriluogo, perché la nostra cultura si è sempre basata sulla importanza morale e sociale della storia, dalla quale si produceva, poi, un ottimismo di fondo verso la vita e le stesse istituzioni politiche umane. E questa mancanza di ottimismo è data dal fatto che l'uomo, ora, non trae più insegnamento dal passato, dal suo passato, ma fa sì che il senso storico cada verticalmente. In un abisso senza fondo, né prospettiva di uscita appare lecito chiedersi cosa abbia sostituito questa mancanza di senso della storia, o meglio: nell'incertezza del futuro, che senso ha il passato e perché dovrebbe avere senso questo passato?
Domanda inquietante che assume tutta la sua conferma quando è indirizzata all'opinione pubblica tout cour, come massa indifferenziata concepita, alla Baudrillard, come "ciò che rimane quando del sociale si sia dimenticato tutto": il vuoto politico, morale che se ne ha produce una voragine piena e senza fondo, la quale è sempre in cerca di una nuova forma di autogoverno fuggendo dalla politica.
Certe volte questo fuggire dalla politica può anche significare qualcosa di diverso di un semplice ritiro. Può significare l'inizio di una rivolta politica individuale orientata su precisi punti di insurrezione o, come una volta li chiamò Foucault, "fuochi di resistenza". Come se producesse una aperta resistenza al potere in questo suo rifiuto fisico della norma nello stesso momento in cui la 'massa', al contrario, funziona, dice ancora Baudrillard, "come un gigantesco buco nero che piega, curva e distorce inesorabilmente tutte le energie...”.
Più semplicemente sostengo che questo rifugiarsi in un 'io' sempre più minimo, non è l'inizio di una rivolta 'politica' compiuta dall'individuo. Non è affatto uno stato di rivolta nei confronti della inerzia della massa, la quale ha già perso il valore di referente sociale perché non è più nell'ordine della rappresentazione.
La posta in gioco non appare di poco conto.
Per prima cosa qualche certezza: crisi della società, crisi del senso storico, della memoria collettiva, arretramento dell'io. Pare che il rinchiudesi dell'io in un proprio autoaccerchiamento morale sia stata la risposta alla mancanza di prospettive future, alla mancanza di aiuto da parte della storia, alla mancanza di attesa del domani: il sé stesso è diventato il corpo-oggetto dell'hic et nunc poiché del domani non si può parlare.
In questo senso la cultura dell'individualismo sfrenato ed illimitato, alla ricerca di una felicità racchiusa nella totale preoccupazione narcisistica del proprio sé, non è più momento rivoluzionario, ma appare come uno stato aggressivo di sé su di sé l'esterno. Appare come un atteggiamento politico 'depotenziato' e, paradossalmente, conservatore per quanto riguarda i rapporti di forza esistenti.
Per prima cosa, le strategie di sopravvivenza narcisistiche si sono sempre poste come stato di emancipazione dalle forme di repressione del passato, le cui stategie, nella loro pura illusione di progresso nel momento in cui esplodevano contro il sistema, non facevano altro che offrire un appoggio inconsapevole allo status quo. E ciò dimostra, ancora una volta, che il radicalismo non sempre è rivoluzionario.
Questa cultura non comprende pienamente che non sono messi in discussione la famiglia autoritaria, la repressione morale del sesso o anche la formulazione di un'etica liberatrice del lavoro. Ciò che questa cultura non ha capito è che l'emblema della personalità autoritaria non è più il modello di base dell'uomo produttivo, dell'uomo che vive nella società dei consumi e che da questa riceve gratificazione. Ciò che oggi ha preso il posto di quell'ipotetico uomo-consumistico-produttivo è l'uomo psicologico con le sue nevrosi. E cosa perseguita l'uomo psicologico? L'ansia, la nevrosi è il suo problema. Il pericolo è quello di vedere frantumato il proprio io innanzi allo specchio del mondo.
