Esiste in ogni società politica un ordine del discorso a cui diamo il nome di politicamente corretto. Ha un potere che trascende la nostra volontà, trascende il nostro sistema linguistico personale, si rivolge a noi come forma collettiva di significati sociali anche contro la nostra volontà che richiede, da parte nostra, uno sforzo preciso per divincolarsi. Si insinua nei nostri gesti, nel nostro parlare, nelle nostre abitudini come un dovere da rispettare se intendiamo rimanere cittadini di questo ordine sociale che incombe su di noi. In verità stiamo parlando del rapporto tra "linguaggio" e "potere", del costituirsi di una neolingua perniciosa sul piano della rappresentazione collettiva tra quello che si definisce cancel culture e politically correct. Che il linguaggio, anche quello quotidiano, come Foucault e Chomsky hanno già da tempo stabilito, sia stato stravolto da un nuovo ordine del discorso, ormai non vi è più dubbio alcuno. Che abbia creato una specie di cappa sopra di noi neppure questo è messo in discussione. Addirittura che si sia insinuato anche nei territori più fragili del nostro sistema come i social, mi sembra emblematico del nostro contesto storico, ma che fosse penetrato nelle stesse istituzioni imbavagliando le performances linguistiche dei suoi fruitori, apre la porta ad una critica non solo sociologica, ma chiaramente culturale del nostro sistema sociale imperante mettendo sotto accusa la neolingua costituita. Ed è proprio su questo terreno che vorrei volgere l’attenzione. Il nostro linguaggio ha subito una metamorfosi tale che, snaturato nel suo compito principale, ha imposto come si è detto una neo lingua impoverita basata sul politically correct che ne ha inficiato non solo l’uso quotidiano, ma la stessa riproduzione sociale. Come sappiamo c’è stato un tempo, e nemmeno tanto lontano, in cui la censura e tutta la sua pratica culturale era considerata una funzione di destra mentre la libertà di espressione era di sinistra, un periodo se vogliamo che si prolunga fino alla metà degli anni Settanta. Poi qualcosa comincia a cambiare agli inizi degli anni Ottanta. Questo cambiamento preparato da una certa idea progressista della cultura, una cultura che non si presenta più bigotta e titubante innanzi alla matrice cattolica del nostro paese ma 'laica', tra la fine degli anni Settanta e gli inizi degli Ottanta sembra che abbia lasciato la stagione delle lotte sociali il posto a quella dei diritti civili, in modo da permettere che tutto il bagaglio di idee ‘progressiste' possano penetrare sempre più diffusamente nella coscienza collettiva. Una ottima cosa potremmo affermare, se non per il fatto che questa penetrazione ha creato qualche guasto e qualche cortocircuito non immediatamente avvertibile. Ed è proprio a partire da questa strana cesura che ha preso piede il principio del politicamente corretto di cui intendiamo ora prendere le distanze perché essere oggi progressista significa in realtà prendere possesso del linguaggio, legiferare su di esso per orientarlo verso altre destinazioni. Una legislazione linguistica, oserei dire nominalistica, ha preso piede dentro di noi premurandosi di stabilire modalità, usi e metodi di come dobbiamo chiamare persone e cose. Il paradosso di tutto questo è che la lotta si è spostata dal terreno della politica a quello del linguaggio con l’inserimento di parole giuste che evidentemente hanno oggi il compito di squalificare quelle sbagliate, ad esempio il passaggio dal termine ‘negro' a quello di ‘nero, di ‘cieco a ‘ipovedente’, di ‘handicappato’ a ‘diversamente abile' hanno questo compito nella loro innocenza e apparente correttezza linguistica. Ma quello che è strano, ma non troppo, è che a questa "individuazione linguistica corretta" di intere categorie di individui non segue poi alcun tentativo reale di cambiarne la condizione sociale lasciandoli in balia degli eventi che certamente non erano e certamente non sono ora a loro favore. L'esaltazione della forma sulla sostanza, dei diritti sulla carta