Molti film di fantascienza hanno usato il tema "realtà e simulazione della realtà" come un problema filosofico a cui la scienza guarda, da Atto di forza tratto da un racconto dello scrittore americano Philip K. Dick al film del 2001 Vanilla Sky fino al più noto protagonista del film Matrix, ignaro di vivere in una simulazione finché qualcosa non lo tira fuori da lì, il tema della simulazione della realtà ci pone di fronte a molte questioni di natura etica e gnoseologica nello stesso tempo. Il dubbio di vivere in una realtà simulata è una riformulazione relativamente recente di una questione fondamentale del pensiero filosofico occidentale e della spiritualità orientale. Una questione diventata sempre più attuale e dibattuta negli ultimi anni soprattutto al di fuori dei consueti contesti accademici, in particolare tra i grandi imprenditori della Silicon Valley che producono intelligenza artificiale, a fronte dei significativi progressi compiuti nello sviluppo di strumenti tecnologici e dispositivi pensati per vivere autentiche esperienze virtuali il più possibile realistiche che intrighino i consumatori del terzo millennio. La realtà virtuale che contorna, quando non assilla, la nostra quotidianità è frutto di tutto questo coacervo insieme di problemi tra ricerca e consumo. Ora, ammesso che sia possibile forse un giorno arrivare a simulare un’esperienza dove non potremo distinguere la realtà dalla finzione, affermano alcuni filosofi contemporanei, cosa ci permetterebbe di escludere che la realtà stessa non sia altro che una simulazione? Se tutto fosse riproducibile, e in questo senso proprio la nostra stessa esperienza cosciente, cosa potrebbe distinguere quello che è reale da quello che non lo è?
In un recente libro intitolato "Reality+: Virtual Worlds and the Problems of Philosophy" di cui c'è un brillante video su YouTube con lo stesso Chalmers, il filosofo ha affrontato questo problema sostenendo che sia impossibile già da ora escludere che la nostra esistenza sia una simulazione (eventualità che non la renderebbe comunque meno reale secondo il noto filosofo). In un dibattito a cui hanno preso parte specialisti di varie discipline interessate, dalla fisica alle neuroscienze, la controversa ipotesi sostenuta da Chalmers è nota da almeno venti anni come «ipotesi della simulazione», ipotesi attribuita a Nick Bostrom, direttore del centro di ricerca interdisciplinare Future of Humanity Institute alla Oxford University, in cui lo stesso Bostrom sostenne in un citatissimo articolo pubblicato nel 2003 sulla rivista "The Philosophical Quarterly" che ci siano rilevanti probabilità che la specie umana si trovi all’interno di una simulazione realizzata da una super-intelligenza esterna al nostro mondo. Fantascienza si dirà. Forse, ma intanto il paradosso ci serve per rispondere al problema che riguarda la nostra mente e come si relazione con la realtà esterna. Chalmers come è noto insegna filosofia e scienze neurali alla New York University (NYU) dove dirige il "Center for Mind, Brain and Consciousness", ed è uno degli autori più conosciuti, come Dennett e Searle per citarne solo due, nel campo della filosofia della mente e delle scienze cognitive, discipline che si occupano dello studio dei processi cognitivi umani e artificiali e affrontano questioni come, per esempio, il rapporto tra mente e cervello, il concetto di intenzionalità e il problema della coscienza (Searle, Dennett, Putnam, Davidson, Nagel).
La sua idea di base, come quella di altri che ho citato qui sopra, è che sia impossibile affrontare l’ipotesi della simulazione senza una riflessione preliminare sul problema della coscienza, argomento a cui è principalmente legato il primo lavoro pionieristico di Chalmers risalente agli anni Novanta. La coscienza, questo strano elemento che ha da sempre interessato i filosofi di ogni epoca. Secondo Chalmers esiste, dunque, un modo di parlare della coscienza come di un fenomeno spiegabile in termini di meccanismi computazionali o neurali, cioè i metodi standard della scienza cognitiva classica. Ma, nel contempo, esiste anche una dimensione più complessa di quel fenomeno che chiamiamo «coscienza» che mostra una sostanziale irriducibilità a quei termini o a quei metodi di indagine scientifica. Ora, la domanda più pertinente che dovremmo farci per inquadrare il discorso è: «Dove finisce la mente e comincia il resto del mondo?». La proposta di Chalmers, nota come «teoria della mente estesa» sviluppata insieme al filosofo Andy Clark, è che non sia possibile spiegare la coscienza se non ammettendo che i processi cognitivi dipendano non soltanto da fenomeni «interni» al cervello ma da un’interazione dinamica tra il cervello, il corpo e il resto delle cose del mondo. Che non è proprio una intuizione nuova. È il motivo per cui il lavoro di Chalmers-Clark è considerato ancora pionieristico considerato che molta parte delle «risorse esterne» che oggi consideriamo come un’estensione della nostra attività cognitiva e mentale – dagli smartphone agli altri dispositivi digitali e artefatti che modellano le nostre esperienze quotidiane e di cui ci serviamo abbondantemente – non era ancora stata sviluppata negli anni Novanta.
