Un recente articolo di Zock dal titolo Il "pensiero dell'istituzione" su Sfero, ci fa meditare su come stia degenerando socialmente la nostra società post-Covid in modo oserei dire irreparabile. L'articolo di Zock giunge a fagiolo.
A quanto pare in una trasmissione televisiva il Prof. Broccolo - docente di Microbiologia chimica presso l'università Milano Bicocca, dice Zock, il docente in questione avrebbe ipotizzato, come possibile causa del fatto che le persone nella fascia d'età 12-39 con booster appaiano (dati ISS) a maggior rischio di ospedalizzazione rispetto ai “bidosati”, il cosiddetto effetto ADE.
Nel merito dell'effetto ADE possiamo solo dire che la letteratura scientifica sul rischio di questo effetto a fronte di reiterazioni delle inoculazioni è ampiamente disponibile nei siti ufficiali accreditati, e non essendo il mio ambito di competenza non mi dilungo come non lo fa lo stesso Zock. Quello che mostra invece ai miei occhi la degenerazione dei rapporti culturali, umani, lavorativi in essere- e che ormai consideriamo come normali - è il fatto che l'Università Milano Bicocca avrebbe (usiamo il condizionale) ritenuto necessario (perché ci domandiamo?) prendere posizione su questo intervento esprimendosi nei seguenti termini:
“Le opinioni espresse dal dottor Broccolo non rappresentano il pensiero dell'istituzione. Nostre ulteriori azioni e considerazioni a riguardo saranno tenute al di fuori del contesto social.”
Giustamente il filosofo della statale spera che questa sia un fake news e che niente del genere sia stato davvero proferito da fonti ufficiali. Ma se, come sembra, risultasse vera? Se veramente fossimo in tale situazione? Se risultasse vera ci troveremmo difronte a qualcosa che metterebbe in discussione il concetto stesso di democrazia, perché si formula nel comunicato un'evidente intimidazione nei confronti di un docente (“ulteriori azioni”) per aver espresso un'opinione motivata (secondo scienza e coscienza) in un contesto pubblico. Ora, una qualsiasi opinione è scientificamente credibile - non sappiamo se anche vera perché deve necrssariamente superare percorsi e protocolli specifici - se ha una quantità di documentazione, di studi, di osservazioni accettabili dalla stessa comunità scientifica; ma anche se alla fine non lo fosse a cose fatte, se dunque non risultasse per il momento ancora dimostrabile, rimarrebbe un'opinione espressa in un contesto extra-lavorativo di cui nessuno di noi, tantomeno una istituzione che si basa su percorsi di conoscenza, può mettere in discussione o dovrebbe farlo. Ma la cosa peggiore che emerge, concordo con Zock, è il secondo elemento di disturbo che vi compare tra le righe, quando cioè si parla di un “pensiero dell'istituzione”. Per quale giustificato motivo una istituzione pubblica del sapere dovrebbe avere, e considerare normale, un pensiero? L'accento va posto su quel "un" naturalmente e non sul pensiero. Perché l'idea di conoscenza e di ricerca che se ne avrebbe, sarebbe quella di una ricerca vincolata a qualcosa che non attiene la ricerca in sé visto che, conoscenza per conoscenza, la ricerca è plurale. Aderire a questo tipo di pensiero unico, mostra il limite culturale in cui siamo caduti ma, peggio, contrariamente ai propositi degli estensori del comunicato, alimenterebbe la narrazione complottista in merito al senso di "una svolta culturale autoritaria in atto da qualche anno e iniziata con le apparentemente innocue discussioni sul “politicamente corretto” ", come afferma Zock. Perché, naturalmente, dare per scontato che le opinioni degli individui debbano rappresentare l'opinione prevalente delle organizzazioni presso le quali lavorano, dunque della dirigenza di cui quella istituzione fa parte, è una aberrazione culturale e lavorativa di cui non abbiamo traccia se non solo in certi periodi storici. E visto che questa pericolosa idea si è manifestata in tanta altri ambiti della società civile, non può essere una svista oppure un semplice e diabolico retropensiero di chi scrive. Diamo l'impressione, e cerco di misurate le parole, di essere noi tutti inseriti, giocoforza, all'interno di una oligarchia dove solo una certa porzione di vertici istituzionali, minoritaria rispetto al resto, avrebbe l'unica parola su quello che costituirebbe una “opinione pubblica” accettabile per tutti gli altri. Un "1984" orwelliano rivisto alla luce del 2022.
Il fatto che ora si debba avere un solo pensiero, dunque un'ortodossia da seguire ciecamente, anche all'interno di istituzioni della conoscenza in cui libera ricerca, valori, libero arbitrio vengano lasciati fuori dalla porta non è solo incoerente con il proprio compito di base, creare menti libere in ricerche a certe condizioni libere, ma soprattutto per gli effetti che produce dentro e fuori di noi: se tutto ciò fosse vero e non frutto di una fase, allora noi tutti potremmo tranquillamente smettere di occuparci di politica, cultura, scienza e quant'altro perché, come giustamente afferma l'autore, sarebbe del tutto politicamente irrilevante. Saremmo solo pedine all'interno di una scacchiera il cui gioco viene fatto altrove e noi usati, tolti dalla naftalina ogni tanto e per il tempo che serve, per giustificare il fatto che altri possano giocare. Per poi rimetterci nella naftalina. Usciremo mai da questo incubo? O forse siamo su Matrix? Ma, appunto, come potremmo mai distinguere la realtà dall'illusione, dalla produzione della realtà?