Più che cercare certezze, cerca di trovare un senso alla sua vita, salvo poi ritrarsi nella soddisfazione dell'effimero. Al riguardo alcune considerazioni pertinenti di Jean Baudrillard:
"Ogni discorso sui bisogni si basa su di una antropologia ingenua: quella della propensione naturale alla felicità. La felicità... è il riferimento costante della società dei consumi: è l'esatto equivalente della salvezza. Ma che cos'è questa felicità che invade la civiltà moderna con una tale forza ideologica? Il concetto di felicità non deriva la sua uguaglianza forza ideologica da una inclinazione naturale di ciascun individuo a realizzarla per lui stesso. Gli deriva, sociostoricamente, dal fatto che il mito della felicità è quello che raccoglie e incarna nella società moderna il mito della "; e più oltre "... per essere il tramite del mito egualitario, bisogna che la felicità sia misurabile. Bisogna che sia un benessere misurabile in base ad oggetti e a segni".
Quello che vuole l'uomo psicologico è la gratificazione immediata, tralasciando ciò che riguarda il passato, anche il proprio. Con il passato si svaluta anche il proprio passato, i propri ricordi. Se vogliamo, la nostalgia stessa è tuttalpiù un semplice prodotto commerciale della società dei consumi invogliato dal 'mercato di massa'.
Per qusto motivo è lecito chiedersi: ma se il senso della fine, dell'ansia della fine è lo stato morale e psicologico dell'uomo contemporaneo e la vita di tutti i giorni è sempre più minacciata dalla paura di una catastrofe imminente, che senso ha, per l'uomo psicologico, pensare al futuro?
Proprio per questo "senso della fine", l'uomo psicologico ha potuito cercare rifugio in sé stesso cercando di familiarizzarsi con alcune tattiche di sopravvivenza, in un benessere del proprio corpo nello stesso tempo in cui si riappacifica con la propria interiorità. Solo che in questo nuovo contesto, riappacificarsi con la propria interiorità ha assunto altri significati rispetto ai valori della coscienza morale. Credo, ad esempio, che ci si sia orientati quasi esclusivamente su questioni personali in modo del tutto vuoto e avulso dal contesto esterno: perduta la speranza di migliorare la società, ci si è convinti che ciò che conta è migliorare la propria qualità di vita, il proprio stato psichico ed il proprio corpo - cosa è, infatti, questa continua esaltazione del bel corpo, questa necessità di nutrirsi con cibi sempre più raffinati, la proliferazione delle scuole di ballo, fare jogging, praticare lo joga o una delle tante filosofie orientali ecc., se non la rivendicazione del proprio benessere psichico, salutistico al dilagare del nulla?
Non sarebbe fuori luogo ricercare i motivi per cui nelle nostre società evolute ed industrializzate si riscontra un continuo aumento, vertiginoso di consumo di analisi e di psicofarmaci. Appare avvertibile, ad una prima analisi, che ciò che si è irrimediabilmente compiuto è aver annullato il nostro passato collettivo, proiettando sul nostro futuro incerto il fantasma del proprio io. Naturalmente, questo voler consumare il presente, ha prodotto un vero declassamento del senso storico anziché una lacerazione interiore. Quello che è stato minato è il nostro terreno di radicamento a qualcosa che ha le sue radici nel passato, il che non significa automaticamente volersi riconoscere solo in questo passato, pensarsi come prodotto di tutto quello che è stato prima. La storia, insomma, non deve essere la nostra giustificazione.
Inoltre, questo azzeramento del senso storico fa emergere come suo moto contrario una paura pressante, quasi fisica, della stessa quotidianità che non può più essere vissuta come tale, bensì come qualcosa di "importante", facendo paradossalmente convivere nel nostro 'io' da un lato un senso di profonda decadenza del sociale, dall'altro lato un valore utopistico per la tecnologia.
