Il nostro tempo si caratterizza per sovra-esposizione, per sovra-prestazione e per sovra-stimolazione, questi 'stati indotti' rappresentano letteralmente le caratteristiche di base del nostro tempo presente. Alcune osservazioni di Han nei suoi ultimi due libri - La società senza dolore e Le non cose entrambi editi daEinaudi - vanno in questa direzione. Il problema: esiste una via di scampo a questa distopia?
“Ci viene costantemente chiesto di comunicare i nostri bisogni, i nostri desideri, le nostre preferenze, di raccontare la nostra vita. La libertà e la sorveglianza diventano inestinguibili”. Ne La società senza dolore Han ha raccolto le sue riflessioni sull’era della pandemia in cui prefigura una “società della sopravvivenza” che oppone a una pervasiva assenza di senso “un eccesso di positività che si esprime in una forma di sovraprestazione, sovracomunicazione, sovrastimolazione” tipica di un’epoca post-narrativa, dove “il corpo acquista potere là dove lo spirito si ritira”. Il problema per noi è comprendere di quale corpo si stia parlando. E in questo senso Han non ha dubbi: si tratta di un corpo fragile e rinunciatario, ossessionato solo dall’idea di sopravvivere. Un quadro certamente non ottimista (abbiamo dei dubbi?) che Han aveva già prefigurato nei suoi testi precedenti. La stessa arte che va per la maggiore, gli artisti mainstream, sembrano non cogliere il problema del presente, ma si accontentano come fa Ai Weiwei o Jeff Koons di realizzare sculture caratterizzate da “levigatezze specchianti”. “L’opera d’arte dovrebbe provocare un urto, scuotere chi la contempla come vuole Benjamin, mentre la levigatezza ha tutt’altra intenzionalità: si adatta all’osservatore, gli strappa un like come condizione di esistenza, vive alla superficie. Vuole soltanto piacere a qualcuno per qualcosa ma non scuotere” (cfr. La salvezza del bello, Nottetempo, 2019). Anche in Ai Weiwei la situazione non muta, peggio perché dice Han: “Nel caso di Ai Weiwei, la morale stessa viene impacchettata in modo da spingere al like. Morale e compiacenza si fondono in una simbiosi ben riuscita” (cfr. Han, La società senza dolore). Anche i sentimenti perdono di consistenza, abulici e sottostimati vivono nell'immagine stereotipata di chi li vive, lo stesso sentimento dell'amore vive una profonda crisi: “L’amore si positivizza oggi nella sessualità, che è comunque sottomessa al diktat della prestazione. Il sesso è una prestazione” (cfr. Han, Eros in agonia, Nottetempo, 2013). Non solo, nel suo senso di isolamento: “L’amore viene positivizzato oggi una formula per il godimento. Esso deve produrre soprattutto sentimenti piacevoli. Non è più una trama, una narrazione, un dramma, bensì emozione ed eccitazione prive di conseguenze”. In preda alla liquidità non ci racconta più la nostra storia. Il mondo di plastica che ci risucchia, non lascia speranze neppure alla politica che viene spersonalizzata e svincolata dai suoi antichi principi di fondo: “La vita del politico è caratterizzata dall’agire in senso enfatico, non è sottoposta al verdetto della necessità e dell’utilità. Oggi i politici lavorano molto, ma non agiscono” (cfr. Han, La società della stanchezza, Nottetempo, 2012).
Nel mondo indecifrabile che viviamo, che Han chiama “l’inferno dell’Uguale”, abbiamo rinunciato alla noia, alla contemplazione, al diritto alla stanchezza, a tutti quei processi che ci distinguono dagli animali. “La stanchezza abitua l’essere umano a un particolare abbandono, a un quieto non-fare” mentre siamo sempre più prigionieri della società della depressione. “Il burnout, che precede spesso la depressione, non rinvia tanto a quell’individuo sovrano al quale manca la forza ‘di essere padrone di se stesso’, ma è piuttosto la conseguenza patologica di un autosfruttamento volontario. Il soggetto di prestazione sfrutta se stesso fino alla consunzione”. Forse non è in fondo tutta colpa nostra, non sappiamo fronteggiare il tempo che ci plasma, e la società della comunicazione,la stessa rete diventa la prigione distopica che organizza la nostra esistenza: “La società digitale della trasparenza priva il mondo di aura e mistero” e aggiunge: “La rete si trasforma oggi in un particolare spazio di risonanza, in una camera di risonanza dalla quale è eliminata ogni alterità, ogni estraneità” (cfr. Han, L’espulsione dell’altro, Nottetempo, 2017). Per cui sembra che dopo uno scenario così negativo della nostra esistenza la domanda, lecita, se esiste una via d’uscita da questo inferno dell’Uguale sia in fondo un po' pleonastica. Eppure Han ci induce a non desistere, a dirci che, sì, un altro mondo sarebbe anche possibile se solo noialtri riprendessimo confidenza con linguaggi che abbiamo dimenticato come, ad esempio, il recupero dei riti: “I riti riassumono il mondo, producono un forte rapporto col mondo, mentre alla base della depressione c’è una smodata autoreferenzialità. Del tutto incapaci di uscire da se stessi e di superarsi proiettandosi nel mondo, ci si incapsula” (cfr. Han, La scomparsa dei riti, Nottetempo, 2021). I riti antropologicamente definiscono il nostro rapporto tra l' esistenza e la società, tra la cultura e la natura in modo da recuperare quello che siamo e che la sovraesposizione del mondo digitalizzato, artificiale ed eccessivo, non ci permette di fare. Ma forse esiste una ulteriore modalità perduta a cui la moltitudine non fa più