Comunicazione alla Società umanitaria, novembre 2001
1. Il problema e il dibattito
2. Cosa significa punire?
3. E’ possibile riabilitare qualcuno?
4. Il corpo come luogo della pena
5. «Fabbricare la delinquenza»: scacco o progetto della poli-tica?
6. Il procedimento penale
7. Il principio di Mably: «L’anima, prigione del corpo». Pro-dotto o effetto del potere?
8. Il «corpo docile»
1. Il problema e il dibattito
Perché una rilettura di Foucault oggi? Perché ancora la prigione dopo quasi trent’anni?
Potrebbe essere questo il titolo dell’esposizione che mi accingo a fare. Il punto è sapere quale tipo di esigenza questo titolo sottrae alla vista di chi legge. E’ forse un’esigenza anacronistica? E’ forse una ripetizione di un discorso già fatto intorno alla prigione come lato oscuro delle nostre società?
Se proprio vogliamo dire, la provocazione non dovrebbe risultare così tanto anacronistica, perché non si tratta a mio modesto parere di riproporre ingenuamente lo schema di Foucault proposto in Sorvegliare e punire moltiplicando semplicemente l’originale perché, spiace dirlo, questo è stato più che altro l’errore di un certo foucaultismo e di tutta una parte della sinistra movimentista anni settanta tra ma-oismo e gauchismo di maniera non certamente di Foucault, quanto invece di far emergere dalla sua analisi alcuni spunti critici, alcune interrogazioni oppure anche delle semplici perplessità che sembrano resistere nonostante tutto anche oggi, e forse oggi con più senso critico da parte di una opinione pubblica smaliziata e meno innocente rispetto a ieri. Di più ancora, se vogliamo sarebbe auspicabile che, da questa sicuramente non innocente lettura da parte mia, si osservassero, però gli atteggiamenti che hanno permesso ad un intellettuale specifico come Foucault di compiere un’opera leggibile anche - ma non necessariamente, e stiamo attenti a non confondere a priori i piani di lettura - sul piano politico.
L’esigenza è proprio quella di uscire dal foucaultismo, non di rimanerci dentro. Proprio per questo non così futile motivo, vediamo come Foucault abbia posto il problema della prigione, o meglio della naturalità della pratica dell’imprigionamento che da circa duecento anni in qua non ha visto modificare né la sua for-ma, né la sua natura, tanto meno la sua sostanza, e l’abbia successivamente legata ad una critica generale dei sistemi di potere delle società moderne come un termometro politico. C’è ancora bi-sogno di dire che il libro, nonostante il sottotitolo porti a fraintendimenti anche leciti, non è una ricerca specifica sulla prigio-ne? C’è ancora bisogno di dire che la prigione è solo un epifenomeno di una direttiva generale che le sta alle spalle?
Dunque, perché la prigione è stata pensata come naturale?
E perché dentro questa supposta naturalità è emerso il problema della rieducazione, della pratica del lavoro che hanno assunto entrambi, operativamente parlando, i connotati di un’abile finzione giuridica?
E’ giunto, dunque, il momento di spostare il nostro punto di osservazione critica da una visione puramente oppressiva che Foucault avrebbe lasciato intendere (la società disciplinare) per orientarci, invece, su quei nervi scoperti che l’autore ha prima di altri mostrato, nonostante le irritazioni di taluni per le suggestioni di Foucault che però, a trent’anni dall’uscita del libro, quasi tutti hanno replicato senza più metterne in discussione l’assunto in modo, spesso, non innocente quando non interessato. Perché, in fondo, un vero problema è anche vedere come è stato letto Sor-vegliare e punire dal momento che è venuto alla luce, anche rispetto ad una crisi della sinistra sia istituzionale che movimentista: come superamento di Marx? Come contiguo a Marx? Come laterale a Marx?
Insomma, quanto di Marx c’è in Foucault?
Per prima cosa, dunque, è corretto rilevare in questa lettura che faccio uno sfondamento a ‘sinistra’ di Sorvegliare e punire in un territorio come quello francese in cui la sinistra istituzionale era sottomessa al partito comunista occidentale più stalinista, sia nella sostanza che nella forma, della storia politica mondiale degli ultimi cinquant’anni, causando dagli anni cinquanta in poi un generale dissanguamento da quel partito delle migliori intelligenze francesi verso movimenti e gruppuscoli di varia natura e di varia entità. Da Sartre a Foucault, quasi tutti gli intellettuali impe-gnati non hanno certamente parlato dal palco del Partito Comu-nista francese, anzi.
In secondo luogo, la questione ‘tecnica’ della prigione sillabata con una punta di veleno agli storici del diritto, ai giuristi, agli amministratori che subito l’hanno percepita come intromissione illecita: è possibile riformare la prigione dall’interno? C’è, insomma, una prigione ‘buona’ contrapposta ad un cattivo uso della stessa?
