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Ferdinando Sabatino, nato a Milano nel 1960 si è laureato in Filosofia morale con Franco Fergnani presso l’Università degli studi di Milano con una tesi sulla medicalizzazione e lo stato giuridico della delinquenza in cui applica le tesi di Foucault nei codici penali pre-unitari fino al codice Zanardelli. Professore di Storia e filosofia e di Filosofia e scienze umane, è esperto nei processi socioculturali delle comunicazioni di massa. Si è interessato al pensiero organizzativo delle strutture industriali, già docente presso la Scuola di specializzazione per l'insegnamento secondario dell’Università degli studi di Milano, ha collaborato con la cattedra di Filosofia morale del Dipartimento di filosofia. Si occupa prevalentemente di storia dei sistemi di pensiero e di fenomeni collettivi, ha studiato le istituzioni totali come forme di potere su cui le società moderne hanno articolato aspetti ideologici di risocializzazione per giungere alle più sofisticate e complesse forme ideologiche contemporanee. Ha orientato recentemente i suoi interessi sui problemi della violenza collettiva ed etnica; sulla questione dei diritti e sul conflitto tra lavoro e capitale.
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"...bisogna discernere il rumore sordo e prolungato della battaglia"
Michel Foucault

martedì 16 novembre 2021

Un nuovo paradigma per comprendere la società post-Covid: Immunitas versus Communitas?


Dunque, e domani? Potrebbe partire così la nostra riflessione sulla società che verrà e che dovrà ricercare inevitabilmente nella politica la soluzione a tutto quello che è stato spazzato via sia dal Covid che dalle modalità emergenziale attuate per farvi fronte, il modello tecno-sanitario-sicuritario avviato con metodi da stato d'eccezione come pensa Agamben. Non mi addentrerò nelle sottigliezze concettuali avviate dal pensiero agambiano che, molte volte, sono state discusse non in modalità appropriate e prese a controprova per una interpretazione mainstream filogovernativa dell'emergenza. Non sono in gioco le interpretazioni di cui, in fondo, potremmo fare a meno, ma se e in che modo il covid ci abbia posto di fronte alla nostra patologica e irrefrenabile idea di sicurezza che la società ha drammatizzato nella ineluttabilità del pericolo e se, in questo pericolo, non ci sia stata una volontà  politica di ridefinire le modalità della nostra stessa esistenza. Le ragioni di questo perché forse le capiremo strada facendo, ma che il covid in qualche modo abbia contribuito a far esercitare dalla politica un controllo biopolitico sugli individui mi sembra fuori di dubbio. Se e come si poteva fare diversamente non sarà oggetto della mia riflessione, ma sull'onda di uno stato di necessità il controllo degli individui ha assunto le sembianze di un eccesso di statofobia da cui, credo, faticheremo ad uscire ridefinendo l'abitudine alla nostra de-territorialità acquisita. Siamo, dunque, alla ricerca di un nuovo paradigma per la società post- Covid che inevitabilmente ci troveremo di fronte e di cui conosciamo poco i contorni. E per rendere conto di questo modello che per comodità chiameremo tecno-sanitario, mi troverò a guardare a Foucault, Agamben ed Esposito come autori che hanno preparato il terreno. In particolare da Esposito prenderò a prestito i due concetti che derivano, in parte, certamente da Foucault, come bìos e immunitas ma rivisti alla luce della nostra futura necessità: ci servono per uscire dalla società post pandemica? Ora, come sappiamo il bìos per i greci rappresenta la vita stessa e viene indicato con due termini diversi tra loro: zoè e bìos. Zoè rappresenta la vita biologica, quella che accomuna piante, animali e uomini. Bìos è quella che potremmo definire l’esistenza, in altri termini una vita piena dotata di senso. Al concetto di bìos la filosofia contemporanea ha collegato,  in particolare con Foucault, quello di biopolitica, cioè «una implicazione diretta tra la sfera della politica e quella della vita.»  Ma per la nostra analisi dell’attualità, affinché essa possa avere un senso pratico, al concetto di bìos deve affiancarsi quello di immunitas che, secondo Esposito, può essere considerato come quel concetto chiave per rendere conto della nostra società attuale. Per Esposito l’immunità – o meglio l’immunizzazione – allude ad una situazione particolare che mette in salvo qualcuno da un rischio cui è esposta invece l’intera comunità. È in sintesi il desiderio di essere protetti, di non poter essere toccati da un “possibile” male sia esso sociale (lo straniero ad esempio), sia esso biologico (agenti parogeni). Questo concetto si può rinvenire, ad esempio, sia nel diritto che in ambito medico. «È noto – scrive Esposito – che nel lessico giuridico essa rappresenta una sorta di salvaguardia che mette colui che ne è caratterizzato in una condizione di intoccabilità da parte della legge comune, mentre nel linguaggio bio-medico per “immunità” si intende una forma di esenzione, o di protezione, nei confronti di una malattia infettiva». Mai come in questo momento molti di noi vorrebbero esseri immuni al coronavirus, essere dunque protetti anche coloro che dubitano del vaccino, ma non tutti perché appunto risentono del richiamo della communitas, del vivere assieme ad altri; e per inseguire questa necessità sociale e biologica nello stesso tempo sono disposti a rischiare la loro vita. Ma ad una parziale osservazione, emerge una domanda che fa da sfondo al problema: questa polarizzazione è frutto del coronavirus oppure, come credo, è sempre stata presente nella nostra società? L’Apertura (anche estrema) o la chiusura (anche estrema) rappresentano realmente i poli in cui si dibattono il nostro mondo e gli individui?