L’approccio di Chalmers al problema della coscienza è alquanto utile a comprendere le sue riflessioni riguardanti l’ipotesi della simulazione. Soltanto cogliendo prima lo stretto rapporto che esiste tra la mente e il mondo, scrive in "Reality+", è possibile porsi una delle domande fondamentali della riflessione filosofica: cosa sia la realtà e quali mezzi abbiamo per conoscerla e interpretarla.
Per poter introdurre il problema della conoscibilità delle cose cita un racconto attribuito al filosofo taoista Zhuangzi, vissuto nel IV secolo a.C. in cui Zhuangzi sognò di essere una farfalla ignara di essere Zhuangzi. All’improvviso si svegliò e seppe di essere Zhuangzi, ma non era in gradi di sapere se fosse lui ad aver sognato di essere una farfalla oppure di essere una farfalla che stava sognando di essere Zhuangzi. Un dubbio molto simile a quello che sarebbe potuto sorgere anche in Neo, il protagonista di Matrix, al quale a un certo punto viene spiegato che la sua vita ordinaria non era altro che una simulazione. Ma forse è vero il contrario: la sua vita ordinaria è reale, e quella fatta di battaglie e avventure è una simulazione indotta dalla pillola rossa che ha inghiottito. Dunque, come se ne esce?
Certamente, la domanda che ci interessa non è tanto se viviamo o meno in una simulazione, ma come facciamo a sapere che non stiamo vivendo in una simulazione. E la risposta di Chalmers, disarmante, è che non lo sappiamo, ma questo non toglie che i mondi virtuali siano (anche) «realtà autentiche» e che gli oggetti del mondo virtuale siano reali: «Se davvero siamo in una simulazione, tavoli e sedie non sono illusioni ma oggetti perfettamente reali: sono oggetti digitali fatti di bit», entità la cui natura può essere compresa soltanto a condizione di smettere di considerarle pure astrazioni.
Proprio nell’articolo del 2003 – intitolato "Are You Living in a Computer Simulation?" dove è contenuta la prima formulazione dell’ipotesi della simulazione nei termini in cui è conosciuta e discussa oggi – il filosofo Bostrom non sostenne direttamente che gli esseri umani si trovino in una simulazione ma formulò tre ipotesi (apparentemente) improbabili, sostenendo che almeno una delle tre fosse molto probabilmente quella vera. La prima ipotesi è che quasi nessuna civiltà possa raggiungere un livello di evoluzione tecnologica tale da permettere la creazione di realtà simulate. La seconda ipotesi è che quasi nessuna civiltà, pur raggiungendo quel livello di evoluzione tecnologica, abbia interesse a creare simulazioni della propria storia evolutiva o di versioni differenti di quella storia (simulazione in cui potremmo trovarci in questo momento per esempio). La terza ipotesi è che «tutte le persone con il nostro tipo di esperienze» stiano effettivamente vivendo in una simulazione.
Rispetto alla possibilità che quest’ultima ipotesi sia vera, Chalmers aggiunge oggi una serie di condizioni generalmente associate all’idea comune di simulazione della realtà. Secondo Chalmers, l’ipotesi della simulazione richiede che la simulazione duri per tutta la vita «o almeno per tutto il tempo che siamo in grado di ricordare»: non potrebbe essere valida se, ad esempio, la simulazione fosse cominciata appena ieri. Mentre la seconda condizione è che sia opera di un «simulatore», non di un programma per computer comparso casualmente dal nulla. Essere in una simulazione, secondo Chalmers, significa interagire con essa e quindi anche condizionarla: «I tuoi input sensoriali provengono dalla simulazione e i tuoi output motori influiscono sulla simulazione». Le nostre menti sono parte della realtà, afferma Chalmers, ma una gran parte della realtà – che contiene il nostro mondo e probabilmente molti altri – è al di fuori delle nostre menti: ne sappiamo poco, ed esistono parti che potremmo non conoscere mai. Situazione che non implica necessariamente l’inesistenza di quelle parti, cioè di un piano oggettivo della realtà: «la realtà esiste indipendentemente da noi». Posso non vederla, cionondimeno essa esiste. Come molti altri sostenitori dell’ipotesi della simulazione, Chalmers non crede che l’eventuale correttezza di questa ipotesi cambierebbe radicalmente lo stato delle cose del nostro mondo. Riprendendo infatti l’esempio di Matrix, egli osserva che gli individui nati e cresciuti nella simulazione non hanno mai visto oggetti che non fissero simulati oppure vissuto esperienze indotte da interazioni non simulate. L’idea alla base del film, ricordiamo, è che gli alberi in Matrix siano in verità simulazioni digitali ma non esistono «alberi non simulati» di cui le persone abbiano fatto esperienza, che aggiungano o sottraggano informazioni a tutto quello che le persone sanno sugli alberi. Non sarebbe allora molto diverso scoprire, secondo Chalmers, che alberi, automobili e corpi umani anziché essere fatti di atomi e particelle fondamentali come elettroni, protoni e neutroni sono fatti di bit, o qualunque cosa costituisca questi bit. Come Chalmers scriveva già nel 2003, in un articolo originariamente pubblicato proprio sul sito del film Matrix, scoprire di vivere in una simulazione non dovrebbe portare alla conclusione che il mondo esterno non esista: «piuttosto dovrei desumere che il mondo fisico sia costituito da computazioni al di sotto del livello microfisico».