Naturalmente, come sappiamo, per Foucault ciò si è mostrato da subito come impossibile, ed è in questo che risiede tutto il suo scandalo, ma è paradossalmente ancora la sua tesi ad essere di nuovo in gioco oggi e non tanto perché non si sia pensato come inutile il carcere, ma proprio perché lo si è usato - e lo si usa an-cora comunque - nonostante la sua inutilità diffusa e disarmante. Ed è per questo che Foucault ci serve molto di più ora che non ieri, quando l’effetto ‘anestetizzante’ era il progetto politico del libro. Intendiamoci, non una sovversione di tutti i codici oppure l’ affermazione rivoluzionaria della violenza sulla logica comunicativa come qualcuno percepì, anche quanti erano più vicini a Fou-cault in quel momento, perché non era il progetto sotterraneo del nostro autore; ma, più indicativamente, l’affermazione di un cambiamento nel modo di percepire e di agire, nel creare nelle persone a cui il libro era indirizzato un effetto anestetizzante o, meglio, paralizzante contro quei luoghi comuni che sono le nostre istituzioni politiche ed amministrative. Creare una paralisi del sistema, dunque. Su chi? Certamente su tutti coloro che lavoravano all’interno di quel quadro istituzionale come è ovvio, dal secondino all’educatore, dal giudice al più oscuro dei magistrati, per cercare di smontare una pratica consuetudinaria accettata prima an-cora culturalmente che socialmente per instillare l’idea che il carcere, invece, fabbrichi la delinquenza perché questa è la sua fun-zione primaria. Non fu affatto vissuto come anestetizzante da parte dei prigionieri come sappiamo, perché essi videro per la prima volta materialmente il loro problema venire pubblicamente alla luce in quanto la “questione delle prigioni” non veniva fatta vedere dalla parte degli assistenti sociali, degli operatori di giustizia o dei giudici ma proprio da quello dei prigionieri che esprime-vano, per la prima volta sotto forma di questionari e inchieste ‘intollerabili’, quello che essi pensavano e percepivano dell’ istitu-zione con la quale convivevano. Non tenere conto di questo rove-sciamento di prospettiva, equivarrebbe a perdere di vista il noc-ciolo razionale di Sorvegliare e punire che è un libro che si ali-menta delle lotte politiche quotidiane partendo da una semplice, quanto disarmante domanda: come mai si continua a mantenere in vita una tecnica punitiva che da circa due secoli è evidentemente fallimentare? Possiamo, dunque, parlare di scacco della prigione oppure di un fallimento solo apparente perché intrinsecamente diabolico?
E’ un quesito tutt’altro che risolto mi sembra.
Questo lavoro muove, allora, da una duplice esigenza a parer mio che non può essere taciuta proprio per non essere fraintesa: per prima cosa, circoscrivere storicamente un “problema” specifico come quello della pena e dei più generali sistemi di di-sciplinamento osservando, soprattutto, l’andamento dei suoi effetti su di un “oggetto” tematico che, di solito, gli storici prendono poco in considerazione: il corpo. La seconda muove, invece, sicuramente dagli effetti prodotti dalla precedente ma anche, credo, dalla innegabile capacità e duttilità di una pratica di potere di creare una necessaria quanto ineliminabile pratica di sapere: di formare, cioè, una solida e per certi versi scientifica “forma di sapere” sul e del corpo di cui la medicina e le scienze umane hanno rappresentato le estrinsecazioni più evidenti e più pericolose sul piano politico, perché hanno cercato di definire un orizzonte mo-rale sul sociale. Dunque: è possibile fare una storia dei castighi sulla base di una storia del corpo partendo dal fatto che la co-struzione ideologica di una morale sociale e/o individuale, o quantomeno l’instaurazione di pratiche di tipo etico, sono state possibili, almeno a partire dal XVIII secolo in poi, attraverso la istituzionalizzazione di pratiche repressive e costrittive con inten-ti normalizzanti e che noi oggi chiamiamo anche un po’ retoricamente istituzioni totali?
Domanda che portava Foucault stesso a definire una secon-da interrogazione, più radicale se vogliamo: possiamo fare la genealogia della morale moderna a partire da una “storia politica del corpo” ?
Ricordo che questo fu sentito immediatamente come il manifesto ideologico della lettura fatta di Sorvegliare e punire, il so-strato nicciano di quella grande ricerca condotta sotto il ‘grande sole’ del filosofo tedesco morto di sifilide. In verità, come ho in-tenzione di dimostrare, il testo nascondeva molto altro che non poteva essere immediatamente riconducibile a Nietzsche, ma semmai ad una linea interpretativa che andava da Marx a Nie-tzsche passando da una attualità incerta ed inquietante che la sinistra istituzionale neppure prendeva in considerazione. Ora, se-condo quanto penso la storia di questo “problema” - dico problema e non “periodo” appositamente - lo permetterebbe e l’anatomia politica dei sistemi di potere che emerge da Sorvegliare e punire rappresenta una delle possibili critiche della società moderna tra le tante possibili. Probabilmente la più feroce, quella meglio riuscita, per me quella più ‘vera’ sapendo bene che qui ‘vero’ è un termine di finzione perché la verità la si costruisce, è sempre un effetto di potere, un effetto di produzione. C’è sempre un ‘vero’ ad uso e consumo degli altri. Certamente Sorvegliare e punire spiega meglio di altri lavori l’origine di molte distorsioni della nostra modernità politica. Vediamo di capirci allora.
