a Piazza Pulita (La7) Pierluigi Bersani ex uomo di sinistra ha affermato:
“Finché c’è posto per curare, bene. Se non ci fosse più posto, non sta fuori un malato di tumore o di leucemia perché qualcuno dice che il vaccino è roba da ridere. Questo bisogna che lo diciamo.”
L’affermazione di Bersani non rappresenta una novità ma pronunciata da uno dei leader storici di ciò che una volta si diceva “sinistra” rappresenta un salto di qualità. Vale la pena ricordare che uno come lui, come il partito di cui si fa ancora scudiero, ha sostenuto senza eccezioni tutti i governi che dal 2012 in poi hanno tagliato 37 miliardi di finanziamento al SSN, per cui di fronte a questa prospettiva che paventa dovrebbe semplicemente chiedere perdono con gli occhi bassi. Come della spaventosa gestione delle cure del suo compare di partito ministro della Sanità, che ci ha portato alla catastrofe odierna che oggi scaricare la responsabilità su quel residuo 10% di renitenti alla vaccinazione. Questione di conti. Una vergogna. Ma a parte questa indubbia posizione morale, si dovrebbe almeno avere la decenza di chiarire quale è l'ideologia che lo fa (stra) parlare perché se l'accesso alle cure del sistema sanitario diventa una questione di merito personale, la questione diventa tutta politica per cui coloro che non fanno il possibile per evitare di dover ricorrere alle cure non meritano di essere curato, ma lo Stato come lo decide? Questo ragionamento, spero che Bersani se ne renda conto, rappresenta una negazione totale dello spirito che ha informato il diritto alla salute a partire dall’art. 32 della Costituzione e dalla legge sul servizio sanitario nazionale del 1978 la L. 833 L’idea di un servizio sanitario universalistico è radicato in una visione semplice e profonda nel complesso che, ai miei tempi, gli esponenti di sinistra non mettevano in dubbio: si tratta dell’idea che l’accesso alla cure stesse è prerogativa di tutti, finanziate peraltro con la tassazione collettiva e dunque anche dei no vax. Questa visione di principio assicura insieme la massima libertà personale e la massima solidarietà collettiva, e lo Stato ha il compito di approntare un servizio degno del compito, non certo di fornire pagelle sulla gestione del rischio personale nel corso della propria esistenza di ognuno di noi. Un modello Universalistico che presuppone un’idea etica importante, cioè l’idea che una comunità di soggetti liberi possano sviluppare ed esplorare le proprie scelte di vita mettendo in comune i costi e i benefici diciamo su un piano di eguaglianza. Mentre è questa idea di fondo ad essere stata erosa e demolita da tempo dall’impianto neoliberale, di cui pare Bersani voglia far parte come il suo partito, innescando l’idea che la salute dovrebbe essere trattata come una merce su base individuale. Un obbrobrio giuridico e morale. C'è da dire che nessuno a destra era riuscito a dire tanto anche se lo ha pensato, ovvero attaccare in maniera frontale il concetto di universalismo della cura subordinandolo ad una valutazione di merito sulle condotte personali. E tutto ciò impone un ragionamento semplice e inappuntabile nello stesso tempo. I nostri ospedali hanno sempre curato drogati e tentati suicidi, per quanto entrambi non avessero fatto quanto era nelle loro possibilità per non aver bisogno delle cure. Ora, la strada del “merito personale” come accesso privilegiato alla cura è una strada che elimina ogni sistema sanitario pubblico (e ogni spirito solidaristico), perché allorché ponessimo un sistema di giudizi morali preliminari per definire gerarchie d’accesso alle cure, il giudizio morale sulla eventuale condotta individuale diventa fonte di arbitrio e di condanne inoppugnabili. Roba da Stato etico che giudica moralmente ogni aspetto dei comportamenti individuali per redigere le proprie gerarchie di merito (e di accesso alle cure pubbliche), oppure all'opposto di uno stato minimo completamente assente che lascia a ciascuno di noi l’onere liberistico di cavarsela con le proprie risorse private. Spero Bersani lo abbia pensato altrimenti qualche dubbio sovviene, poiché esempi se ne possono fare a bizzeffe in merito: dallo sportivo infortunato che arriva con una frattura scomposta per cui è andato a cercarsela, a chi mangia troppa carne per cui se la è cercata poiché poteva mangiare sano e vengano, oppure a quanti sono in sovrappeso per via di una vita sedentaria in questo modo compromettendo il proprio apparato cardiocircolatorio. E via dicendo. Gli esempi sono infiniti. Succo del discorso: nel momento in cui si prende questa strada si consegna ad un’autorità morale arbitraria (una maggioranza protempore oppure a lungo termine definendo uno stato autoritario?) un diritto di irreggimentazione e indirizzo capillare della vita altrui, secondo criteri che successivamente possono essere direzionate in infinite direzioni e per diversi motivi. Forse anche l'onorevole Bersani non tratta la sua salute con dovizia. Dunque, tutti coloro che
raccontano il solito refrain su quanto costano all'erario coloro che non si vaccinano dopo aver sottolineato semplici considerazioni come sopra, rappresentano una vergogna inqualificabile, magari dall'alto delle loro plurime pensioni d'oro. Appare evidente che a questo punto ogni patto sociale finisca miseramente nel bellum omnium contra omnes di hobbesiana memoria, che forse è il limite a cui questa politica tende a spingerci. Spero che l'onorevole Bersani lo intenda, o forse no. Ma allora il fatto che questo paese sia sempre in ritardo di una rivoluzione potrà diventare una cosa buona col tempo. Forse!

