martedì 17 marzo 2020
Qualche pasticcio di Agamben
Si può dire che Agamben abbia preso una cantonata? L'analisi sulle conseguenze del panico posso anche capirle astrattamente, se non fosse che è proprio l'inizio dell'analisi da cui parte Agamben che disturba: pensare che si sia diffuso e generato il panico tout court. E questo genera necessariamente in chi lo legge l'idea che "il creare il panico" sia più importante o funzionale del "panico" stesso. Che ci sia in fondo una strategia nel creare il panico, cosa che non dico che in talune circostanze non sia accaduta ma che nella fattispecie mi sembra lasci il tempo che trova. Il dato sconfortante che, tristemente e nello stesso tempo speranzosi, ogni giorno sentiamo dal bollettino del Governo ci fa ritornare alla mente momenti di guerra, di morti documentate le cui famiglie dovranno tristemente piangere, che lascia poco spazio all'immaginazione o a retro pensieri di sorta: queste sono morti vere, possiamo vedere il dolore uscire dagli stessi televisori, i contagi che aumentano in modo esponenziale non sono percezioni di paure pregresse, ataviche e inconsce: sono la triste realtà di un morbo invisibile che penetra in noi e mette in crisi, come ogni epidemia ha fatto nella storia, i sistemi sociali e le relazioni umane. Che poi si voglia trarre un messaggio "dalla peste e nella peste" che intenda parlare di noi, della nostra natura è tutto un altro discorso che, mi permetta Agamben, è già stato fatto basti pensare a Camus ( La pesta) o a Saramago (Cecità). Ma qui dobbiamo intenderci di cosa stiamo parlando: stiamo parlando di un male invisibile o della percezione di esso? Quello che vediamo, purtroppo, è un desolante panorama di vittime che cadono esponenzialmente per un nemico invisibile. Non sappiamo se nato per mano dell'uomo come qualcuno ha surrettiziamente lasciato intendere (un prodotto della guerra batteriologica che sarà) oppure no, ma sono di morti, di uomini che muoiono che parliamo, esattamente come quelle che Agamben stesso discorreva in Homo sacer, di corpi messi a nudo in tutta la loro realtà, di quando cioè la vita diventa la posta in gioco della politica e questa si trasforma in biopolitica. Certo c'è da verificare se tutto ciò, oggi assolutamente necessario e indifferibile, non possa diventare col tempo, in un processo di svuotamento e di dislocamento dell'emergenza, una normalità che riproporrà quel rapporto costitutivo che tanto interessa Agamben (e non solo lui per la verità) tra nuda vita e potere sovrano. Anche io penso che su questo aspetto prima o poi dovremo misurarci, la questione sicurezza sarà certamente un problema politico da qui in avanti. E non è escluso che chi gestisce il potere questo lo abbia messo in conto portandoci a dover scegliere, a breve, tra una una scelta di libertà oppure ad una di sicurezza. Vedremo. Oggi quello che vediamo innanzi a noi è solo un nemico che passa dentro i nostri corpi senza fare sconti, per cui diventa necessario e obbligatorio fare ciò che va fatto. E sperare.