2. Cosa significa punire?
Torniamo allora al nostro problema di fondo, a quello cioè della pena e del suo generale andamento sul corpo. C’è da rima-nere stupefatti dall’immobilismo e dalla pletora ideologica che le sta alle spalle. Ci si accorge infatti faticosamente che la pena ap-pare, invece, come un fenomeno sociale molto complesso che, a tutto tondo, non può essere spiegato con la sola interpretazione giuridica che le società umane autorizzano, e questo perché pro-prio le stesse società permettono la formazione e la successiva i-stituzionalizzazione di molte altre specificità che potremmo tran-quillamente definire come extra-giuridiche. Sarebbe infatti utile riprendere in considerazione l’esigenza originaria che ha fatto da schermo a questo problema, quella cioè che intendeva la punizio-ne come un problema sociale e non solo penale. E questa esigenza comporta ovviamente uno spostamento di oggetti su problemi sempre più specifici come quello, ad esempio, di stabilire «il perché si punisce?», oppure del «perché si punisce in un determinato modo?», oppure - e la domanda dovrebbe farci riflettere - «perché si passa da un supplizio ad un impiego del tempo nelle procedure di condanna?». Perché la «prigione», che viene da lontano almeno negli intenti umani attraverso l’esperienza delle pratiche religiose monastiche, è però recentissima come scelta giuridica oculata atta alla punizione, alla certezza della pena. La prigione data appena duecento anni. E allora queste domande che non possono, se ci pensiamo bene, semplicemente riguardare il diritto o le istituzioni di controllo poliziesco deputate ad esso, sono domande che infondo toccano il come una società viene condotta, complessivamente, dalle sue componenti sociali total-mente prese in considerazione. Sarebbe, dunque, una risposta della società come organismo che reagisce a se stessa. Inoltre, questa è una esigenza che cercherebbe di capire - e fu questo, credo, il vero leit motiv di Foucault - cosa sia stata la nostra modernità in un preciso momento, quale sia stata la razionalità politica che l’ha formata ma, naturalmente, è stata anche l’esigenza di capire cosa sia rimasto oggi di questa modernità che ci domina an-cora secondo modelli mentali non dissimili da quelli di ieri. Sor-vegliare e punire si alimenta più del presente che non del passato, sarebbe meglio tenerlo sempre presente e non equivocare sulla sua natura di ‘libro-esperienza’. Ora, storicamente proprio dall’Italia e proprio a partire dal XVIII secolo con Beccaria si comincia a parlare più specificatamente di un carattere essenzial-mente correttivo della pena, con una particolare tendenza nel cercare di, per così dire, adattare i castighi ai colpevoli. Processo di adattamento che si accentua e si consolida proprio nel XIX se-colo, e più concretamente quando, a partire da alcune teorizza-zioni del grande giurista francese Charles Lucas padre della ri-forma penale francese del 1838, si riattualizza un nuovo movi-mento di ‘riforma’ dopo i dibattiti medici e amministrativi degli anni ’40 del XIX secolo. La pena comincia ad essere vista come una condizione punitiva necessaria nel sistema penale che si presenta, però, molto meno accentuata dal lato fisico, e la qual cosa spiegherebbe un secondo fatto come storicamente singolare: la scomparsa del corpo come principale luogo della repressione penale, anche se esso però non scompare del tutto dalla scena giuri-dica come dalla sua rappresentazione simbolica nella società, perché assumerà molte altre specificità più peculiari, secondo me, e più pericolose quanto a conseguenze politiche per la definizione di una possibile “storia politica del corpo e dei castighi”. Infatti, non è un caso che all’ interno della giurisprudenza penale di tutto il XIX secolo due appaiono essere stati i fenomeni che si sono e-videnziati con più frequenza: da un lato la scomparsa dello spet-tacolo della punizione, tanto che la punizione a partire da questo momento tenderà a diventare la parte più nascosta dell’ intero processo penale; mentre dall’altro lato si avrà la certezza di essere puniti, antico motivo di Beccaria e dei vecchi riformatori del ‘700, tanto che la giustizia non si addosserà più pubblicamente quella quantità di violenza che, peraltro, è intimamente legata al suo e-sercizio in modo arbitrario - come è del tutto evidente nel suppli-zio nel campo delle punizioni cosiddette ‘visive’. Così facendo, il fatto che essa, punendo, sia indotta ad uccidere, in un certo senso riscrive le proprie procedure morali di conduzione processuale e di giudizio, tanto che l’«uccidere» attraverso la giustizia e secon-do giustizia diventa semplicemente un elemento intrinseco al sistema penale stesso: sarà la condanna e solo questa a diventare simbolo e marchio infamante per il condannato. Così è proprio per questo semplice motivo che, per comprendere cosa e perché si punisce, Foucault si è posto, e dunque ci pone, la domanda più controversa riguardo la questione penale, cioè «come si punisce?», del come si sia potuta operare una inversione di tendenza tale da permettere, se mi è consentito, una vera e propria interru-zione di senso, storica e psicologica insieme, fra “senso” e “ogget-to” scientifico studiato. E si spiega sempre in questi termini il perché, per poter comprendere il fenomeno, che non è solo giuridico intendiamoci, «pena-prigione-corpo», si sia dovuto necessariamente spostare l’attenzione, per così dire, non tanto sulle sem-plici istituzioni o sulle giustificazioni teoriche