Ora, nella riflessione di Esposito cosa hanno in comune tra loro la battaglia contro una nuova epidemia (come quella che si sta affrontando con il Covid-19 e che si è affrontata qualche anno fa contro la Sars), il rafforzamento delle barriere nei confronti dell’immigrazione “clandestina”, la guerra al terrorismo, le strategie usate per neutralizzare l’ultimo virus dei computer? Ovvero tutte le più grandi paure che il terzo millennio ha prodotto dentro e fuori di noi tanto da capovolgere la classica dialettica tra libertà e sicurezza entro la quale barattiamo la prima per un po' della seconda? Il fatto, ci sembra, è che tutte queste problematiche si fondano su una stessa logica interpretativa che Esposito chiama appunto “immunizzazione”. Di fronte alla paura presunta o reale di un contagio planetario (di qualunque genere esso sia), l’esigenza sembra essere sempre quella di una “guerra preventiva” che debelli il morbo ancora prima che esso possa mietere le sue vittime. Ma acquisire l’immunità nei riguardi di tutto, o anche solo in modo totale contro un qualsiasi pericolo, come è la situazione in cui siamo immersi da circa due anni, può sconvolgere le più normali abitudini di vita, le stesse logiche politiche, le pratiche sociali ed economiche, mettendo soprattutto in crisi il sogno occidentale contemporaneo che ci portiamo dietro: quello della libertà al di là della necessità. Ma quanto può costare socialmente questa immunizzazione a tutti i costi?
«Oggi, alla fine della stagione moderna, l’esigenza di protezione è diventata il perno intorno al quale si costruisce sia la pratica effettiva sia quella immaginaria di un’intera civiltà. E per farsene una prima idea, basti guardare al ruolo che l’immunologia – cioè la scienza deputata alla definizione dei sistemi immunitari situati nel nostro corpo – ha assunto non solo sotto il profilo medico, ma anche sotto quello sociale, giuridico, etico. Si può dire in breve che essa sia divenuta il fronte lungo il quale si è organizzata l’intera battaglia per la conservazione e il prolungamento della vita. Si pensi solo a cosa ha significato per le nostre società la sindrome da immunodeficienza dell’Aids in termini di normalizzazione – cioè di assoggettamento a precise norme non solo igienico-sanitarie, ma socio-culturali – dell’esperienza individuale e collettiva. Alle barriere – ripeto, non solo profilattiche – che l’incubo della malattia ha determinato nella sfera di tutti i rapporti interrelazionali. D’altra parte – a riprova del nervo scoperto che tutti abbiamo in materia – è bastato (si veda qualche inverno fa) che una debole infezione, quale è stata quella della Sars, si sia profilata all’orizzonte perché si alzasse immediatamente una muraglia immunitaria francamente sproporzionata all’entità di un evento che ha prodotto molti meno morti di una comune influenza. Non solo la Cina è stata isolata dalla comunità internazionale con costi economici maggiori di quelli della guerra in Iraq, ma persino in Canada si è arrivati a manifestazioni di isteria collettiva che dichiaravano apertamente di voler abolire perfino il segno di pace reciproca durante la messa per paura del contagio. Purtroppo, come è risultato evidente con le politiche di sicurezza successive all’11 settembre, una garanzia pur relativa di immunità non si può avere che a costo di sacrificare gran parte di quelle libertà civili che l’immunizzazione stessa avrebbe il compito di difendere: per evitare il contagio, ci si chiude su sé stessi, fino a rischiare di rimanere soffocati nella propria stessa presa.»
