Informazioni personali

La mia foto
Ferdinando Sabatino, nato a Milano nel 1960 si è laureato in Filosofia morale con Franco Fergnani presso l’Università degli studi di Milano con una tesi sulla medicalizzazione e lo stato giuridico della delinquenza in cui applica le tesi di Foucault nei codici penali pre-unitari fino al codice Zanardelli. Professore di Storia e filosofia e di Filosofia e scienze umane, è esperto nei processi socioculturali delle comunicazioni di massa. Si è interessato al pensiero organizzativo delle strutture industriali, già docente presso la Scuola di specializzazione per l'insegnamento secondario dell’Università degli studi di Milano, ha collaborato con la cattedra di Filosofia morale del Dipartimento di filosofia. Si occupa prevalentemente di storia dei sistemi di pensiero e di fenomeni collettivi, ha studiato le istituzioni totali come forme di potere su cui le società moderne hanno articolato aspetti ideologici di risocializzazione per giungere alle più sofisticate e complesse forme ideologiche contemporanee. Ha orientato recentemente i suoi interessi sui problemi della violenza collettiva ed etnica; sulla questione dei diritti e sul conflitto tra lavoro e capitale.
Powered By Blogger

Wikipedia

Risultati di ricerca

Translate

"...bisogna discernere il rumore sordo e prolungato della battaglia"
Michel Foucault