che, per forza di cose, le sorreggevano dal basso, quanto sulle pratiche sociali e cul-turali che hanno permesso la proliferazione di questo discorso sulla questione penale. E queste pratiche, prese nella loro complessità, non sono semplicemente imposte da una singola istitu-zione forte, politicamente forte, oppure formulate da una precisa ideologia di base: esse hanno ai miei occhi una certa logica, una certa ragione interna perché si fondano su una determinata “Ratio” che la società politica nel suo complesso permette. In questo senso, allora, la pratica di questa Ratio sarebbe auspicabi-le considerarla come il luogo o i luoghi nel quale o nei quali viene ad unirsi inscindibilmente “ciò che si dice e ciò che si fa concre-tamente: i progetti e le realtà di fatto”. Ecco perché emerge mol-to chiaramente il singolare fatto che dai dibattiti storici e politici europei tra il 1830 e 1850 fondamentalmente incentrati sul pro-blema carcerario, e orientati a definire una precisa pedagogia di-sciplinare sulle persone, si è voluto ricercare la ragione della pratica dell’imprigionamento e della parallela costituzione di una «medicalizzazione della delinquenza» come un suo correlato ne-cessario, cosa che è, se mi è consentito dire, molto diversa dal vo-ler fare la storia dell’istituzione prigione. E questo in termini di analisi non di ideologia.
Ciò che ha cercato di fare Foucault è stato, a mio parere, proprio quello di capire come e perché all’interno dei discorsi sul-la prigione sia stato possibile rilevare l’esigenza di un pratica an-tica quanto l’uomo, come è appunto la reclusione, e - questo è il problema - considerarla come naturale. Ecco perché, entro certi limiti, questo problema è stato anche un’analisi intorno alla im-possibilità della riforma penale dall’interno del sistema, cosa che Foucault ha sempre posto come impossibile: questo carcere non ha alcuna possibilità di riforma, come non l’ha l’utopia della ria-bilitazione, dobbiamo di nuovo farci ricacciare in questa ideologia di fondo? Il carcere, questo fu il vero scandalo posto da Sorve-gliare e punire in modo pressoché agghiacciante, funziona benis-simo così come è, anche attraverso le sue più evidenti disfunzioni perché «fabbrica la delinquenza» come “agente dell’ illegalismo dei gruppi dominanti» . Il suo non è uno scacco o un fallimento come i puristi del diritto pensano da almeno centocinquant’anni in qua, ma produce un collegamento logico, funzionale tra un’ i-stituzione ed una tecnologia di potere per operare modificazioni antropologiche a fini economici, politici e disciplinari. Nulla di più, nulla di meno. Il carcere sta in piedi perché serve politica-mente.
3. E’ possibile riabilitare qualcuno?
Dunque, si diceva, che il problema «carcere-riabilitazione» ritorna nel senso che si è cercato di far emergere una singolarità procedurale molto dibattuta nell’arco di questi due secoli tanto a livello amministrativo che medico, o meglio si è cercato di mo-strare che un fatto storico e politico determinato come si presen-tava l’imprigionamento non era poi così necessario se lo si fosse guardato proprio dal lato - peraltro voluto da chi gestiva il potere - della rieducazione; che, insomma, non era poi tanto evidente che la sola cosa da fare con i delinquenti, con i pazzi oppure i per-versi fosse semplicemente quella di rinchiuderli con il chiaro in-tento di trasformare la loro “natura”. Che il valore politico, socia-le, ideologico della rieducazione, insomma, così intensamente ri-cercata nei dibattiti giuridici, politici e filantropici come negli stessi testi medici del tempo tra il 1830 e il 1890, mal si addiceva ad una pratica violenta - per quanto per alcuni comunque neces-saria - come quella dell' «imprigionamento». E tutto questo per-ché la "Ratio" di cui parla Foucault, lo schema razionale che si ri-trova nella prigione e nella medicina psichiatrica, non è per nulla un insieme privilegiato di principi generali che l'indagatore, nel suo esercizio, potrebbe e dovrebbe riscoprire grazie ad interpreta-zioni successive e cumulative: a ben vedere questa "Ratio" è pro-prio circoscritta a programmi espliciti e che possono andare, per esempio, da prescrizioni per organizzare istituzioni, a prescrizioni per impiegare spazi oppure a prescrizioni per regolare i compor-tamenti o trattati di sociologia medica: l'unico ideale di essi, si può dire, è e rimane paradossalmente quello di giustificarsi come programmazione. Il programma di un ‘arcipelago carcerario’ a cui le società politiche sono destinate a guardare per salvaguarda-re se stesse da ciò che esse producono. Per cui, inutile dirlo, il vullus di cui questa singolare Ratio si alimenta è proprio tutto quell’insieme del disciplinamento umano, che va dalla sorve-glianza al controllo dei singoli comportamenti umani, per cui perché stupirsi ad un certo punto di questo ideologico controllo? Del resto come disse Foucault “è la possibilità di controllo che fa nascere l'idea di fine. Ora, l'umanità non ha in realtà dei fini, funziona, controlla il proprio funzionamento, e fa sorgere ad ogni istante giustificazioni a questo controllo”. Questa "Ratio", dunque, intesa come una pratica, stabilisce non tanto l’ideal tipus che sarebbe l’ individuo impresso nella disciplina, ma la connes-sione tra tecniche diverse le quali, a loro volta, sono obbligate a rispondere a obbiettivi locali come è il caso della prigione, della scuola, dell'esercito o dell'ospedale, secondo la strategia di una produzione-induzione del controllo.