Certamente la condizione sociale ed esistenziale è quella di una società che ha smarrito il progetto di un futuro, e per questo motivo acquista senso, acquista valore vivere in funzione dello 'stato presente', cercando di realizzare quello che la società solo apparentemente vieta: i propri sogni personali. Dice Baudrillard:
" La legittimità di questo concetto si fonde sull'esistenza di un minimo vitale antropologico, che sarebbe costituito dai "bisogni primari", una zona irriducibile entro la quale l'individuo si determinerebbe da sé stesso, giacché sarebbe in grado di sapere ciò che vuole... A questo livello non potrebbe essere alienato nel bisogno che ha di queste cose, ma unicamente privato dei mezzi di soddisfarlo. Questo po-stulato bio-atropologico conduce immediatamente alla insolubile dicotomia dei bi-sogni primari e dei bisogni secondari; al di là del livello della sopravvivenza, l'Uomo non sa più quello che vuole, ed è in questo ambito che , secondo l'economi-sta, diviene realmente "sociale", cioè alienabile, manipolabile, mistificabile. Al di là, è preda della sfera del sociale e del culturale; al di qua è essenza autonoma, inalienabile. Appare chiaro come questa distinzione, dislocando la sfera socio-culturale nei bisogni secondari, permette di recuperare, dietro l'alibi funzionale dei bisogni necessari alla sopravvivenza, un livello della essenza individuale, un "uomo-essenza" fondato nella natura.... In realtà il "minimo vitale bio-antropologico" non esiste; in ogni società viene determinato come residuo rispetto alla esigenza fondamentale di un eccedente: la porta di Dio, la porta del sacrificio, la dépense suntuaria, il profitto economico. E' questo prelevamento di lusso a de-terminare negativamente il livello di sopravvivenza, e non l'inverso (secondo la finzione idealistica)..."
Per questo motivo emerge una visione del mondo orientata solo sul problema del sé. Paradossalmente, ciò che fuoriesce da un quadro così allarmante è il fondamentale bisogno, da parte dell'uomo psicologico, di acquisire una identità che è perduta, senza annullarla all'interno di una causa generale che assueme valore transindividuale. L'egotismo appare come l'unico terreno di radicamento del narcisismo contemporaneo. Un egotismo che sembra legarsi ad un "codice dello spetta-colo del corpo"; ed è per questo motivo che il Baudrillard sottolinea, giustamente, che "il processo ideologico" della bellezza insita nel sistema vigente, in quanto agisce nello stesso tempo come "costellazione di segni e lavoro sui segni, come negazione della castrazione (struttura psichica perversa) e come negazione del corpo segmentato nella sua pratica sociale e nella divisione del lavoro (struttura sociale ideologica)". Per Baudrillard "la scoperta del corpo" e della sua importanza anche fantasmatica è nata contemporaneamente alla nascita del capitalismo monopolistico ed alla caratterizzazione della psicoanalisi. Infatti, Baudrillard dirà proprio che la scoperta del corpo è stata evidenziata soprattutto per scongiurare proprio quelle scoperte rivoluzionarie che la stessa psicoanalisi avrebbe permesso: "il corpo è là per liquidare l'inconscio e il suo lavoro". Se-condo l'autore "il mito odierno del corpo appare come un processo di razionalizzazione fantasmatica, molto simile al feticismo nella sua rigorosa definizione analitica". Per questo il capitalismo monopolistico non solo usa il corpo come forza-lavoro, ma riesce anche a disarticolare "la stessa espressività del corpo nel lavoro, nello scambio, nel gioco, ricuperando tutto ciò sotto la veste dei bisogni individuali". Se ne deduce, allora, che lo stesso corpo, la sua stessa caratterizzazione sotto i termini di bellezza, di sessualità non solo si impone come un nuovo 'universale' che vorrebbe garantire la libertà futura, ma produce soprattutto quel processo di spossessamento e di manipolazione secondo il quale si rende necessaria, e al più utile nell'economia del potere, di socializzare la figura del corpo che diventa, per ognuno di noi, "il santuario ideologico, il santuario della propria 'alienazione'". Ciò è stata la conseguenza di un contesto politico, culturale e civile, che ha esautorato la possibilità di 'privacy', di ciò che veniva chiamato 'culto del privato'. Non è un caso che quelle che possono essere definite come le tendenze integrative della nostra società industriale abbiano espulso tutte le più autentiche possibilità di isolamento; e che la stessa famiglia - tradizionale baluardo di una vecchia critica della società borghese - ha perso non solo di autorità, ma soprattutto di funzioni produttive-riproduttive tanto che per l'educazione dei propri figli c'è sempre più bisogno di esperti qualificati. Sembra che ad una società altamente organizzata, con i suoi tempi scanditi e che ha sapientemente espulso ogni aspetto 'primitivo' dell'esistenza, la ‘massa’, contrariamente, non faccia altro che aspirare ad una vita essenzialmente istintuale senza riuscirci fino in fondo. Più lontano appare o è avvertito il pericolo, più lo si sente o lo si vive come necessario.
