Riflettendo su Formenti che riflette su Handke (scusate il gioco di parole)
Tutto comincia leggendo un articolo di Formenti che interpreta "La scomoda verità di un giudice" di Handke, una riflessioni a margine del un romanzo. I diritti, dunque! Una bella cosa che diventano un po' come l'aria per chi non riesce a respirare andando in apnea. Essenziali. Ma sembra non per tutti. Ma in fin dei conti, siamo poi così sicuri che non li abbiamo barattati per un po' di sicurezza, per un po' di tranquillità interiore rispetto al nostro perimetro di esistenza? Non abbiamo demandato ad altri corpi politici i nostri diritti? Parliamo di diritti, spesso impropriamente, ma sembra più un abuso linguistico rispetto alla loro reale consistenza sociale dove primeggia soprattutto l'incipit di salvaguardare se stessi da ogni altra cosa.<<Una religione a sé è diventato l’abuso di diritto, un culto idolatra, forse l’ultimo: sbandierare ed esagerare i propri diritti contro i vicini della porta accanto come prova della propria esistenza. Sferro colpi intorno a me con i miei diritti, dunque esisto. E solo così esisto>>. L’autore di questo sfogo è un personaggio dell’ultimo romanzo di Peter Handke, "La seconda spada" (Guanda editore), un vecchio giudice vicino alla pensione ma che si pone un po' di domande. La riflessione di Handke, su cui fa leva giustamente l'articolo di Formenti - "La scomoda verità di un giudice (riflessioni a margine di un romanzo di Peter Handke)" - ci mostra come il voler affermare i diritti umani dopo che si sono massacrati i diritti sociali è solo un' operazione ideologica che obbliga a guardare il reale stato delle cose e contribuisce, afferma Formenti, "...ad allargare ulteriormente l’abisso fra diritti individuali e diritti sociali spalancato dalla rivoluzione liberale, e assecondato dai teorici socialdemocratici della terza via (da Giddens a Beck). Dall’altro lato, liquidava di fatto come un residuo anacronistico qualsiasi idea di bene comune fondata sulla priorità degli interessi collettivi (di una classe, di una comunità nazionale o altro) nei confronti di quelli della fantomatica “persona”, rimuovendo la verità enunciata da Marx – ma anche da decine di altri autori – secondo cui non esiste individualità al di fuori delle concrete relazioni sociali che la costituiscono" (Formenti).
Per questo, dunque, credo fermamente che una critica ai governi (al nostro in particolare, ma in generale vale per tutti i governi liberisti che spacciano la loro democrazia formale come sostanziale) sulla loro palese incapacità a fronteggiare la questione Covid-19 sarebbe stata non solo legittima ma maggiormente degna di nota se si fossero rimarcate con forza le critiche ad una loro colpevole politica ultraliberista che ha abbassato la soglia dei diritti sociali, di non avere fatto nulla per fronteggiare la minaccia sui fronti della sanità, dei trasporti e della scuola, sacrificando colpevolmente la tutela della salute agli interessi delle élite economiche miopi nel non vedere che gli effetti economici di una catastrofe sanitaria sono più gravi di quelli del lockdown, in cui tutti rimangono confinati in particolaristici ambiti identitario-corporativi, alieni dal comprendere il senso di ogni bene comune.
Concordo dunque con Formenti su questo aspetto troppe volte bistrattato e mai analizzato: se nel discorso del giudice di Handke sotto accusa sono i diritti individuali, questo non toglie che "la critica contro chi usa il diritto come arma contro il proprio vicino, chiedendo che venga riconosciuta al tempo stesso la sua unicità e il carattere universale delle sue pretese/rivendicazioni è tranquillamente estendibile" a quanti inneggiano i diritti umani passando sopra ai diritti sociali: non esistono diritti umani senza diritti sociali, e non è detto che chi giudica col dito alzato inneggiando una morale più morale delle altre non sia, nel peggiore dei casi, egli stesso implicato in un sistema di potere che certamente non guarda al bene comune ma a quello di quelle forze che stanno dietro a lui. Cosi facendo costruiremmo semplicemente delle bieche ideologie dove, ahimé, non tutti i diritti sono uguali: ci sarebbero i diritti “veramente” universali, quelli sanciti dalle élite dominanti, e quelli degli altri, che non possono esser tali perché sono espressione di culture (in senso largo) che non si piegano alla realtà della realpolitik. Anche questo 'a sinistra' non si è capito o si è più colpevolmente dimenticato andando incontro a una idea mercatista della società in cui gli stessi diritti possono avere un prezzo e perciò oggetto di contrattazione, cadendo nella fallacia trappola buonista dei diritti umani abiurando ai diritti sociali. Anche questo costituisce la fine della poleis. Ma nel mondo in cui il restringimento sociale è diventato una necessità che piega la nostra esistenza a non fare più i conti con sé stessi, che senso ha ancora la poleis?