4. Il corpo come luogo della pena
Tornando a noi, dunque, appare evidente che il 'corpo' come oggetto su cui imprimere significati ideologici assumerà, d’ora in poi e soprattutto all'interno della pena, altri significati, direi una nuova organizzazione di segni e di ostacoli codificati dai codici penali e dalle rappresentazioni sociali. Questo perché non è che il corpo in sé stesso non subisca più alcun tipo di atto violento - in-fatti la prigione, i lavori forzati, il bagno penale e così via sono tutte modalità che occupano un posto importante nei sistemi pe-nitenziari e pedagogici moderni e sono da annoverarsi come pene fisiche - più semplicemente il corpo, come nuovo oggetto di sape-re, viene caricato di nuovi "effetti" proprio per poter raggiungere qualcosa che non è il corpo medesimo. Difatti, il rapporto tra il castigo e il corpo non ha più alcuna somiglianza con quello che emergeva dal supplizio: questo nuovo corpo si trova ora in posi-zione di perfetto strumento. Non è un caso che quando si inter-viene su di esso, rinchiudendolo o facendolo lavorare per esem-pio, lo si fa proprio per privare l'individuo di una metafisica «li-bertà» considerata tanto un diritto, quanto un bene facendola di-ventare un costo sociale. E’ ovvio dunque pensare che il corpo sia diventato, così, un sistema di privazioni e di costrizioni: il dolore fisico non è più un elemento costitutivo e fondante la pena, è semplicemente una sua modalità interna di conduzione. Ed è proprio per questo singolarissimo effetto interno che, come os-servava giustamente Foucault, un insieme di tecnici del sapere pratico ha dato il cambio alla figura del boia: sorveglianti, medici, cappellani, psichiatri, psicologi, educatori sono i nuovi controllori del potere. A partire da queste direttive si palesa un consistente allentamento della presa sul corpo, ma non alla sua totale elimi-nazione che non avverrà mai: la pena si concentra su di un ogget-to penale preciso, la perdita di un bene o di un diritto, anche se alcune pene - come i lavori forzati ad esempio - hanno sempre funzionato con un determinato supplemento di punizione che concerne il corpo - guardiamo, ad esempio quelle pratiche come il razionamento alimentare, la privazione sessuale, le percosse, le celle di isolamento. Con ogni probabilità queste sono conseguen-ze, per l' aspetto detentivo, sostanzialmente inevitabili poiché il sistema della prigione ha sempre comportato, e comporta anche oggi evidentemente, una certa quantità di sofferenza fisica, tanto che uno dei postulati di fondo del sistema di reclusione che il XIX secolo proporrà è proprio quello di stabilire che sia giusto che un condannato debba soffrire più degli altri uomini. Ora, l'attenuarsi della severità penale è quasi sempre stata considerata, global-mente, come un puro fenomeno storico di tipo quantitativo: dun-que meno crudeltà, meno sofferenza; e fu proprio a partire da questo fenomeno storico di tipo quantitativo che incominciò a farsi largo il concetto di maggiore umanità che attestiamo ai ri-formatori del ‘700. Solo che queste evidenti modificazioni interne delle procedure giuridiche sono sempre accompagnate da uno spostamento dell'oggetto stesso nell’operazione punitiva: è, in al-tre parole, uno spostamento di applicazione dall'«oggetto corpo» all'«oggetto anima» del condannato. Gli effetti che questo cam-biamento provoca, permettono una perentoria sostituzione di og-getti quali la definizione dei reati, la stessa gerarchia di questi che si modifica velocemente tanto che alcuni crimini cessano col tempo di essere considerati come tali. E così sempre sarà. Sem-bra, ad una prima lettura, che quello che cambi in profondità, al di sotto delle coscienze dice Foucault, sia proprio l'«oggetto delit-to» o, per essere ancora più precisi, gli elementi che si modificano sono la qualità, la natura e la sostanza di cui è fatto l’ elemento punibile
5. «Fabbricare la delinquenza»: scacco o progetto della politica?
