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Ferdinando Sabatino, nato a Milano nel 1960 si è laureato in Filosofia morale con Franco Fergnani presso l’Università degli studi di Milano con una tesi sulla medicalizzazione e lo stato giuridico della delinquenza in cui applica le tesi di Foucault nei codici penali pre-unitari fino al codice Zanardelli. Professore di Storia e filosofia e di Filosofia e scienze umane, è esperto nei processi socioculturali delle comunicazioni di massa. Si è interessato al pensiero organizzativo delle strutture industriali, già docente presso la Scuola di specializzazione per l'insegnamento secondario dell’Università degli studi di Milano, ha collaborato con la cattedra di Filosofia morale del Dipartimento di filosofia. Si occupa prevalentemente di storia dei sistemi di pensiero e di fenomeni collettivi, ha studiato le istituzioni totali come forme di potere su cui le società moderne hanno articolato aspetti ideologici di risocializzazione per giungere alle più sofisticate e complesse forme ideologiche contemporanee. Ha orientato recentemente i suoi interessi sui problemi della violenza collettiva ed etnica; sulla questione dei diritti e sul conflitto tra lavoro e capitale.
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"...bisogna discernere il rumore sordo e prolungato della battaglia"
Michel Foucault

giovedì 30 giugno 2022

NEMMENO LA MUSICA CI SALVERA'


Il fatto: il concerto (si fa per dire) di ieri in piazza Duomo, prodotto da Fedez e soci.
Non amo questo genere, lo sento molto distante da me e dalla mia storia, ma ho voluto comunque metterci un po' il naso giusto per rendermi conto di cosa ascoltino i nostri giovani oggi. Ho tanti studenti che spesso mi assillano con questa musica, e visto che ho una una certa dimestichezza verso la storia della musica dalla classica al jazz per giungere al rock e al pop (1500 vecchi dischi in vinile e 500-600 cd) cerco sempre di dialogare con i loro gusti. Alcune volte è impossibile, altre volte con piacere mi sento dire 'ehi prof ma sa che questo pezzo che mi ha fatto sentire è proprio forte'. La musica ha questo di buono: lega e accorcia le distanze. Alcune volte però non sembra. Lo so che qualcuno mi etichettera' come il solito 'bumer', così ci vedono i nostri giovani, che non capisce la musica di oggi eppure, al di là dei gusti estetici, dei periodi storici etc. la musica underground ha sempre aperto un mondo. Il problema è che questi nuovi menestrelli non aprono un mondo, semplicemente si adeguano ad esso. Sono il prodotto del nuovo consumismo. E non è il discorso del matusa che non capisce cosa ascolta, vediamo proprio una distanza culturale che prima non c'era. La quasi totalità  di questi cantanti cantano in play-back, cioè ‘non cantano’. Il microfono in mano serve per lanciare le solite frasi per creare atmosfera: ‘siete caldi?’ ‘siete carichi?’ 
Le parole delle canzoni si capiscono a tratti, in ogni caso forse è meglio così perché i messaggi erano e sono le solite litanie che con la cultura underground c'entrano poco, ad esempio uno dei protagonisti sul palco ha espresso frasi gutturali come ‘scendo in cantina a fumare il krack’ e via di seguito con questa bella roba. Se si cercano i testi delle canzoni su internet ti ritrovi in uno spazio siderale del Metaverso dove quasi nessuno dei cantanti che si sono esibiti ha utilizzato il suo vero nome: da Caneda, My Drama, Frada, Cara, Paulo, Beba, Rosa Chemical, Rose Villain, Miles, Nitro, Ariete, Myss Keta, Lazza, Rhove, Paky, Shiva, Ghali, Tananai, Tedua, fino ai più conosciuti Fedez e J-Ax.  Per la maggior parte ho ascoltato ritmi ‘rap’, testi parlati velocemente il cui significato rimane nel mistero, sembrano involucri vuoti destinati a fare solo rumore. Non sembra musica, ma esercizio a chi fa più rumore o dice cose strampalate. Vogliamo parlare dei testi? un certo Paky a un certo punto in uno dei suoi pezzi che gli astanti reclamano con schizofrenica ansia dice: “...dammi, si, un kilo, G me lo imbosco/passo davanti alla guardia/faccio un tiro, vedo confuso/di tutto non mi importa nada/pippati il filo del tuo discorso/giuro parlare mi annoia/ nella tua zona, zio sei un intruso/co’ na spia, no, no hablo neanche, yah/le dico chiudi il cesso in strada non duri nada/...”. Giuro che non faccio moralismo, ma non si possono paragonare questi testi e questi gesti alle stranezze per esempio di un Jimi Hendrix che al festival di Monterey brucia la sua chitarra sul palco mimando una specie di rito. Questo è il livello dei testi che ci mostrano, nello stesso tempo, la liquidità e il malessere di questo periodo. E dei nostri giovani. Eppure Piazza Duomo era gremita, pronta ad applaudire una sessualità liquida, una protesta esasperata tanto nell’abbigliamento quanto nel trucco e nelle movenze che mimano il rock consumistico dei nostri tempi bui. Le ragazzine non fanno che sbavare per questi finti personaggi trasformati in femminucce, tatuati, con borsetta molto lontani ad esempio dalla figura androgina di un David Bowie che negli anni Settanta spaccava il genere musicale e culturale con Pin Ups. Sembra che la politica post ideologica abbia in fondo raggiunto lo scopo che voleva: la musica non ha più senso, serve solo a riunire una massa prona al panem et circenses senza futuro. Il problema è che cerchiamo di consolarci rispetto a questi exploit di bassa lega dicendo che dopo tutto ogni generazione ha i suoi problemi di incomprensione e rigetto, che c'è un gap culturale, generazionale che non capiamo e che forse c'è del buono...Ma ci crediamo veramente? Tutto sembra indicarci, invece, che a parte questa piccola barriera di difesa in cui ci nascondiamo, lo spettacolo della "musica giovane" di oggi e dell'ethos che vi si nasconde dietro è veramente imbarazzante. Io che sono un bumer, questa è la percezione che i Giovanni hanno di noi, vedo questa spazzatura e penso semplicemente che ormai il mondo, e non solo quello della musica, non ha più nulla da perdere. E forse neppure da dare. Tutta la musica che è venuta prima, non importa di quale genere fosse, dal jazz al pop, dal mondo classico al rock, dal rock duro al prog, dalla celtica alla musica da camera fino alla New age, qualunque cosa la storia abbia prodotto in qualunque epoca sotto forma di musica era veramente molto più in alto di questa roba che faccio fatica a definire sia esteticamente che eticamente che  intellettualmente. Basta leggersi qualsiasi testo dei Beatles, di Hendrix, di Bowie, dei Jethro Tull  dei Jefferson, dei Cream etc. per non parlare dei cantautori stranieri e italiani, Dylan, Donovan, Cat Steven, Guccini, De André, De Gregori, Venditti, Battiato e via discorrendo per capire lo iato culturale che esiste tra questo prima e questo adesso. Un baratro. Un baratro di deiezioni continue che non ci fanno onore, tantomeno propongono liberazione per l'individuo. Tantomeno inducono protesta. Paragoniamo questa autoillusione proiettiva dello sfacelo odierno e confrontiamolo con le autorappresentazioni svilenti della società che viviamo, sembrano la fotocopia di un mondo al collasso. E non possiamo più dire in modo consolatorio che la musica ci salverà.