Ho letto da poco tempo Il manifesto del libero pensiero di Ricolfi e Mastracola, piccolo libercolo edito da La nave di Teseo da poco dato alle stampe. Mi sono fatto una precisa idea che vorrei esporre brevemente, ma non troppo. Che il linguaggio, anche quello quotidiano, come i due autori affermano sia stato stravolto da un nuovo ordine del discorso, ormai non vi è più dubbio. Che abbia creato una cappa sopra di noi, come affermano, neppure. Che si sia insinuato anche nei territori più fragili come i social mi sembra emblematico del periodo e del contesto, ma che fosse penetrato nelle stesse istituzioni imbavagliando le performances linguistiche dei suoi fruitori, apre la porta ad una critica non solo sociologica, ma chiaramente culturale del nostro sistema sociale imperante. Ed è proprio su questo terreno che vorrei portare l’attenzione. Ed è un’ attenzione che condivide molto di quello che i due autori sottolineano nel libro sul politicamente corretto che ritroviamo nel linguaggio. Potevano probabilmente supportare un po’ meglio la loro stesura con fonti più appropriate, più puntuali, un po’ più di documentazione insomma, ma gli spilli che conficca nel corpo della società di cui la lingua è un indicatore mi trovano perfettamente in sintonia. Il nostro linguaggio ha subito una metamorfosi tale che, snaturato nel suo compito principale, ha imposto una neo lingua impoverita basata sul politically correct che ne ha inficiato non solo l’uso, ma la stessa riproduzione sociale. C’è stato un tempo dove la censura era considerata di destra e la libertà di espressione di sinistra, un periodo che si allunga fino alla metà degli anni Settanta, poi qualcosa comincia a cambiare a inizio anni Ottanta. Preparata da una idea progressista della cultura, che non si presenta più bigotta e timorosa, tra la fine degli anni Settanta e gli inizi degli Ottanta, sembra chiaro che quella stagione delle lotte sociali lascia il posto a quella dei diritti civili così che le idee ‘progressiste' penetrino sempre più diffusamente nella coscienza collettiva. Ed è proprio a partire da lì che prende piede il principio del politicamente corretto: progressista significa prendere possesso del linguaggio, legiferare su di esso per orientarlo verso altri lidi. Una legislazione linguistica, nominalistica prende piede e si premura di stabilire le modalità di come dobbiamo chiamare persone e cose. Il paradosso è che la lotta si sposta dal terreno della politica a quello del linguaggio (esempio il passaggio dal termine ‘negroni a quelli di ‘nero, di ‘cieco a ‘ipovedente’, ‘handicappato’ a ‘diversamente abile' e così via), con l’inserimento di parole giuste che evidentemente squalificano quelle sbagliate. Ma quello che è strano, ma non troppo, è che a questa individuazione linguistica corretta di intere categorie di individui non segue alcun tentativo reale di cambiarne la condizione sociale lasciandoli in balia degli eventi che certamente non erano a loro favore. L’ipocrisia prende per mano la politica progressista togliendogli ogni più piccolo retaggio rivoluzionario, lasciando lo status quo al suo triste destino. Ma quello che più rende patetico tutto questo è che all'ipocrisia segue lo spregio radical chic nei confronti del linguaggio comune, di tutto coloro che non fanno parte dell'élite che ormai detta le regole al discorso pubblico: il politicamente corretto viene adottato dall'establishment diventandone l’ideologia. Dal mondo dei media a quello dello spettacolo e della cultura, il canone del politicamente corretto aderisce alla società diventandone il mantra di cui facciamo fatica a scrollarci di dosso il peso. Tanto che il cortocircuito del XXI secolo è che il binomio politicamente corretto e sinistra ha creato una saldatura storica e logica che è penetrata nella testa e nei comportamenti della gente, lasciando intendere che establishment, politicamente corretto e sinistra volessero intendere in fondo la stessa cosa. E purtroppo è così. Perché questo politicamente corretto non si è accontentato di essere solo ideologia che giustifica se stessa, ma ha oltremodo stabilito dopo decenni di pratica un cambiamento antropologico degli individui rendendoli permalosi e vittime verso un pensiero non conforme a questa linea politica e linguistica. Ed è quello che vediamo proprio oggi dove, sembra, che la cappa a cui siamo costretti sta diventando la serra che protegge i nuovi frutti velenosi del nuovo ordine del discorso, Foucault docet, dove il Natale non deve essere più il Natale per non offendere altre culture per le quali il Natale non ha il nostro stesso significato, o il non declinare il maschile e il femminile ma usare a fine parola l’asterisco in modo da non definire il sesso della persona a cui ci si rivolge. Per non dire poi dei testi o delle opere d'arte in grado di turbare la sensibilità del singolo per le quali si accompagnano avvertimenti ad hoc, i famosi triage warnings, capaci di mettere in guardia i fruitori dai possibili turbamenti che certe immagini o certe espressioni potrebbero