Infatti, come Foucault ha ben mostrato storicamente secon-do me e della qual cosa non dubito affatto, sotto il nome di crimi-ni e di delitti si giudicano certamente oggetti giuridici definiti dai codici penali, ma si giudicano anche istinti, anomalie, perversio-ni: attraverso le aggressioni si puniscono delle aggressività. E forse più le aggressività che non le aggressioni, di cui sono lo sfondo più scuro. Ora, queste specificità nascoste dietro ai singoli reati così come agli elementi singoli della causa giuridica, rappre-sentano secondo l’autore francese quelle specificità che mag-giormente vengono individuate, giudicate e punite; esse faranno entrare all'interno del verdetto, oltre agli elementi che si sogliono definire circostanziali dell'atto, anche qualcosa d'altro che appare - a prima vista e ad occhi non ancora sufficientemente esperti - come non giuridicamente qualificabile: la conoscenza del crimi-nale, appunto. E questo rappresenta il vero obiettivo di Sorve-gliare e punire, la sua denuncia in termini politici. In questo mo-do sotto il pretesto di spiegare un atto, questo nuovo elemento non fa altro - grazie a queste stesse specificità - che qualificare un individuo: è il rapporto ormai contiguo tra la medicina e la giuri-sprudenza. Per questo motivo si può dire con Foucault che l' «a-nima» del criminale è invocata in tribunale non solo - e non tanto - per spiegare il crimine commesso, ma viene invocata anche per-ché - se non soprattutto direi - si cerca scientificamente di giudi-care di nuovo e secondo i dettami di una vecchia concezione filo-sofica proprio l'«anima sostanza» del criminale con il crimine stesso e, successivamente, di prenderlo in carico nella punizione. In questo senso, nel rituale della pena - che va dall'istruttoria alla sentenza finale secondo i suoi gradi di giudizio - è stato improvvi-samente introdotto un insieme specifico di nuovi oggetti che, so-stiene acutamente Foucault, raddoppiano e dissociano proprio quelli giuridicamente già definititi e codificati dal diritto; e pro-prio in questi interstizi, il ruolo della perizia psichiatrica, quello del medico e il ruolo dell'antropologia criminale - poi psicopato-logia forense - evidenziano con vigore le loro funzioni: questo perché inscrivendo le infrazioni nel campo degli oggetti possibili e passibili di conoscenza scientifica, esse permettono di garantire ai meccanismi della punizione legale una presa materiale che è giustificabile non solo dal lato delle infrazioni ma, anche, dagli stessi individui, specificando ciò che sono dopo aver visto ciò che erano, possono essere, eventualmente saranno, grazie all'aiuto di scienziati che, dell'individuo che delinque, cominciano a tracciare la linea evolutiva e i possibili errori di sviluppo in campo genetico come, ad esempio, l’antropologia criminale di Lombroso manife-stava nel XIX secolo. Risulta vera, dunque, la provocazione solle-vata da Foucault che vedeva i giudici come dei tecnici che si erano messi a giudicare qualcosa di profondamente diverso dai reati, ovvero si erano messi a giudicare l'anima e i comportamenti etici. Non è superfluo, né fuori luogo precisare che, dentro la modalità della procedura di giudizio, vengono ad inserirsi altri tipi di valu-tazione che, per così dire ed entro certi limiti, modificano le rego-le di elaborazione. Per cui le tre condizioni che, da sempre, per-mettevano di fondare un giudizio di verità e di valore del fatto criminale, ovvero la conoscenza della infrazione, la conoscenza del responsabile, la conoscenza della legge, oggi esse vedono in-serirsi nel giudizio penale un nuovo procedimento di ricerca della verità: del delitto si cerca di stabilire le cause, le singole o generali specificità, le motivazioni; si cerca di stabilire a quale livello o semplice campo di realtà sia necessario inscriverlo e, seconda-riamente, stabilire quale tipo di misura sarebbe opportuno attri-buirgli in termini di carcerazione. Sono tutti giudizi di valore, diagnostici, normativi del criminale che, per così dire, vengono ad inserirsi ad hoc nel giudizio penale.
6. Il procedimento penale
Lungo l'arco di tempo del procedimento penale, ma anche nella stessa esecuzione della pena, si formano per poi vivere in uno stato di quasi perfetta simbiosi un insieme di istanze annes-se, le quali solo successivamente vivranno per conto proprio. E-sperti psichiatri, magistrati, educatori, funzionari dell'ammini-strazione, suddividono il potere legale di punire in tanti piccoli momenti, tanto che se è vero che nessuno di essi - singolarmente preso - condivide realmente il diritto specifico di giudicare è, pe-rò, altrettanto vero che ciò che viene posto nelle loro mani e la-sciato al loro giudizio, sono dei veri e propri meccanismi di puni-zione legale, sulle cui specificità non sussistono più dubbi: se sa-ranno in questo senso delle “istanze annesse” è un altro proble-ma, pur tuttavia saranno formalmente riconosciute nel loro pote-re di giudicare. Ecco perché si dice che il potere di giudicare è sta-to trasferito, in parte, ad istanze diverse da quelle dei giudici che avrebbero dovuto giudicare del solo reato.