ricorso ovvero ad “una rivitalizzazione della vita contemplativa: la crisi del tempo sarà superata solo nel momento in cui la vita attiva, anch’essa in piena crisi, accoglierà nuovamente in sé la vita contemplativa” (cfr. Han, Il profumo del tempo, Vita e Pensiero, 2017). Han in fondo dirada le nebbie del nostro stordimento contemporaneo, quel nostro rapporto con le non cose che ci fanno smettere di vivere il reale. E con la limpidezza di una prosa profonda che non perde mai la precisione, Han smonta pezzo per pezzo l’illusione del presente, la liquefazione del mondo tangibile nelle non cose del mondo digitale, ma soprattutto il cambiamento del nostro rapporto con il possesso che si snoda nell' accesso alle informazioni che deformano il nostro rapporto col reale. Tra smartphone e selfie, noi tutti ci abbandoniamo alle conquiste di un’intelligenza artificiale che però può far ben poco per noi per farci riprendere la nostra essenza. L’unica salvezza, forse, sarebbe quella di ritrovare l’ "Altro", l'Altro pensato come un sé per riprendere Ricoeur, dentro una vera e non utopica empatia che ci qualificherebbe come umani attraverso la contemplazione come modo di esistere specifico dell'umano. Perché la digitalizzazione a cui siamo assuefatti «disincarna il mondo», bandisce i nostri ricordi dal nostro privato, mentre che difende la vita digitalizzata sostiene al contrario che la nostra memoria si è trasferita nei server dove è facilmente consultabile. In fondo l’approccio post-umano si fonda su un errore di base: la memoria non è costituita solo dall’immagazzinamento di dati e informazioni. Al contrario, tramite i ricordi noi ci raccontiamo una storia, la nostra. Questo significa che la memoria non è additiva, ma narrativa. E Le tracce mnemoniche, come sostiene Han, sono costantemente sottoposte a un processo di riordino e trascrizione permettendoci di raccontare ogni volta una storia diversa. La memoria è un tessuto narrativo. Mentre nell’infosfera siamo tutti infomani e datasexuals, dei veri e inconsapevoli feticisti di informazioni che non comprendiamo del tutto, cullati dagli smartphone, dai tablet che usiamo non solo per necessità in una beata stupidità. Dobbiamo renderci conto che le informazioni deformano la verità, anzi esse non bastano a spiegare il mondo che ci circonda. Infatti, oggi siamo così tanto bene informati che però ci manca il senso dell’orientamento. Ci avviciniamo alle informazioni col sospetto che le cose possano anche stare diversamente. Per questo motivo si distinguono dalla verità. Più veniamo messi dinanzi a svariate informazioni, sottoposti alle sovra-informazioni, più la nostra sfiducia cresce. Per questo motivo da un determinato punto critico in poi, l’informazione cessa di essere informativa e diventa al contrario disinformazione. Questo "potrebbe-anche-essere-diversamente" diventa un tratto essenziale dell’informazione facendo diventare le fake news una componente necessaria, forse irrinunciabile, della società dell’informazione. A certe condizioni le informazioni possiedono un margine di attualità molto basso, si fondano sulla sorpresa. Proprio in questo modo ci precipitano nell'attualità come fossero messaggi della segreteria telefonica già ascoltati. Le informazioni provocano rumore che impedisce qualsiasi azione contemplativa. Dovremmo forse riscoprire il silenzio e la sua forza. Potremmo anche affermare che il lavoro fatto con le dita sugli schermi fa perdere la visione hegeliana dello spirito come lavoro, la società ludica del «phono sapiens» senza mani non agisce, digita soltanto. Crediamo che sarà la condizione ludica del futuro, di un uomo che si limita a giocare, a godersela senza lavorare. Ma sarebbe davvero una condizione ideale? Diventa un drogato che non vive all'interno di un mondo di plastica. Come ci esorta a pensare Heidegger, il «cruccio» sta alla base dell’esistenza umana mentre il 'phono sapiens', del tutto privo di crucci, non è più un uomo.
Lo smartphone-mania rende ogni cosa immediatamente disponibile e consumabile. E in tal modo distrugge l’Altro che si sottrae a qualsiasi disponibilità. La perdita dell’empatia, quella che abbiamo definito uno dei tratti dell'umano, deriva dal fatto che noi facciamo dell’Altro, del tu, un oggetto puramente consumabile. Insieme allo smartphone ci ritiriamo nel nostro narcisismo per cui possiamo affermare, con Han, che la scomparsa dell’Altro è proprio il motivo ontologico per cui lo smartphone ci rende soli.
Nel regime neoliberista del capitalismo globalizzato ci sfruttiamo da soli, dice Han, credendo di realizzarci. Così in modo totalmente irreale il regime neoliberista si fonda invece sul «like». Ogni forma dominio richiede dei devozionali che lo stabilizzino mediante l’habitus (Bourdieu docet) ancorandolo al corpo. Lo smartphone è l’oggetto devozionale del regime neoliberista.
La società senza dolore di Han si conclude con queste parole: «Chi vuole sconfiggere ogni dolore dovrà anche abolire la morte. Ma una vita senza morte né dolore non è umana, bensì non morta. L’essere umano si fa fuori per sopravvivere. Potrà forse raggiungere l’immortalità, ma al prezzo della vita». Questo paradosso vale anche in un mondo gestito dall’intelligenza artificiale di cui la nostra società dell'informazione, dei sefie è pienamente soggiogata. Il mondo che sarà sarà non sarà un mondo umano. Vogliamo veramente questo?