Quella del Covid 19 non rappresenta, a differenza della Sars, una debole infezione ma qualcosa di molto più grave e solo piano piano i dati e le informazioni che ci sono fornite, o che noi possiamo entrare in possesso, ci indicano un quadro almeno sufficiente per comprenderlo. E solo ora sta riprendendo con fatica una parvenza di normalità sofferta e contraddittoria. Siamo stati tutti partecipi di una isteria collettiva? Difficile rispondere, certamente si poteva agire politicamente con più cautela, certo è che i limiti posti dalle autorità con le varie ordinanze non sempre sono parsi coerenti con la comunicazione fatta, non dimentichiamo che agli inizi c’era chi, nonostante fosse in posizione rilevante sia politica che scientifica, ha parlato di poco più di un raffreddore o di una semplice influenza salvo contraddirsi il giorno dopo creando totale confusione nei cittadini. E certamente la politica ha abiurato ai suoi compiti demandando tutto alla scienza che ha dovuto svolgere un compito non suo. Tuttavia i primi Dpcm  hanno limitato così profondamente le libertà individuali che hanno obbligato molti cittadini a chiudersi in casa soffocando nella loro (e in quella della società) necessità di immunitas. Il bilanciamento tra salute e libertà non c’è stato, si è scelto spesso in modo poco accorto di chiudere alcune attività lasciandone aperte altre – come i cantieri – del tutto inutili in un periodo di emergenza a tutelare la salute, senza vedere che il primo problema a monte è stato lo smantellamento costante e continuo del sistema sanitario con la chiusura di diversi Ospedali efficienti che sarebbero stati molto utili con la pandemia in atto. Si riparerà questo errore? Nel caso specifico italiano si è ricorso massicciamente all’articolo 16 della Costituzione che ammette un limite alla libertà di movimento per ragioni di salute ricorrendo a cordoni sanitari così estesi da apparire non sempre sensati e a volte poco credibili, giustificati da famosi costituzionalisti come Zagrebelsky che in altri tempi avrebbe contestato così come avrebbero fatto molti cittadini contro un’autorità che sembra eccedere il proprio mandato comprimendo le libertà individuali, dando l'impressione di aprire ad uno stato di eccezione. Da parte delle autorità si è certamente sottovalutato l’aspetto psicologico connaturato nella dimensione umana.  Scrive a proposito Esposito: «Ma all’alterità dell’oggetto si aggiunge – e compenetra in un crescendo di passione comuniale – quella dell’altro soggetto. Non c’è soggetto senza un altro, dal momento che “se non comunica più, un essere isolato intristisce deperisce e sente (oscuramente) che da solo, non esiste”.» 
Da questo sono derivati i diversi FlashMob o i tentativi, più o meno riusciti benché retorici, di canti ed inni che ad orari prestabiliti sono stati fatti per accumunare le persone, per cercare di mantenere vivi i vincoli comunitari che dovrebbero rimanere alla base della nostra società. Nella situazione di pericolo si ravviva appunto quel senso di appartenenza ed umanità che ci accomuna come specie. Ma cosa succederà nel prossimo futuro, oggi che la questione vaccinale, la comunicazione attuata sul modello della guerra (e disertore è colui che non si vaccina) e la scelta di un discutibile quanto aberrante green pass hanno messo a dura prova lo stesso concetto di democrazia? Quale delle due tendenze, quella verso l’isolamento e l’immunitas o quella verso l’Altro e quindi la Communitas avrà il sopravvento nella società che verrà?