Tutto ciò ci mostra che la complessiva operazione penale viene, per così dire, appesantita da elementi extra-giuridici, tali da far pensare che se essa - come giustizia penale - si carica di tut-ti questi elementi extra-giuridici la vera ragione è perché intende farli funzionare all'interno dell'operazione penale proprio come elementi non-giuridici; è per evitare che questa operazione pena-le si mostri agli occhi della gente e dei non tecnici come sola e semplice punizione legale, proprio quando essa stessa si fa carico di un aspetto - forse velleitario? credo di sì - educativo: sono, quindi, puri e semplici mezzi costruiti appositamente per discol-pare, come sostiene Foucault, il giudice dall'essere solo colui che castiga e - se proprio si vuol dar loro una funzione programmati-ca positiva - servono per dissociare una parte di potere che, pur tuttavia, gli è proprio. Entro certi limiti si può benissimo afferma-re che la 'giustizia criminale' si giustifica, all'opinione pubblica, per la sua innegabile utilità sociale proprio grazie a questo pecu-liare riferirsi a qualcosa di diverso e, quindi, un riscriversi in si-stemi specificatamente non-giuridici.
Diventa perciò significativo desumere che, per questa ver-sione dei fatti, sotto l’accresciuta «dolcezza dei castighi» e questo da Beccaria in poi - in ciò Foucault vede giusto - è lecito ritrovare un vero e, per certi versi, astuto spostamento del punto di appli-cazione degli stessi castighi; spostamento che nel suo attualizzarsi mette in moto tutto un nuovo campo di oggetti sia di sapere, sia di potere: è la nascita di una nuova "anatomia politica" del pote-re (e non solo di punire) che Foucault ci invita a modulare secon-do l’espletamento di quattro regole fondamentali per la com-prensione del fenomeno punizione. Brevemente:
Regola prima: sarebbe un errore di metodo centrare total-mente lo studio dei meccanismi punitivi solo sugli effetti repres-sivi, mentre sarebbe utile ricollocare questi stessi effetti in tutta una serie di contro-effetti positivi che questi ultimi sono in grado di produrre o semplicemente indurre;
Regola seconda: è necessario analizzare i metodi punitivi non solo come semplici conseguenze delle regole del diritto, bensì come tecniche che possiedono una specificità propria nel campo più generale dei processi di potere;
Regola terza: è necessario trattare la storia del diritto pena-le e quella correlativa delle scienze umane: cercare nella loro commistione se non esista una matrice comune;
Regola quarta: anche in questo caso è necessario indagare se l' ingresso dell'anima nella giustizia penale e, con esso, l'in-gresso nella pratica giudiziaria di tutto un sapere scientifico, non sia invece l’ effetto di una più profonda trasformazione del modo in cui il corpo stesso viene investito dai rapporti di potere.
7. Il principio di Mably: «L’anima, prigione del cor-po». Prodotto o effetto del potere?
Delle quattro regole fondamentali dell'impianto, quelle alle quali ci dovremmo attenere con scrupoloso riguardo sono la terza e la quarta: sono quelle che riguardano l'utilità metodologica che le scienze umane possono offrire ad indagini di questo tipo e, so-prattutto, quella che vede l'anima «prodotto» ed «effetto» di un nuovo modo in cui il potere investe il corpo. Sono sostanzialmen-te concorde con Foucault quando sostiene che la figura ontologica dell’ anima-sostanza in base ad una primigenia concezione filo-sofica che, in parte, ancora 'resiste' non sia niente altro, invece, che "un ‘prodotto’ della struttura categoriale del sapere" o, per essere ancora più espliciti, l'anima - o quel fascio di relazioni a cui noi dopo diamo il concetto di 'anima' - deve necessariamente con-figurarsi come "l'elemento dove si articolano gli effetti di un cer-to tipo di potere e il riferimento di un sapere".
Essa insomma diventa l'ingranaggio per mezzo del quale le relazioni di potere sono successivamente in grado di dar luogo ad un sapere possibile e, dall'altro canto, è anche il 'luogo' dal quale il sapere rinnova e rafforza gli effetti di potere.
Per questo motivo, allora, se l'anima è come vuole Foucault - ripetendo il principio di Mably - “la prigione del corpo” e il carcere, come istituzione, non è altro che il segno esteriore di questo assoggettamento politico del corpo - e che, in un certo senso, è già esercitato nel momento in cui viene reinventata l'a-nima - si intuisce molto chiaramente, allora, non solo che l'anima ed il carcere siano le due facce della stessa medaglia, una specie di Giano bifronte ma, anche, il perché l'anima in sé non sia fallibi-le, punibile per ragioni strettamente inerenti al fatto di possedere una capacità di 'scelta' - cioè, come a dire, di essere "anima" ap-punto - bensì per ragioni particolari che si riferiscono alla “natu-ra della causa storica che l'ha prodotta”, causa che per Foucault coincide - e questa è la novità qualitativamente più audace dell’ analisi - con il funzionamento di un meccanismo di potere che si esercita su coloro che vengono tanto puniti, quanto sorvegliati: in un certo senso, Foucault sembra proporci l’idea che la fallibilità dell'individuo non è niente altro che un effetto prodotto proprio dalle procedure di sorveglianza e di punizione. Per cui una consi-derazione che sembra uscire da questo tipo di ricostruzione in-centrata sulla tecnologia politica del corpo, è proprio data dal fat-to che l’oggetto-corpo così percepito è totalmente immerso nello spazio disegnato da un campo politico preciso, nel senso che i rapporti di potere devono necessariamente operare su di lui una presa; devono investirlo, renderlo docile, conoscerlo scientifica-mente, addestrarlo. In una parola: devono governarlo.
