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Ferdinando Sabatino, nato a Milano nel 1960 si è laureato in Filosofia morale con Franco Fergnani presso l’Università degli studi di Milano con una tesi sulla medicalizzazione e lo stato giuridico della delinquenza in cui applica le tesi di Foucault nei codici penali pre-unitari fino al codice Zanardelli. Professore di Storia e filosofia e di Filosofia e scienze umane, è esperto nei processi socioculturali delle comunicazioni di massa. Si è interessato al pensiero organizzativo delle strutture industriali, già docente presso la Scuola di specializzazione per l'insegnamento secondario dell’Università degli studi di Milano, ha collaborato con la cattedra di Filosofia morale del Dipartimento di filosofia. Si occupa prevalentemente di storia dei sistemi di pensiero e di fenomeni collettivi, ha studiato le istituzioni totali come forme di potere su cui le società moderne hanno articolato aspetti ideologici di risocializzazione per giungere alle più sofisticate e complesse forme ideologiche contemporanee. Ha orientato recentemente i suoi interessi sui problemi della violenza collettiva ed etnica; sulla questione dei diritti e sul conflitto tra lavoro e capitale.
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"...bisogna discernere il rumore sordo e prolungato della battaglia"
Michel Foucault

sabato 17 luglio 2021

Quando i dati non dicono tutta la verità

 

I dati della recente ricerca Invalsi stanno facendo discutere il mondo politico e anche quello della scuola. Credo non con ragion veduta, comunque partendo da una discutibile premessa che ne inficia le conclusioni. Naturalmente non perché non fotografino una realtà, quanto perché i dati possono essere letti in svariati modi a seconda dei punti di vista da cui si interpreta la realtà. E dato che non siamo come il marziano di Flaiano, possiamo dare anche altre letture di questi stessi dati senza farci  propinare mezze verità come verità assolute perché, come il vecchio inciso di Nietzsche racconta, la verità è prospettica, dipende da dove la guardi e da cosa cerchi. Ma questo sembra che  Fondazione Agnelli non lo consideri degno di nota per cui, come nella canzone di De Gregori, è sempre pronta a parlare con "un secchio pieno di parole e pistole caricate a salve". A ognuno il suo mi sento di dire. Mi sembra che, come sempre, i dati statistici interpretati da Fondazione Agnelli rappresentino uno spaccato certo di cosa nel nostro sistema educativo sia andato a farsi benedire spacciandosi per grande innovazione. Leggo che 9 studenti su 10 hanno testimoniato che la dad ha seguito le normali regole di una lezione in presenza per cui con prevalenza della lezione frontale. Che cosa mai si sarebbe dovuto fare? Forse non ci si è resi abbastanza conto che questa dad, così come è, ci ha salvato da un isolamento certo che solo venti anni fa sarebbe stato sicuro ma alla Fondazione piace stupire con le sue immarcescibili ricerche che, a mio modesto parere, mostrano solo il totale degrado delle diverse riforme attuate in questi anni a scapito dell’Istruzione che è il vero punto dolente, il vulnus dell'intera faccenda: non la Dad che è stato uno strumento emergenziale, bensì i continui e meditati ritocchi che negli anni hanno portato l’istruzione a questo disastro che vediamo. Tralasciamo allora questi aspetti diciamo pedagogici su cui Fondazione Agnelli insiste e di cui forse un giorno bisognerebbe parlare per fugare ogni dubbio, e concentriamoci un po' su alcuni aspetti 'innovativi' che francamente mostrano una certa pochezza di fondo: ma veramente questa Fondazione privata crede a tutto ciò che sciorina? Da quello che si evince da questa ricerca la perdita degli apprendimenti sarebbe dettata da questi fattori:

1. Perché si è fatta poca o scarsa ricerca in autonomia e/o di gruppo;

2. Perché non si sono usate in maniera concreta piattaforme digitali che propongono, udite così lo sconcerto aumenta di grado, giochi didattici, app ed esercizi interattivi per personalizzare i processi di apprendimento che segue quanto il Presidente di questa stessa Fondazione denuncia, ovvero che i docenti non abbiano competenze adeguate con i nuovi strumenti e con le nuove metodologie didattiche;

