Qualche considerazione per chiarire il senso della sentenza di Eraclito "ἦθος ἀνθρώπῳ δαίμων, ethos anthropoi daimon" che il più delle volte viene 'modernizzata' alterandone in questo modo il significato originario che non appare così esplicito come supponiamo. Cosa intende, qui, Eraclito con ethos? Che forse nel tumultuoso procedere dell’interiorità si cementa una 'costante' capace di costituire il filo conduttore, il grund d’una intera vita e dare ad essa il suo vero segno distintivo, quello che qualifica l'esistenza dell'umano oppure altra cosa?
Ora, la dimora abituale potrebbe essere concepita come oggettiva ma anche come la metafora che conforma il modo di essere delle persone. Abituale, dunque, è una costante, cioè la costanza del proprio collocarsi nella vita e nel mondo, di fronte agli uomini e agli dèi. Il rapporto col divino e il modo in cui l'uomo si rapporta ad esso qui non può essere dimenticato. Eraclito dunque scruta il luogo critico della limitatezza, l’incertezza dell’uomo, e vi riconosce una costante che chiama dèmone. Nello scorrere del fiume, nel panta rei, sussiste qualcosa che permane. La vita dell’uomo passa per le strade confuse, per percorsi non chiari ma nonostante tutto essi hanno un significato. Del resto, dove passa e opera il fuoco sempre vivo di cui tutte le cose sono e per questo consistono? Il passo significa che la 'costante' che orienta l’animo degli uomini è il potere del dio. Lasciato a sé stesso l’uomo è in mano a un dèmone.
La sconfitta e la colpa dell’uomo, la sua limitatezza essenziale di essere umano (è dunque la sua sconfitta in prossimità del dio) è la sua essenza o dèmone.
Nel passo, dunque, Eraclito risponde alla domanda che cosa sia l’uomo o più in profondità si chiede chi sono io? Questo è il punto su cui occorrerebbe dare giusta luce: Eraclito sembra interrogare se stesso, dunque l'uomo. E per rispondere alla domanda «che cosa sia l’uomo» diventa decisivi rispondere alla domanda che cosa sia il suo dèmone, ovvero che cosa o chi agisce nell’uomo e lo fa essere appunto uomo.
L’ethos dell’uomo mostra il dèmone che si è impersonato dentro di lui, "ethos anthropoi daimon": nella sede dove l’uomo decide c’è dunque un dèmone.
La condizione umana prende le sembianze della legge divina, dando per scontato che sulla condizione umana, sull'uomo così come è, aleggia e incombe una legge divina superiore alle umane forze. Per questo, dunque, la via aperta all’uomo per essere 'divino', per assomigliare al divino è quella di essere sé stesso, dando per questo l'impressione un po' troppo moderna che tutto ciò possa essere scambiato con l’autonomia illuminista del soggetto che vuole. Cosa che non può essere.
L’ethos apre all’immortalità perché ethos è la via che permette l'accesso all’essenza di sé, è la disposizione secondo la quale ciascuno diventa quello che è e lo sarà per sempre.
Per essere 'divino' l’uomo deve essere sé stesso, e la possibilità che ha di accedere a uno stato divino dipende esclusivamente dalla misura in cui riesce a realizzare la condizione di uomo. Ma l'unico modo che ha l’uomo di 'essere nel divino' è quello di essere sé stesso. Il carattere dell'uomo è il suo destino.