Ed è altrettanto vero che tale investimento politico del e sul corpo è sostanzialmente legato alla sua utilizzazione economica, tanto che diventa forza utile alle relazioni di potere o a chi lo ge-stisce nel momento in cui il corpo è, nello stesso tempo, corpo produttivo e corpo assoggettato. Cosa che il capitalismo intuì immediatamente come aspetto funzionale alle sue esigenze. Ov-vio pensare, secondo questi schemi mentali, che la punizione come puro oggetto politico, simbolico e materiale, sia inflitta per motivi che non rientrano affatto nella sfera del dovere, bensì in quella del potere: non è una novità che le relazioni di "potere" e di "sapere" che investono i corpi umani e li assoggettano costituen-doli in puri oggetti di sapere, organizzano anche la specificità del-l'anatomia politica foucaultiana.
8. Il «corpo docile»
Ora, questo fenomeno di assoggettamento non avviene semplicemente attraverso l'utilizzazione dei mezzi di coercizione - quindi esclusivamente violenti - oppure tramite il sottile uso dell' ideologia; questo assoggettamento può anche essere espressa-mente 'diretto', e perciò 'fisico', pur non essendo 'violento' nei confronti del corpo. Le pratiche penali sono necessariamente da considerarsi come uno - ma non necessariamente l'unico - dei ca-pitoli di una più generale anatomia politica storica della società di cui sarebbe utile fare la genealogia e la storia. Questo è un aspetto del lavoro di Foucault che si è compreso molto poco, a quanto sembra. Non si soppesa mai abbastanza la radice storica dei suoi lavori, come se l’ uso che egli fa della storia - certamente in modo originale - sia sempre scomodo o arbitrario. Ed in questa anato-mia politica, dicevo, l'oggetto scientifico del corpo del condannato ha un suo posto particolare, privilegiato, anche all' interno del sapere: il corpo del condannato rappresenta la figura simmetrica ma anche inversa del potere di punire, il suo “meno di potere”; ha, al suo interno, un preciso stato giuridico che, però, non rap-presenta affatto come nel caso del potere giudiziario il “di più” di potere - legalizzato e codificato dalle strutture di sapere - ma co-me dicevo il “meno” di potere: "meno di potere che provoca lo sdoppiamento del corpo dominato, con cui si determina la na-scita dell'anima, e che quindi si configura come "corpo minimo", tanto minimo da essere "incorporeo". Lo sdoppiamento che vie-ne a prodursi - questo «incorporeo», insomma, di cui Foucault parla con insistenza - può ben definirsi anche come anima pro-prio per via delle procedure di comportamento che essa impone. Appare evidente, allora, che l'orizzonte categoriale dentro il quale si colloca il problema «anima» non può essere quello della so-stanza, bensì quello della relazione: è una realtà che esiste solo in quanto si riferisce al rapporto potere-sapere, che rappresenta la sua ragione di esistenza. Si spiega in questi termini perché lo stu-dio di quella che è chiamata da Foucault la "microfisica" del si-stema di potere potrebbe essere anche vista, entro certi limiti de-finibili a priori, come un elemento fondante per lo studio e la comprensione di una possibile “genealogia dell'anima moderna” che è il sostrato filosofico di Sorvegliare e punire definendo, formalmente, che nell'anima si scorgerebbe il correlativo - anche attuale, se vogliamo – di una determinata tecnologia del potere di punire. Mi sembra difficile smentire Foucault su questo punto perché è su ciò che la rieducazione fa leva.
Quello che intendo sostenere con Foucault è il fatto che quest'anima ha, in un certo senso, origine proprio dalle procedu-re moderne di punizione, di sorveglianza e di costrizione e non dalle capacità auto-propositive dell’individuo di interrogarsi, di avere un libero arbitrio. Questa anima, che abbiamo visto essere incorporea ma, nel contempo, anche reale non viene concepita come una sostanza, ma come un elemento su cui si articolano gli effetti di un altro tipo di potere come preciso riferimento di un sapere. E ciò che appare singolare è proprio il fatto che su questa «realtà riferimento» che è diventata l'anima si costruiscono - co-me se fossero delle proprie giustificazioni - concetti per molti ver-si difformi fra loro, come psiche, soggettività, personalità, co-scienza, che sono tutte valutazioni morali dalle quali si è cercato di far partire una rivendicazione morale umanitaria per l'uomo moderno, non riuscendo a capire che i giochi su di lui si stavano svolgendo in altri luoghi, non certamente in quel luogo. Questo è diventato, grazie a Foucault, un elemento di profonda novità nel panorama della storia delle pratiche di imprigionamento di cui prima non si conosceva l’esistenza concreta, e negare questa no-vità significa in parte travisare il problema di cui nessuno ha, al momento, la soluzione. Per questo la ‘questione-prigione’ è anco-ra presente nelle nostre società senza smentirsi, creando le stesse inquietudini e le stesse identiche soluzioni ideologiche. Al di là delle chiacchiere, i muri sono sempre quelli.
Ferdinando Sabatino