3. Che i docenti, a detta dei dirigenti (con quali cognizioni di causa non è dato sapere, vista la ‘classe’ dei dirigenti presa in toto a parte le ovvie eccezioni che naturalmente ci sono), sono scarsamente preparati tecnologicamente, creando sempre di più un solco incolmabile tra docenti e dirigenti che remano per andare in direzioni diverse. Vediamo un po' più da vicino qualche dato: dico solo che i cinque recenti report sulle conoscenze e competenze di Ocse-Pisa, quelli che vanno dal 2013 al 2019 e che tutti possono scaricare da Internet, hanno mostrato come le riforme, meglio schiforme, sulla scuola e anche università, abbiano solo impoverito lessico, bagaglio culturale e conoscenza generale dei processi storico-sociali e scientifici dei nostri alunni di cui poi sentiamo regolarmente gli strafalcioni durante i reportage degli esami di stato. Che essendo ancora al 24esimo e 23esimo posto su 25 per conoscenza lessicale, cultura scientifica e problem solving, ci si dovrebbe porre al contrario il problema che forse siano stati proprio questi metodi, e non la dad, ad aver causato lo scadimento dei processi di apprendimento e di conoscenza portando la scuola ad essere semplicemente un analogon della scarsa dinamica sociale della società italiana, della sua cristallizzazione tipica da ancien regime e non un ascensore sociale quale è sempre stato, almeno fino al momento dell'autonomia scolastica targata Berlinguer. Ci si preoccupi, invece, del fatto, rilevato dalla stessa ricerca, che in questo paese parlare di banda larga è un tabù economico e politico nello stesso tempo, un vero problema per tutti coloro che non hanno mezzi economici per connettersi e dotarsi di strumenti sufficienti e appropriati, stimiamo almeno il 20-25% degli studenti, mentre i diversi governi su questo annoso problema del digital divide hanno fatto poco se non nulla, per cui sorge spontanea la domanda: di chi la colpa di questo ritardo? Dei docenti che operano con risorse proprie o della miopia della politica? Dunque, gatta ci cova dicevano i saggi: non è che questo sia, in fondo, l'obiettivo politico che una certa classe politica avrebbe intenzione di perseguire (meglio cittadini in fondo ignoranti e sempre proni, come i sudditi ante litteram, ‘a chi ne sa di più’!) e di cui Fondazione Agnelli appare un fedele esecutore? Di quella scuola che piace tanto ad Assolombarda, agli imprenditori che non mettono un soldo sull'istruzione ma da cui vorrebbero tutto e che vede nelle sole ‘competenze' a scapito delle ‘conoscenze’ il vero saper fare di cui lo studente dovrebbe abbeverarsi a scuola? Le diverse riforme, a partire dall’autonomia berlingueriana, hanno solo abbassato col tempo proprio questa qualità degli studenti, rendendo tutti un po‘ più ignoranti a spese proprio di quella opinione pubblica che dovrebbe essere sempre attenta e propositiva mentre oggi è in balia, in completa sofferenza, dei media che sappiamo molto bene a chi sono in mano. Come sosteneva Pasolini già nel 1966 la piccola borghesia italiana non può partorire persone veramente arrabbiate ma fedeli travet. Secondo me, questo e non altro è il dato più preoccupante da cui dobbiamo partire per leggere questi dati, sperando che la scuola non diventi uno strumento biopolitico, Foucault docet, in mano ai poteri forti a scapito della sua popolazione, del cittadino privandolo di ogni autonomia intellettuale rendendolo sempre più una semplice pedina in mano al mainstream mediatico filogovernativo in perenne lockdown cognitivo. A continuare a giocare anziché studiare poi si arriva a sentire anche che Gramsci è stato il presidente della repubblica e che l'uomo è un anfibio....Ma per favore cara Fondazione e company: si capisca che siamo sull'orlo del baratro dovuto a quasi venticinque anni di autonomia scolastica e schiforme varie, e che urge tornare indietro abbastanza in fretta perché questo paese è alle periferie dell'impero...Ma l'ideologia di Fondazione Agnelli sembra profonda e imperterrita nel proseguire verso il baratro di competenze immaginarie di cui ci riempiamo la bocca: ci si ponga, invece, domande chiare sul perché ad esempio un ragioniere di quarant'anni fa usciva dalle nostre scuole che sapeva fare quel mestiere e oggi sforniamo al contrario  persone che non lo sanno fare, che scrivono male e che non sanno trarre informazioni utili da ciò che leggono (rapporto Ocse), al netto delle competenze che questa scuola ideologicamente continua a perseguire? Cercare la verità, sempre che esista, non è compito solo dei filosofi ma un procedimento mentale che si impara a scuola, nella vecchia scuola certamente in questa è tutto un punto interrogativo.