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Ferdinando Sabatino, nato a Milano nel 1960 si è laureato in Filosofia morale con Franco Fergnani presso l’Università degli studi di Milano con una tesi sulla medicalizzazione e lo stato giuridico della delinquenza in cui applica le tesi di Foucault nei codici penali pre-unitari fino al codice Zanardelli. Professore di Storia e filosofia e di Filosofia e scienze umane, è esperto nei processi socioculturali delle comunicazioni di massa. Si è interessato al pensiero organizzativo delle strutture industriali, già docente presso la Scuola di specializzazione per l'insegnamento secondario dell’Università degli studi di Milano, ha collaborato con la cattedra di Filosofia morale del Dipartimento di filosofia. Si occupa prevalentemente di storia dei sistemi di pensiero e di fenomeni collettivi, ha studiato le istituzioni totali come forme di potere su cui le società moderne hanno articolato aspetti ideologici di risocializzazione per giungere alle più sofisticate e complesse forme ideologiche contemporanee. Ha orientato recentemente i suoi interessi sui problemi della violenza collettiva ed etnica; sulla questione dei diritti e sul conflitto tra lavoro e capitale.
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"...bisogna discernere il rumore sordo e prolungato della battaglia"
Michel Foucault

venerdì 5 agosto 2022

Qualche considerazione su linguaggio al presente e mondo

Vivere al presente, parlare al presente, sentire al presente. Lo vediamo tutti i giorni, lo sentiamo in televisione, lo vediamo nei social, lo captiamo dalla politica. I filosofi analitici dicono sempre di essere chiari e di usare linguaggi semplici e comprensibili. Ma un conto è il linguaggio chiaro, altro è il linguaggio scarno e ridotto a pochi lemmi. Il linguaggio, oggi, è l'ultima barriera del politicamente corretto. Usare il linguaggio nella forma del presente, la graduale scomparsa dei tempi (congiuntivo, passato semplice, imperfetto, forme composte del futuro, participio passato...) sta dando luogo a un pensiero esclusivamente al presente, limitato al momento e totalmente incapace di qualsiasi proiezioni nel tempo. Non credo che chi ci governa lo abbia compreso fino in fondo. 
La generalizzazione indiscriminata del “tu” quando non è richiesta e voluta dai parlanti, la scomparsa della punteggiatura, l'uso di usare le abbreviazioni delle parole ('cmq' al posto di 'comunque' per fare un esempio) sono tutte forme di allontanamento dal linguaggio e alla complessità dell'espressione. Meno vocaboli e meno verbi coniugati portano alla incapacità di esprimere le emozioni e soprattutto meno capacità di elaborare un pensiero.
Studi linguistici e alcuni di socio-antropologia recenti hanno dimostrato che parte della violenza nella sfera pubblica e privata deriva più o meno direttamente dall'incapacità di mettere parole intorno alle emozioni. Senza parole per costruire un ragionamento, quello che per Morin è il “pensiero complesso”, tutto il mondo viene ostacolato e reso impossibile da comprendere nelle sue sfaccettature. Più povero è il linguaggio, meno esiste il pensiero. Già il primo Wittgenstein sosteneva una cosa del genere affermando che i limiti del mondo sono i limiti del mio linguaggio. La letteratura da Georges Orwell in 1984 a Ray Bradbury in Fahrenheit 451 ha raccontato come le dittature di ogni obbedienza ostacolassero il pensiero riducendo e torcendo il numero e il significato delle parole, facendocj vedere come il pensiero distopico lasci intravvedere il nostro futuro incerto. Non c'è pensiero critico senza pensiero. E non c'è pensiero senza parole. Una 'società senza mente' parte proprio da questa cancellazione.
Come costruire un pensiero ipotetico-deduttivo senza avere il controllo del condizionale? Come prendere in considerazione il futuro senza coniugare il futuro? Come possiamo comprendere la contemporaneità o la sua durata relativa senza una lingua che distingua tra ciò che sarebbe potuto essere, ciò che è stato, ciò che è? Quello che oggi si dovrebbe fare pedagogicamente, sia nelle scuole come nelle famiglie, è quello che genitori e insegnanti si rivoltassero al sistema con una rivoluzione molto semplice: far parlare, leggere e scrivere i loro figli, i loro studenti. Insegnare e praticare la lingua in tutte le sue forme più svariate, anche se sembra complicata perché in questo sforzo c'è la libertà. Quello che viene impedito da tutte le pessime riforme e riformicchie succedutesi nel sistema di istruzione recente. Bisogna disdegnare tutti coloro che spiegano e agognano alla semplificazione dell'ortografia, a scontare la lingua dei suoi “difetti", a sfrondare il linguaggio fino a farlo diventare un corpo essenziale, ad abolire i generi, i tempi, le sfumature, ad abolire tutto ciò che crea complessità perchè costoro sono i becchini della mente umana. Sono i veri 'fascisti' esistenti. Uccidono la libertà e senza di essa nessun mondo è possibile. E come in Fahrenheit 451 dobbiamo ripartire dagli 'uomini libro' che manterranno la tradizione contro il potere.