giovedì 27 febbraio 2020

Alcune riflessioni al tempi del Coronavirus

Alcune riflessioni al tempo del Coronavirus

La surreale situazione in cui siamo stati gettati a nostra insaputa in questi giorni per poi attivare in noi reazioni anche scomposte, ci dovrebbe far porre alcune domande e produrre alcune riflessioni su ciò che accade e del suo inevitabile destino per le conseguenze che provoca, e non solo dal punto di vista pratico. È un po’ come se improvvisamente qualcosa di 'sconosciuto', o semplicemente dimenticato – pensiamo sempre che nell'era moderna della tecnica non ci sia nulla che possa abbatterci perché siamo in grado di controllarlo attraverso (e mano male) la scienza, dimenticando che la storia delle malattie segue sempre il processo evolutivo dell'uomo per cui ad ogni vittoria su qualcosa appare qualcos’altro che ci riporta indietro – ci facesse ricadere nelle barbarie da cui siamo partiti ma di cui troppo facilmente ci siamo dimenticati.  Dice bene Sergio Givone in quel bellissimo, e oggi ad hoc, libro che è Metafisica della peste (editore Einaudi) che la peste è certo un fenomeno di natura che però non può essere spiegato solo su base naturale, esiste in essa qualcosa che riconduce al destino (concetto che non amo devo dire), una sorta di maledizione che piomba tristemente sull’umanità intera come una colpa senza colpa, una specie di disincantamento che riporta l'uomo a confrontarsi con se stesso e le proprie paure. Se la biologia ci spiega ormai tecnicamente cosa essa sia senza lasciare ombra di ignoranza sulla sua consistenza, è altrettanto vero che essa come tutte le malattie che improvvisamente appaiono e scompaiono al nostro orizzonte ci riportano sulla scena del mondo sotto la metafora dell'epidemia, del contagio, dell'infezione. Una maledizione che riguarda l'uomo e la sua storia dunque. Un valore simbolico che svuota di senso il significato del nostro esistere nel mondo. Se la peste, o qualsiasi altra forma di epidemia riguardasse solo la loro eziologia, sarebbero solo una malattia che avrebbe un decorso fino al suo esaurirsi, un picco di infezione e poi il ritorno alla normalità, un’emivita spiegabile e umanamente comprensibile. Forse. Ma dietro ogni peste, dietro ad ogni contagio c’è un di più di significato che riguarda qualcosa della nostra natura e come ad essa rimandiamo. La letteratura da sempre lo ha capito: l'Iliade, Lucrezio, Anassimandro, Manzoni, Dostoevskij, Leopardi, Camus, Saramago potrei continuare ce lo hanno comunicato da sempre. La peste attraverso il contagio chiama l'uomo e lo costringe a piegarsi dentro sé. In questo senso, come ho detto prima, la peste, ogni peste e dunque anche il Coronavirus che viene trattato come la peste e che certamente non è, è una metafora e come ogni metafora propone una morale dietro le sue sembianze. Mi piace la frase di Givone: la peste chiama, mette di fronte a una alternativa: “se restare o fuggire”. E in questo fuggire il tradimento verso chi resta, la paura di chi rimane. Tra senso di colpa e paura della morte. Ogni epidemia ci costringe a ragione sulla nostra fallibilità, sulla nostra incompletezza, biologica e sociale, che riporta la questione più che sulla metafisica (che onestamente non amo) sulla natura dei comportamenti dell'uomo, sulla sua capacità di essere il male ma anche colui che sconfigge il male. Il male dentro di sé, il male fuori di sé. Infatti, Givone osserva, parlando di Jaspers e del suo profondo ragionamento sul senso di colpa del popolo tedesco su quella peste che è stato il nazismo, secondo me molto bene, che se la colpa non ha un carattere destinale, un rapporto con un destino preciso, allora scade a cosa che riguarda la psicologia ma se il destino dovesse escludere la colpa (e dunque della possibilità di appropriarsene e farsene carico) allora il destino apparirebbe solo come assurdo e insensato. Forse un falso dilemma. Forse. Ma noi ce lo chiediamo, e per questo siamo uomini, di fede o di poca fede non importa, e ciò ci riguarda intrinsecamente. La peste è fra noi perché è sempre stata qui, la peste siamo noi, e paradossalmente siamo anche l'antidoto, infezione e cura nello stesso tempo. È questo che fa dell'epidemia una metafora precisa della nostra vita: pensandola solo come una malattia ci comporteremmo come fa il dottor Rieux il protagonista della Peste di  Camus, ovvero trovare un punto di vista neutrale poiché il suo compito è solo salvare l'uomo: ”La salvezza dell'uomo è una espressione troppo grande per me. Io non vedo così lontano.”  Epperò nel suo manifestarsi, la peste racconta, molto più che insegnare, di noi, nel punto in cui l'intelligenza abdica al suo compito per lasciare spazio alla comprensione delle ragioni del suo manifestarsi, del perché ogni volta che compare qualcosa che possa essere assimilata alla peste noi ci comportiamo così, una umanità bestiale che “non vede" ma che per ciò stesso declina tutte le proprie qualità peggiori. Come l’umanità descritta da Saramago in Cecità. Giusto o sbagliato che sia, la peste ha un merito come afferma padre Paneloux nel suo impossibile dialogo con Rieux nella Peste: la peste (metafora della vita) è da sempre lo strumento per mezzo del quale Dio costringe l'uomo a mettersi in ginocchio e a riconoscere ciò che l'uomo si rifiuta di riconoscere: che il male c’è da sempre e che è ovunque ma soprattutto in lui.  