ma non dei veri diritti. L’ipocrisia prende per mano la politica progressista togliendole ogni più piccolo retaggio rivoluzionario, lasciando purtroppo lo status quo al suo triste destino. Ma quello che più rende patetico tutto questo apparente mondo corretto è che all'ipocrisia segue lo spregio radical chic nei confronti del linguaggio comune, di tutti coloro che non fanno parte dell' élite dominante che ormai detta le regole al discorso pubblico: il politicamente corretto viene adottato dall'establishment diventandone l’ideologia di fondo. Dal mondo dei media a quello dello spettacolo e della cultura, il canone del politicamente corretto aderisce alla società diventandone il mantra di cui facciamo fatica a scrollarci di dosso il peso ipocrita della sua inconsistenza. Tanto che il cortocircuito culturale del XXI secolo è dato dal fatto che il binomio "politicamente corretto=sinistra" ha creato una saldatura storica e nel contempo logica che è penetrata proprio nella testa e nei comportamenti della gente, lasciando intendere che establishment, politicamente corretto e sinistra volessero intendere in fondo la stessa cosa. E purtroppo è così. Perché questo politicamente corretto non si è accontentato di essere solo una ideologia che giustifica se stessa, ma ha oltremodo stabilito, dopo decenni di pratica politica, un cambiamento antropologico degli individui rendendoli permalosi e vittime verso un pensiero che non si presenta conforme a questa linea politica e linguistica. Ed è quello che vediamo profilarsi proprio oggi dove, sembra, che la cappa a cui siamo costretti sta diventando la serra che protegge i nuovi frutti velenosi del nuovo ordine del discorso, Foucault docet, dove giusto per fare un esempio sui generis e senza polemica il Natale non deve essere più il "Natale" per non offendere tutte le altre culture per le quali il Natale non ha il nostro stesso significato; oppure il non declinare il "maschile" e il "femminile" ma usare a fine parola l’asterisco in modo da non definire il sesso della persona a cui ci si rivolge, dell'utilizzo di genitore 1 e genitore2 al posto di padre e madre, per non dire dell'uso dello schwa per il linguaggio inclusivo. Per non dire poi dei testi o delle opere d'arte in grado di turbare la sensibilità del singolo per le quali si accompagnano avvertimenti ad hoc, i famosi triage warnings, capaci di mettere in guardia i fruitori dai possibili turbamenti che certe immagini o certe espressioni potrebbero indurre nei loro animi. Insomma, un bel mondo di politicamente corretto ci seppellirà fino allo sfinimento. Delirio che ha preso la stessa OMS tanto che ha proposto di non chiamare le diverse varianti Covid col nome del paese in cui sono state isolate perché potrebbero indurre atteggiamenti discriminatori, al loro posto una bella lettera dell'alfabeto greco…chissà che diranno i greci di questa scelta. Gli esempi sono tanti e potremmo continuare all'infinito senza capire fino in fondo l'origine di questo delirio senza freni. Senza porci, in fondo, la vera domanda se l'inclusione, quella vera, ha realmente bisogno di questi metodi o non di politiche sociali reali di inclusione in cui chi subisce la forbice del sistema di cui fa parte riesca in fondo a vivere pienamente la propria vita senza andare alla Caritas per avere un pasto caldo e un letto per dormire. Sarebbe il caso che si rileggesse La questione ebraica di Marx con occhi orientati sul presente. Come ci ha insegnato a suo tempo Pierre Bourdieu, regolare fino al paradosso le forme della lingua è uno dei modi più sicuri grazie al quale l’élite dominante marca il proprio confine, preservando i propri caratteri distintivi rispetto alla massa. Quello che difatti vediamo operare non è la normale prassi storica del cambiamento linguistico, ma al contrario una deriva linguistica in un processo che, come per i sistemi totalitari, arriva dall'alto con l' intento di cambiarla contro quel comune sentire delle persone che la usano. Il totalitarismo linguistico del mondo corretto. Il