Informazioni personali

La mia foto
Ferdinando Sabatino, nato a Milano nel 1960 si è laureato in Filosofia morale con Franco Fergnani presso l’Università degli studi di Milano con una tesi sulla medicalizzazione e lo stato giuridico della delinquenza in cui applica le tesi di Foucault nei codici penali pre-unitari fino al codice Zanardelli. Professore di Storia e filosofia e di Filosofia e scienze umane, è esperto nei processi socioculturali delle comunicazioni di massa. Si è interessato al pensiero organizzativo delle strutture industriali, già docente presso la Scuola di specializzazione per l'insegnamento secondario dell’Università degli studi di Milano, ha collaborato con la cattedra di Filosofia morale del Dipartimento di filosofia. Si occupa prevalentemente di storia dei sistemi di pensiero e di fenomeni collettivi, ha studiato le istituzioni totali come forme di potere su cui le società moderne hanno articolato aspetti ideologici di risocializzazione per giungere alle più sofisticate e complesse forme ideologiche contemporanee. Ha orientato recentemente i suoi interessi sui problemi della violenza collettiva ed etnica; sulla questione dei diritti e sul conflitto tra lavoro e capitale.
Powered By Blogger

Wikipedia

Risultati di ricerca

Translate

"...bisogna discernere il rumore sordo e prolungato della battaglia"
Michel Foucault

venerdì 27 agosto 2021

La verità dei filosofi e la verità della scienza, oggi

    Nel mondo della tecnica non solo la verità è in bilico, ma comincia ad assomigliare sempre più a ciò che la scienza produce. E anche nel linguaggio comune, nella vita di tutti i giorni si fa sempre più strada l'idea che la verità in fondo non esista, e se esiste deve essere sempre più (pericolosamente) accostata alla produzione immediata di effetti pratici che possiamo toccare, vedere e dunque usare. In una società così veloce, come possiamo dare torto a questa necessità di fondo degli uomini di possedere qualcosa di spendibile e di fruibile? Come possiamo affermare che, tuttosommato, la filosofia o quella strana cosa a cui noi ancora diamo il termine di filosofia ci serva ancora?
Se la filosofia non è una scienza e alcuni sostengono che non sia neppure una disciplina, come possiamo pensare che sia pensata come 'utile' nel mondo della tecnica avanzata? Quale senso possiamo ancora attribuire alle domande che ancora da essa fuoriescono e che, per la pace dei suoi detrattori, aumentano grazie agli stessi progressi della scienza e dei suoi ovvi sconfinamenti nell'umano? 
Cerchiamo di proporre una accettabile e forse anche utile interpretazione. La scienza nel suo esplicarsi, oggi più che mai, è una disciplina e un metodo nello stesso tempo, o per meglio dire: la scienza sarebbe null'altro che l'insieme di tutte le discipline che descrivono/spiegano in modo razionale il mondo mediante quei princìpi, leggi e relazioni attraverso il metodo dimostrativo e sperimentale. In questo senso, dunque, fare una 'filosofia naturale' non sarebbe altro che l'atto di interpretare in modo razionale proprio quei princìpi che lo scienziato incorpora, così come fare una 'filosofia dell'uomo' non sarebbe altro che l'atto di interpretare il pensiero e l'azione dell'uomo in rapporto alla società di cui è l'espressione, ma di cui è espressione la stessa scienza. È un punto che non possiamo dimenticare per non cadere nella stessa fallacia astratta a cui condanniamo la filosofia: non possiamo solo 'credere' alla scienza come se fosse un ente astratto, ma dobbiamo sapere che essa stessa è un prodotto della società da cui essa non può sottrarsi e neppure la qualità della sua ricerca. La scienza funziona dentro la società e non è una fede. In questo senso, allora, sosteniamo l'idea che gli scienziati "fanno filosofia" quando interpretano le loro teorie partendo da una visione del mondo, e questo lo fanno sempre. E allo stesso modo possiamo dire che gli umanisti fanno filosofia quando cercano di dare senso, e dunque interpretare, ciò che accade nella società. La tesi, dunque, che non esistano filosofi e scienziati da intendersi come due categorie che non dialogano tra loro è certamente quella più vicina alla realtà della vita e della società pensate non in astratto: ci sono "umanisti-filosofi" e "scienziati-filosofi" in continuo dialogo tra loro ogni qualvolta che gli uni e gli altri cercano di interpretare quella fetta di realtà che compete loro grazie a schemi razionali e riducibili a certe visioni semplificative che hanno certamente a che fare col nostro cervello, col nostro linguaggio e tutto ciò che include l'uomo, la sua biologia e la sua società. Se questo fosse accettato anziché essere osteggiato in una guerra culturale assolutamente priva di fondamento visto che nessun filosofo serio oggi metterebbe in discussione il sapere scientifico, allora si arriverebbe al punto in base al quale anche il principio per cui la scienza spiegherebbe il "come" (la famosa ragione seconda) e la filosofia il "perché" (la famosa ragione prima) sarebbe completamente destituito di fondamento. Avrebbe allora più senso sostenere questa ipotesi di fondo: la filosofia intesa come quella disciplina che ricerca la verità deve essere rovesciata affermando, al contrario, l'idea che la filosofia non è (probabilmente) una disciplina, da qui proprio l'impossibilità di definirla per i parametri e i gusti della società attuale, e che non produce "verità", almeno non come la intende una società tecnologicamente avanzata, ma è nel suo profondo una modalità di approccio al mondo che produce interpretazioni che definiamo e pensiamo come razionali. E sempre per questo stesso motivo, allora, possiamo giustamente immaginare che siano le scienze propriamente dette a "produrre verità", o ciò che una società determinata sostiene essere una verità, dentro cui lo scienziato, o quello che la società definisce essere uno scienziato, sembra essere il soggetto più accreditato e qualificato a costruire interpretazioni, cioè a fare quella cosa che viene definita una "filosofia naturale". In questo modo, scienza e filosofia nella società del riordino tecnologico si implementano sempre più anche senza saperlo se solo si pensasse all'ordine del discorso che le regge entrambe e di cui si nutre.