Come è risaputo da quanti conoscono l'autore, Esposito cerca una via d’uscita dalla immunitas. Non sembra certamente questo il primo pensiero di molti in questa situazione ancora critica. Anzi, quanti la ricercano provano a convincere (se non proprio ad obbligare) gli altri a comprendere l’importanza dell’immunità, anche solo di quella sanitaria, in modi che la democrazia non approva. E magari sono proprio quelli che fino a qualche tempo erano favorevoli all’apertura “totale” verso gli altri, al loro accoglimento. La domanda comunque che ci poniamo può essere semplificata in questo modo: è corretto che per salvare la vita, che si ritiene possa essere messa in pericolo dal desiderio del rapporto con l’altro e dalla continua ricerca di nuove esperienze, si adottino dei “correttivi“, che tuttavia, proprio per la loro natura di freni inibitori o immunizzanti, rischiano di sradicare la fonte di vita che erano chiamati a proteggere? In altre parole la chiusura, metaforica e anche fisica non finisce, se protratta nel tempo, per “seccare” la vita come una pianta senz’acqua e sole? Sterile certamente dai virus ma in fondo avvizzita? Se si vuole riparare negativamente il negativo della comunità, non si rischia di consegnarla al niente da cui intende salvarla? (Immunitas. Protezione e negazione della vita, p. 102). Dice Esposito: «La sopravvivenza implica un controllo della forza vitale che finisce inevitabilmente per ridurne l’intensità. Essa non scaturisce liberamente dal flusso della vita – o anche dalla combinazione spontanea dei suoi elementi – ma piuttosto dal suo irrigidimento in gabbie che la trattengono e la frenano fino a spingerla al cospetto del suo contrario» (Immunitas. Protezione e negazione della vita, p. 100). Esistono tutta una serie di pensatori, da Hobbes a Schmitt, che sostengono l’importanza dell’immunità e dello Stato capace di ordinare e gestire la vita dei consociati ricorrendo alla violenza e alla chiusura quando è necessario ovvero lo stato di eccezione come direbbe Agamben. Non credo di sbagliare quando affermo che certi nostri politici abbiano basato il loro pensiero proprio su questa visione antropologicamente negativa, in cui l’altro, se proprio non è un nemico, certo non è un amico a tal punto che si è sdoganato la necessità della denuncia e della delazione come pratiche socialmente utili (sia esso un extracomunitario o un vicino oltreconfine). La via d’uscita che Esposito indica ci sembra interessante. Per superare chi sostiene una politica dell‘immunitas sarebbe necessario capovolgere l’impostazione dell’antropologia negativa, per dar luogo a un’idea di identità più aperta e perciò più vitale. Esposito osserva, per esempio, che l’istinto di conservazione è il segnale di una vita malata. La vita vera, la vita piena consiste, infatti, nella capacità e nella volontà di sperimentare l’imprevisto, il rischioso. Per Esposito «si potrebbe addirittura dire che la malattia rappresenta, per l’organismo, il rischio di non poter più affrontare rischi» (Immunitas. Protezione e negazione della vita p. 172). Quindi una malattia dell’anima o della psiche che limita il nostro modo di vivere rendendoci fragili. Per Esposito, dunque, si deve evitare che vi sia, anche in situazioni complesse come la nostra attuale, un eccesso di immunizzazione. Quanto la paura (ad esempio di un contagio) ci deve limitare e quanto invece sarebbe utile affrontarla senza per questo cadere nell’irrazionale o in un immotivato desiderio (volontà di potenza o di dominio?) che può rendere incauti fino a diventare pericolosi per sé stesi e per gli altri? Una bella domanda. La voglia di vivere è piena, per alcuni, solo se si vive con gli altri. La solitudine è una pre-morte, così come, in fondo, lo è il vivere solo in piccolissimi gruppi come quello familiare. Questo spinge alcuni ad affrontare il rischio pur di stare in mezzo agli altri. Ma in questo caso Esposito va oltre. Seguendo le riflessioni di Donna Haraway giunge a sostenere che l’alterazione artificiale del corpo è funzionale alla sua conservazione (Manifesti cyborg. Donne, tecnologie e biopolitiche del corpo, Feltrinelli). In altre parole solo grazie al contatto con l’esterno il corpo può sperare di allungare la propria durata. Si espone per così dire a ciò che gli sta fuori per salvare ciò che ancora porta dentro: «Entra in rapporto problematico con l’altro per proteggersi da sé stesso – dalla sua naturale tendenza alla consumazione» (Immunitas. Protezione e negazione della vita p. 178). Dunque, sembra quasi che per Esposito solo aprendosi verso l’esterno, accettando anche il rischio di un contagio e di una crisi irreversibile, il corpo può aumentare la propria potenza di vita, può riuscire a immunizzarsi dalla malattia mortale della paura. Apertura verso l’esterno che, per assurdo, diviene in altri contesti apertura verso il cibernetico, l’innesto artificiale che può, forse, garantire l’immortalità del corpo e aprirci al pist-umano. Sarebbe logico, tuttavia, domandarsi se questa immortalità artificiale sia il prolungarsi della nostra identità oppure la sua fine, sarà ancora bìos (cioè esistenza) o diverrà solo zoè (quindi vita biologica)?