Per questo si assiste ad una lotta - che spesso si svolge nelle coscienze - per inquadrare socialmente da un lato l'equilibrio psichico in un rispetto formale (e non) delle regole del rapporto sociale, dall'altro lato si rifiuta di fornire un codice di condotta su cui fondare queste stesse rego-le. E questa discrepanza ha fornito, causa sui, una miscela di egocentrismo che con il tempo ha eroso il significato originale del narcisimo primario del sé. In questo senso, l'io che viene a for-marsi è quello di un io che regredisce ad uno stato di passività, una sorta di buco nero del mondo interiore, potremmo dire, che ha inghiottito ogni forma di senso per il proprio sé, per il sociale. L'io appare, se la metafora non fosse ancora troppo vaga nella sua valutazione di fondo , come un contenitore vuoto e avulso dal contesto, il quale è perfettamente in grado di far passare ogni cosa, mentre 'noi' non siamo niente altro che spettatori impassibili delle cose che entrano, salvo poi svanire assorbiti da questo stesso buco nero interiore.
Per questo motivo il più realistico stato ontologico dell'uomo psicologico contemporaneo è lo stato di depressione, del lacerante vuoto interiore. Ciò cui si aspira non è il potenziamento individuale, né un metafisico stato trascendentale del proprio sé ma una pace interiore, ricercata in modi e condizioni che non la rendono possibile. Ed è questo uno dei motivi per cui la psicoterapia ha preso il posto della religione ma, come moto contrario alla funzione che possedeva quest'ultima, la psicoterapia diventa per l'uomo contemporaneo una forma di anti-religione proprio perché la società ha perso del senso storico, perché non ha continuità per il futu-ro e perchè tutto è orientato al bene immediato.
Quello che sostengo è che la costituzione di un "io minimo" da concepirsi come necessità ontologica, di per sé non è negativo, nel senso che teoricamente offre al soggetto una reale e consistente via d'uscita. Si deve invece mettere in discussione il modo in cui questo io minimo viene a formarsi. Un io minimo troppo chiuso su sé stesso, assediato dalle proprie esigenze, porta non solo alla chiusura del mondo esterno, ma anche al non riconoscimento del mondo esterno mantenendo, però, di que-sto stesso mondo le esigenze dell'effimero. In questo senso il ripiegamento nel privato non può offrire alcun riparo dal mondo esterno. All'interno della vita privata causa invece l'entrata in scena dei disagi tipici della vita sociale, per cui alla fine non può più offrire un rifugio tranquillo e comodo per il proprio benessere. Si tratta di un ripiegamento fortemente incrinato.
Quello che sarebbe più giusto mettere in discussione,invece, è lo stato di devastazione di ogni aspetto della vita personale che la 'società dei consumi' ha fatto esplodere nel sociale in modo quasi 'controllato' in un processo di simulazione continuo nel quale sociale ed individuale perdono ogni significato originario, e non il ripiegarsi nel privato, se questo viene svolto con autentica consapevolezza. Ma, paradossalmente, la nostra società, se da un lato soddisfa e crea i nostri bisogni più effimeri, dall'altro lato è assai lontana dal tutelare la vita privata, proprio perché ha reso sempre più blandi quei legami che sarebbe stato lecito intrattenere per il mantenimento del proprio io. E quando questa vita sociale diventa sempre più aggressiva anche i rapporti interpersonali e personali - che dovrebbero rappresentare il nostro rifugio naturale - assumono il carattere di scontro.
Un "io minimo" eticamente accettabile e plausibile sarebbe possibile solo nella sfera di un riconoscimento di autocoscienza etica, entro la quale la consistenza del proprio valore, del proprio essere corretti nel mondo in cui, heideggerianamente parlando, "siamo gettati", rappresenta la barriera più alta ma anche più valida per non far transitare l'inconsistenza del mondo e per non riconoscersi come semplice oggetto di sé. Solo così si potrà essere "soddisfatti di sé". Seneca docet.