trionfo della cancel culture che ha l'intento, nemmeno tanto nascosto, di andare a ritroso nel tempo per scovare le vecchie cattive intenzioni che ancora pesano nel nostro presente e cancellarle per organizzare un mondo nuovo, meno offensivo, più in linea con i sentimenti oggi dominanti o che si vorrebbe imporre, dando così ragione al vecchio barbuto che sempre ha sostenuto che le idee della classe dominante sono le idee dominanti, definendo una neolingua artificiale e, diciamolo, anche un po' idiota con la quale si imbavagliano i temi giusti per una nuova battaglia manichea contro il male, dando l'impressione che il mondo sia malato (e certamente lo è) e che il nuovo linguaggio debba depurarlo e risanarlo dalle vecchie contaminazioni. Questo è totalitarismo, perché tutto ciò era insito nell'ideologia totalitaria di creazione di un uomo nuovo. Un nuovo habitus sociale sta prendendo piede, al quale non riusciamo a sottrarci perché tutti i tratti distintivi sono calati dall’alto. Con la teoria dell'habitus come è risaputo, Bourdieu puntava a dimostrare che gli agenti sociali sviluppano delle strategie che si fondano su un piccolo numero di disposizioni acquisite per socializzazione e che, anche se inconsapevolmente, sono necessarie per poter sopravvivere nel mondo sociale. Quindi l'habitus diventa il principio d'azione degli agenti sociali esercitato all'interno del campo sociale, mentre quest'ultimo diventa lo spazio sociale all'interno del quale si realizza la competizione fra i diversi agenti per il dominio. Gli agenti che sono già in posizione di "comando" all'interno del campo sociale utilizzano la pratica della violenza simbolica per mantenere/esercitare il proprio controllo. Per questo motivo, dunque, la neolingua imperante in questa fase storica ha il preciso intento di prendere possesso della scuola e dei centri di trasmissione del sapere, come sta già facendo da tempo, perché “il sistema di riproduzione” è l'ultimo baluardo del capitale culturale della società in cui, se riesci a dirigerlo, puoi creare il consenso come forma di disuguaglianza sociale, arricchimento o impoverimento culturale. Come pensava Bourdieu studiando le relazioni tra la disuguaglianza sociale e la cultura, è necessario affiancare all'analisi del capitale economico tutti gli aspetti del capitale sociale (ovvero l'insieme delle relazioni interpersonali che portano alla crescita delle altre forme di capitale individuale) e del capitale culturale (inteso come le competenze, le capacità del saper fare e di espressione sviluppate nel corso della propria socializzazione di classe) la cui loro combinazione produce quel capitale simbolico che permette di interiorizzare inconsciamente nei dominanti e nei dominati le ragioni di questa loro discrepanza. Per questo motivo credo che la guerra sull'istruzione che vediamo profilarsi in questi anni bui per un nuovo sistema del sapere contro la neolingua, sia l'ultimo baluardo possibile per un pensiero critico, in quanto, come tempo fa Bourdieu paventava in "La reproduction", sarebbe auspicabile sviluppare un'analisi estremamente critica nei confronti del sistema scolastico il quale, come da titolo, ha come compito quello di "riprodurre" la struttura sociale esistente e non la mobilità sociale che si prefigge ideologicamente come scopo dichiarato. E tutto ciò avverrebbe perché l'educazione, in particolar modo quella umanistica, inculcherebbe nelle menti non tanto il sapere, ma degli habitus preconfezionati che riguardano il rapporto col sapere. Questi habitus sarebbero convergenti con gli habitus familiari di certi gruppi sociali che si ritroverebbero avvantaggiati rispetto ad altri. In questo modo, il sistema scolastico non tenderebbe a selezionare chi possiede il sapere, ma chi appartiene a una determinata classe sociale. Se si vuole andare a sinistra, è da qui che si dovrebbe partire. Ma neolingua, istruzione e politicamente corretto oggi sono capisaldi di un pensiero politico uniforme e omologato di cui questa sinistra è l'alfiere.

