L'articolo ha centrato l'obiettivo su cosa sia oggi il lavoro? Solo in parte. Ma prima di arrivare a conclusioni sbagliate partendo da alcuni elementi parzialmente corretti, occorre vedere il problema in tutte le sue sfaccettature e non solo da quella di un mondo che ha risolto la propria condizione primaria di sostentamento e agogna all'autorealizzazione tout court. Fin qui i dati ufficiali. Ma l’errore, come si afferma anche nell'articolo, potrebbe essere proprio quello di fermarsi ad essi, senza considerare i fattori culturalie, politici ed emotivi del fenomeno. Non si può infatti far finta di non vedere il fatto che, almeno a parole e nel discorso pubblico, l’insofferenza verso il lavoro sia aumentato vertiginosamente. Molto di ciò che viene detto è parzialmente vero, non sono concorde tuttavia su alcune conclusioni come, ad esempio, che non si tratti di una questione di ore lavorative, di retribuzione, di mansioni e di trattamento sul posto di lavoro. Forse questi non sono più i problemi più stringenti che riguardano il rapporto tra persone e occupazione. Forse è una questione di crisi del senso del lavoro. Solo senso del lavoro? Al contrario, credo fermamente che il problema reale del lavoro sia la crisi del lavoro e delle sue condizioni di vita più che del 'senso' che noi attribuiamo al lavoro. Più che sulla trascendenza del lavoro ci dobbiamo posizionare sul significato che diamo all'importanza di questa trascendenza del lavoro. Benché quasi nessuno oggi svolga il lavoro per cui ha studiato, per lo meno un bella percentuale di individui è in questa situazione e si riconosce, il lavoro in realtà ha perso con l'istruzione il significato della scalata sociale, il fatto che attraverso l'istruzione si svolga un lavoro che piaccia e che sia appagante materialmente e culturalmente. Ma anche per quanti svolgono un lavoro che hanno scelto deliberatamente perché convinti, lo stato di perdita di senso sta diventando sempre più reale. Perché non credono più al loro lavoro? No. Vedono il loro lavoro snaturato. E questo peggioramento è dovuto alle condizioni interne lavorative che col tempo sono diventate più restrittive a fronte di salari sempre più bassi (in Italia questo è un problema reale visto che i salari medi sono sempre più ridotti fermandosi tra i 1250 e i 1400€ con politici che hanno affermato, ahimè, che si può vivere bene con 1000 € al mese): in altri termini si continua a chiedere al lavoratore sempre più sacrifici senza alcun ritorno né economico né di considerazione sociale. Per cui un' analisi di questo tipo, almeno quella descritta nell'articolo, richiederebbe maggiori dati su cui ragionare per non giungere a interpretazioni affrettate. Ma non vi è dubbio che i peggioramenti delle condizioni lavorative, anche di quei lavori che si consideravano gratificanti, per via di una burocratizzazione sempre troppo elevata rappresentano certamente uno dei motivi più solidi di quella 'perdita di senso' del lavoro di cui si discute nell'articolo. Che non vuol dire che il lavoro in sé abbia perso di significato ma che, a quelle condizioni di inbarbarimento a cui si è giunti per fare di più (lavorare) per avere di meno (salario+considerazione), non è più in grado di rappresentare la vera essenza dell'uomo che nel lavoro dovrebbe ritrovare parte della sua natura. Togliamo al lavoro questa sua prigione di efficientissimo senza ritorno, di burocratizzazione forzata, di condizioni umane sempre più precarie e forse potremo vedere di nuovo il vero significato del lavoro che non può fare mai a meno della creatività dell'uomo. Se togli questo elemento al lavoro, togli all'uomo la sua umanità.