indurre nei loro animi. Insomma, un bel mondo di politicamente corretto ci seppellirà fino allo sfinimento. Delirio che ha preso la stessa OMS tanto che ha proposto di non chiamare le diverse varianti Covid col nome del paese in cui sono state isolate perché potrebbero indurre atteggiamenti discriminatori, al loro posto una bella lettera dell'alfabeto greco…chissà che diranno i greci di questa scelta. Gli esempi sono tanti e potremmo continuare all'infinito senza capire fino in fondo l'origine di questo delirio senza freni. Come ci ha insegnato Bourdieu, regolare fino al paradosso le forme della lingua è uno dei modi più sicuri con cui l’élite dominante marca il proprio confine, preservando i propri caratteri distintivi rispetto alla massa. Quello che vediamo operare non è la normale prassi storica del cambiamento linguistico, ma una deriva della lingua in un processo che, come per i sistemi totalitari, arriva dall'alto con l'intento di cambiarla contro quel comune sentire delle persone che la usano. Il trionfo della cancel culture che ha l'intento di andare a ritroso nel tempo per scovare le vecchie cattive intenzioni che ancora pesano nel nostro e cancellarle per un mondo nuovo, meno offensivo, più in linea con i sentimenti oggi dominanti o che si vorrebbe imporre, dando così ragione al vecchio barbuto che sempre ha sostenuto che le idee della classe dominante sono le idee dominanti, definendo una neolingua artificiale e, diciamolo, anche un po' idiota con la quale si imbavagliano i temi giusti per una nuova battaglia manichea contro il male, dando l'impressione che il mondo sia malato (e certamente lo è) e che il nuovo linguaggio debba depurarlo e risanarlo dalle vecchie contaminazioni. Un nuovo habitus sta prendendo piede, al quale non riusciamo a sottrarci perché tutti i tratti distintivi sono calati dall’alto. Con questa teoria dell'habitus Bourdieu punta a dimostrare che gli agenti sociali sviluppano delle strategie che si fondano su un piccolo numero di disposizioni acquisita per socializzazione e che, anche se inconsapevolmente, sono necessarie per sopravvivere nel mondo sociale. Quindi l'habitus è il principio d'azione degli agenti sociali esercitato all'interno del campo sociale. Mentre quest'ultimo è lo spazio sociale all' interno del quale si realizza la competizione fra i diversi agenti per il dominio. Gli agenti che sono già in posizione di "comando" all'interno del campo sociale utilizzano la violenza simbolica per mantenere il proprio controllo. Per questo la neolingua ha in mente di prendere possesso della scuola e dei centri di trasmissione del sapere come sta già facendo da tempo, perché “il sistema di riproduzione” è come ultimo baluardo il campi del capitale culturale della società in cui, se lo dirigi, puoi creare consenso come disuguaglianza sociale, arricchimento o impoverimento culturale. Come pensa Bourdieu studiando le relazioni tra la disuguaglianza sociale e la cultura, egli propone di affiancare all'analisi del capitale economico, gli aspetti del capitale sociale ovvero l'insieme delle relazioni interpersonali che portano alla crescita delle altre forme di capitale individuale, e il capitale culturale inteso come le competenze, le capacità del saper fare e di espressione sviluppate nel corso della propria socializzazione di classe, infine la combinazione di tutti questi produce il capitale simbolico che fa interiorizzare inconsciamente nei dominanti e nei dominati le ragioni di questa discrepanza. Ma il capitale culturale distingue tre tipi : "capitale culturale incorporato" è quello interiorizzato col tempo e si manifesta con atteggiamenti permanenti automatici che danno l'impressione di essere innati, "capitale culturale istituzionalizzato" è l'insieme dei titoli di studio, "capitale culturale oggettivato" è formato dai beni materiali posseduti e trasmissibili. Per questo motivo credo che la guerra sull'istruzione per un nuovo sistema del sapere contro la neolingua, sia l'ultimo baluardo per un pensiero critico, in quanto, come già molto tempo fa Bourdieu paventava in "La reproduction", sarebbe auspicabile sviluppare un'analisi estremamente critica nei confronti del sistema scolastico il quale, come da titolo, come compito quello di "riprodurre" la struttura sociale esistente e non la mobilità sociale che si prefiggerebbe come scopo dichiarato. E tutto ciò avverrebbe perché l'educazione, in particolar modo quella umanistica, inculcherebbe non tanto il sapere, ma degli habitus che riguardano il rapporto col sapere. Questi habitus sarebbero convergenti con gli habitus familiari di certi gruppi sociali che si ritroverebbero avvantaggiati rispetto ad altri. In questo modo, il sistema scolastico non tenderebbe a selezionare chi possiede il sapere, ma chi appartiene a una determinata classe sociale. Per questo la lotta sull'istruzione, per l'istruzione contro l'ideologia delle competenze va fatta, prima dell'irreparabile. Se si vuole andare a sinistra, anche se oggi sembra non avere più senso, è da qui che si dovrebbe partire.