Credo che le categorie di Esposito abbiano il merito di focalizzare l’attenzione su due aspetti fondamentali della vita dell’uomo a cui sembra la politica non guardi con sufficiente attenzione: immunitas e communitas. Perché se la communitas è lo sfondo di senso rispetto al quale l'immunitas ha rilievo, quello che diventa importante è il modo in cui si dà questa relazione: sono in opposizione oppure implicitamente si implicano necessariamente? In questo modo Esposito va oltre Foucault  e Agamben. I due termini hanno una radice comune: «L’immunità, o, nella sua formulazione latina, l’immunitas, risulta il contrario, il rovescio, della communitas. Entrambi i vocaboli derivano originariamente dal termine munus – che in latino significa “dono” o “ufficio”, “obbligo” – ma l’uno, la communitas, in senso affermativo, e l’altro, l’immunitas, in senso negativo. Per cui se i membri della comunità sono caratterizzati da quest’obbligo donativo, da questa legge del dono e della cura nei confronti dell’altro, l’immunità implica l’esenzione o la deroga da tale condizione: immune è chi si trova al riparo dagli obblighi o dai pericoli che derivano dal rapporto con gli altri» (R. Esposito, Biopolitica e immunità nella costruzione sociale dell’identità, in Narrare i gruppi. Prospettive cliniche e sociali. Anno III, Vol. 1, Marzo 2008). Ma al di là delle riflessioni sul singolo individuo che si sperpera nel sociale e del suo muoversi tra le due polarità dell’immunità e della comunità,  ciò che appare fortemente in crisi in questa fase storica è proprio il concetto di Stato-nazione, quello che identifichiamo con il concetto di sovranismo. Sembra un dato di fatto sul quale si può esprimere differenti giudizi a seconda di come la pensiamo ma che, oggi, vede l'irruzione di altri soggetti politici nelle decisioni territoriali anche in caso di pandemia. È un bene o un male? Se è un bene, con che cosa lo si vuole sostituire? Se è al contrario un male, esiste una via per ricostruirlo?
Lo Stato, non solo quello italiano ma lo “Stato” come entità in generale, di fronte al virus non è riuscito a difendere ed immunizzare i cittadini se non introducendo lo “stato di eccezione”, aspetto, quello della protezione, che è alla base delle funzioni di qualsiasi tipo di Stato anche di quello minimo postulato da ultra libertari come Robert Nozick. L’incapacità o l’impossibilità di bloccare le frontiere, in una società che ha cercato di esaltare spesso, soprattutto negli ultimi anni, l’apertura verso il prossimo, anche in un momento difficile in cui l’immunitas doveva essere privilegiata, ha portato inevitabilmente a un corto circuito interno producendo, alla fine, semplicemente la chiusura di zone del territorio interno a fronte di frontiere aperte. Lo Stato ha mostrato  l’incapacità di guidare i propri cittadini perdendo di credibilità attraverso una comunicazione non sempre coerente, a tratti in contraddizione anche tra coloro che la gestivano ovvero politici e tecnici. Questa situazione tecno-sanitaria si è innestata all’interno di una società liquida (Bauman), cioè una società in cui i valori condivisi sono ormai in crisi e liquefattj mentre si avvertono nitidamente i sintomi di una vera e propria “rinuncia alla società” e alla comunità, in nome di una tensione verso l’individualismo estremo, di un’ambizione illusoria che prescinde dal contesto ambientale di riferimento. Dopo un periodo in cui, molti hanno contributo a creare un mondo deterritorializzato per dirla con Beck e Appadurai, in cui lo spazio dell’azione e dell’interazione (e in un certo senso del potere) si è distaccato dallo spazio fisico, diventando uno spazio soprattutto immateriale e virtuale, il virus ha obbligato l’uomo e la politica, costretti dagli eventi, a riappropriarsi necessariamente della propria territorialità che aveva perso di consistenza. Se fino a poco tempo fa la nuova mobilità conferiva alle persone, alle cose e al potere stesso una grande libertà di movimento, per cui le persone potevano risiedere in un territorio senza per questo