Negli ultimi anni, in seguito alla sua crescente diffusione e popolarità in vari ambienti, l’ipotesi della simulazione è stata analizzata e commentata da diversi fisici. L’astrofisico e divulgatore americano Neil deGrasse Tyson, considerato uno dei più conosciuti sostenitori di questa ipotesi, moderò nel 2016 un citato dibattito su questo tema a cui parteciparono alcuni fisici e filosofi tra cui lo stesso Chalmers e Zohreh Davoudi, fisica teorica americana del Massachusetts Institute of Technology (MIT). Anche Tyson, come Bostrom, non sostiene che il nostro mondo sia una simulazione ma, in sostanza, che non ci sia un modo per dimostrare che non lo sia. Ci sono anzi probabilità piuttosto alte che sia una creazione di qualche entità dotata di un’intelligenza superiore alla nostra, una simulazione creata «per puro divertimento» da un 'genio maligno' o da un 'perfetto orologiaio', così come per puro divertimento ma a un livello ovviamente inferiore anche noi creiamo simulazioni al computer. E quando si verifica qualcosa di dirompente o di bizzarro nel nostro mondo, ad esempio una anomalia, in un certo senso è come se il programmatore si stesse annoiando della sua creazione affermò lo stessoTyson nel 2017 in un’intervista con il conduttore televisivo Larry King. Su un altro piano del discorso la Davoudi, al contrario, è una ricercatrice convinta che sia invece possibile cercare prove sperimentali a sostegno dell’ipotesi della simulazione, generalmente ritenuta indimostrabile anche da molti dei suoi sostenitori. L’idea molto semplice della Davoudi è che se tutto il nostro universo è governato da leggi matematiche con costanti apparentemente arbitrarie, e se è vero che questo universo sia frutto di una simulazione, deve allora essere teoricamente possibile scoprire i limiti di questa simulazione attraverso segni riscontrabili nella realtà. È possibile, per esempio, che una serie di anomalie possano accumularsi man mano che la simulazione prosegue, e che per correggere questi errori i simulatori apportino cambiamenti minimi alle costanti delle leggi naturali. Cambiamenti che, al momento, non si presentano rilevabili attraverso i nostri attuali strumenti di misurazione ma che lo sviluppo tecnologico potrebbe rendere possibile riscontrare in un futuro magari non molto lontano dal nostro. Il problema è che, ammesso che tutto ciò sia possibile domani, come lo potremo dimostrare perché la differenza tra 'religione' e 'scienza' non sta tanto nella presunta assurdità dei fenomeni che la religione descrive rispetto alla scienza, ma dal fatto che la prima non spiega come si suppone avvengano i fenomeni mentre la seconda sì. E mentre i credenti lo accettano per fede, gli scienziati hanno bisogno di una spiegazione di come funzioni un fenomeno. La parte problematica dell’ipotesi della simulazione è che sottintende che sia possibile riprodurre tutto l’osservabile utilizzando non tanto le leggi della fisica bensì un ipotizzabile algoritmo sviluppato da un programmatore che ne determini le condizioni di realtà. Ora, è certamente possibile riuscire ad approssimare quelle leggi naturali attraverso simulazioni standard al computer, cosa che gli scienziati fanno continuamente, ma non possiamo al momento riprodurle, nemmeno con i computer quantistici di ultima generazione. Le persone che credono all’ipotesi della simulazione fanno, forse inconsapevolmente per eccesso di entusiamo verso mondi altri, grandi supposizioni su quali leggi naturali possano essere riprodotte tramite simulazione al computer, ma non spiegano come dovrebbe funzionare tutto questo: perché trovare spiegazioni con un elevato livello di precisione che siano alternative a quelle esistenti per tutte le osservazioni dei fisici è qualcosa di molto difficile allo stato attuale. Questo non significa che l’argomento della simulazione sia di per sé sbagliato, ma solo che al momento richiede un atto di fede per essere ritenuto valido. Nulla di più. E dunque, siamo al punto di partenza: realtà o finzione?