E se non lo vede è perché non vuole vederlo. Tutto qui. Scopriamo così perché ogni epidemia, in fondo, ci riporta al senso di verità e dunque alla riflessione autentica, come quella di padre Paneloux “È venuto il momento di riflettere". Una riflessione che porta allo stravolgimento della situazione perché saper vedere dentro di sé può e forse deve condurci alla salvezza, fuori dalla ‘cecità' metafisica dell’umanità bestiale, ma all’umanità interiore di chi, a fatica, ha saputo superare i propri limiti e le proprie paure per “vedere lontano" È Camus che afferma che la peste “di per sé è poca cosa", essa riguarda il non essere dell'uomo, dei suoi contorni opachi e viziati da una umanità insulsa e inconcludente: per quanto l'insofferenza sia in fondo inammissibile essa ha però un senso profondo quello di dare corpo alla vita che siamo e a come vigliamo viverla. Questa breve e forse incompleta riflessione, mi porta a quello che tristemente vediamo in questi giorni, in queste ore e che non mi sento di definire solo assurdo. Stabilito cosa sia il Coronavirus, il problema è la natura veloce del contagio. Troppo facile affermare che le morti riguardano persone anziane malate, non curanti del dolore di chi queste morti ha vissute. Questa è una verità banale poiché anche le semplici influenze portano dietro di sé lutti di persone anziane. Il punto non mi sembra quello. Non generare allarmismi non deve condurci al pressappochismo di comodo. Naturale che qualche esagerazione ci sia stata, troppa fretta e sconclusionate modalità di procedure che hanno fatto capire più che altro la presa in contropiede su qualcosa che si conosce poco e di cui si deve aver paura. Guardiamo alla scelta delle diverse ordinanze regionali: giusto chiudere o no?  Se le guardiamo da un certo punto di vista, la scelta è di buon senso anche se è stata a tratti gestita male. Se il problema non è la pericolosità di questa influenza in termini di mortalità (ci dicono intorno al 2%) ma il contagio veloce che è in grado di produrre, allora il problema si sposta sul come siamo in grado o meno di amministrare questa malattia. Mi spiego meglio: se, ammettiamo, questo Coronavirus fosse in grado per esempio di contagiare solo il 5% della popolazione, moltiplicate per il numero della nostra popolazione e avrete comunque un numero tale di infettati in grado di far collassare il nostro sistema ospedaliero. In termini pratici potrebbero i nostri ospedali far fronte a questa necessità?  Su ospedali che una politica ultra liberista esercitata negli ultima venti anni ha provocato solo tagli alla sanità indebolendo le nostre eccellenze, non per colpa dei medici o di chi opera in queste condizioni ma della politica che, per ragioni di risparmio, ha maldestramente tagliato, dando soldi alla sanità privata. Tranquilli che quando ne usciremo, lo avremo fatto grazie alla sanità pubblica. Dunque, si poteva forse gestire meglio l'emergenza questo va da sé, ma se questo è il problema (il contagio che è veloce) allora i provvedimenti sono corretti e dovrebbero continuare ancora un po', almeno quindici giorni visto che i tempi di incubazione sono questi. I benefici di ciò dovremmo vederli nell'arco delle prossime tre settimane. Se invece pensiamo, come qualcuno credo pensi, che queste chiusure sono solo 'giorni di vacanza' regalate a qualcuno allora non solo siamo fuori strada, ma ragioni diciamo economiche prendono il posto della profilassi sociale, senza immaginare che da questa crisi non ne usciremo cosi brevemente come si crede. Fa un po’ specie sentire discettare illustri e meno illustri virologi che dissentono sulla più o meno pericolosità del Coronavirus, perché credo non si rendano conto che la loro opposta visione scientifica sul problema non fa altro che rendere le persone ancora più timorose e dubbiose lasciando fare il resto alla ignoranza della gente. Come è possibile che su una semplice (per alcuni) influenza si abbiano visioni così distanti? Non è la riprova che forse tutto non conosciamo e che forse la prudenza dovrebbe essere la scelta politica migliore visto, su questo sono tutti concordi, la velocità del contagio?
Dunque, se si dovesse scegliere, come credo, di procedere al semaforo verde settimana prossima quando avremo da lì in avanti il picco del contagio, allora non solo i sacrifici fatti in questa settimana surreale saranno inutili ma vedremo alzarsi i casi di contagio da Coronavirus  in modo esponenziale causando danni economici e sociali maggiori. A meno che non siano tutte fake news, e allora non esiste nessun Coronavirus che impervia sulle nostre teste come un destino epocale e tremendo, lasciandoci la sgradevole sensazione che siamo governati da sprovveduti o incapaci (la scelta è ovviamente soggettiva) che non meritano il posto che hanno e che noi abbiamo dato loro (fino a un certo punto), e che forse gli illustri e meno illustri virologi sarebbe meglio che stazionassero nei loro laboratori anziché nelle trasmissioni così da poterci offrire una risposta comune e condivisibile su un problema che è, o dovrebbe essere, l'oggetto della loro ricerca senza faziosità di parte o colori politici di sorta. Non è chiedere troppo. Anche così si combatte la peste. O il Coronavirus.