sentirsi legate ad esso, potevano isolarsi dal luogo in cui vivevano e allo stesso tempo trovarsi virtualmente in un altro posto, è bastata una semplice infezione per rimescolare le carte sia nell'ordine del sapere che in quello del potere. Un avvertimento dei pericoli fisici che una società globalizzata avrebbe potuto comportare e quindi una ammonizione per intraprendere una necessaria modifica dello stile di vita e del progresso sociale. Ora, sarebbe lecito domandarsi se dopo questa crisi l’avvertimento continuerà ad essere inascoltato o gli uomini, e chi li gestisce, impareranno qualcosa e torneranno, come sostiene Cacciari, ad una forma di chiusura con profondi effetti sul modo di vivere, sulla politica e sull’economia. La sfida infatti passerà, una volta finita l’emergenza sanitaria, al puro aspetto economico. Cosa potrà fare lo Stato di fronte ad una situazione di devastazione a seguito della chiusura imposta? Soprattutto uno Stato che, come ricorda Latouche, ha abdicato almeno in parte ad una delle sue funzioni principali e cioè ad essere guida economica della nazione: «Realizzandosi, l’economia mondiale scalza le basi della “nazionalità economica”. Per capire come le multinazionali distruggano il riferimento territoriale dello Stato-nazione, bisogna precisare il senso stesso di “nazionalità economica”. La sovranità dell’economia, aspirazione chiave degli Stati-nazione, è una metafora senza contenuti rigorosi. Il concetto di nazionalità economica, invece, può essere costruito in modo coerente e trova la sua pertinenza nell’analisi storica; esso appare legato alla crescita e allo sviluppo. Più solido dell’idea d’indipendenza, tale concetto mantiene comunque un’origine metaforica, poiché nei due casi si cerca di trasporre sul piano economico attributi tipici del livello politico, in particolare, la sovranità, il cui contenuto centrale è proprio l’indipendenza. Da Jean Bodin, i giuristi francesi considerano che uno Stato, assoggettato da un altro, non possiede nemmeno dominio sovrano nel suo interno e non è dunque indipendente. La concezione di uno Stato-nazione “padrone in casa sua” costituisce uno degli attributi immaginari della nazionalità economica. Uno Stato o una nazione vassallo sul fronte economico sarebbe allora un’entità non più autonoma né internamente né esternamente». (S. Latouche (con Antonio Torrenzano), Immaginare il nuovo, Harmattan Italia, Torino 2000, pp. 32-34). La mancanza di autonomia e quindi una forma di immunitas di chiusura agli altri Stati e all’economia globalizzata conduce a una forma di vassallaggio che mal si coniuga con una situazione emergenziale in cui bisognerebbe fare al contrario scelte rapide, coese e radicali ma anche pubblicamente discusse e condivise. L’aver abdicato a favore di altri il proprio ruolo economico sembra oggi un punto di debolezza e non di forza, come dimostrano le tante incertezze della UE, da cui traspare evidente quello che sosteneva Benjamin e che cioè “politica” ed “economia” sono scisse dal bene (tratto da: Prefazione in R. Esposito, Categorie dell’impolitico, Il Mulino, Bologna 1999).
In conclusione della nostra riflessione, l’insegnamento che si può trarre da questa drammatica esperienza, forse, è che nello sviluppo prossimo si deve limitare l’apertura indiscriminata per recuperare un po’ più di immunitas; che l’uomo dovrà ripensare a una società forse un po’ meno aperta in cui la comunità dovrà tornare ad essere una comunità classica che, come da tradizione, riposa sulla categoria del “radicamento” (condivisione dei vissuti relazionali e radicamento spaziale), una società che sappia valorizzare le proprie risorse e che non guardi esclusivamente a ciò che può trovare al di fuori dei propri confini. Si dovrebbe forse andare verso una decrescita felice non solo economica ma anche politica e culturale, lasciando al solo virtuale il contatto con l’oltre. La risposta alla domanda è quindi la stessa che vale per la nostra attuale società: quale principio ci deve ispirare? Quanto siamo disposti a rischiare per cercare?