Vivere al presente, parlare al presente, sentire al presente. Lo vediamo tutti i giorni, lo sentiamo in televisione, lo vediamo nei social, lo captiamo dalla politica. I filosofi analitici dicono sempre di essere chiari e di usare linguaggi semplici e comprensibili. Ma un conto è il linguaggio chiaro, altro è il linguaggio scarno e ridotto a pochi lemmi. Il linguaggio, oggi, è l'ultima barriera del politicamente corretto. Usare il linguaggio nella forma del presente, la graduale scomparsa dei tempi (congiuntivo, passato semplice, imperfetto, forme composte del futuro, participio passato...) sta dando luogo a un pensiero esclusivamente al presente, limitato al momento e totalmente incapace di qualsiasi proiezioni nel tempo. Non credo che chi ci governa lo abbia compreso fino in fondo.
La generalizzazione indiscriminata del “tu” quando non è richiesta e voluta dai parlanti, la scomparsa della punteggiatura, l'uso di usare le abbreviazioni delle parole ('cmq' al posto di 'comunque' per fare un esempio) sono tutte forme di allontanamento dal linguaggio e alla complessità dell'espressione. Meno vocaboli e meno verbi coniugati portano alla incapacità di esprimere le emozioni e soprattutto meno capacità di elaborare un pensiero.
Studi linguistici e alcuni di socio-antropologia recenti hanno dimostrato che parte della violenza nella sfera pubblica e privata deriva più o meno direttamente dall'incapacità di mettere parole intorno alle emozioni. Senza parole per costruire un ragionamento, quello che per Morin è il “pensiero complesso”, tutto il mondo viene ostacolato e reso impossibile da comprendere nelle sue sfaccettature. Più povero è il linguaggio, meno esiste il pensiero. Già il primo Wittgenstein sosteneva una cosa del genere affermando che i limiti del mondo sono i limiti del mio linguaggio. La letteratura da Georges Orwell in 1984 a Ray Bradbury in Fahrenheit 451 ha raccontato come le dittature di ogni obbedienza ostacolassero il pensiero riducendo e torcendo il numero e il significato delle parole, facendocj vedere come il pensiero distopico lasci intravvedere il nostro futuro incerto. Non c'è pensiero critico senza pensiero. E non c'è pensiero senza parole. Una 'società senza mente' parte proprio da questa cancellazione.
Come costruire un pensiero ipotetico-deduttivo senza avere il controllo del condizionale? Come prendere in considerazione il futuro senza coniugare il futuro? Come possiamo comprendere la contemporaneità o la sua durata relativa senza una lingua che distingua tra ciò che sarebbe potuto essere, ciò che è stato, ciò che è? Quello che oggi si dovrebbe fare pedagogicamente, sia nelle scuole come nelle famiglie, è quello che genitori e insegnanti si rivoltassero al sistema con una rivoluzione molto semplice: far parlare, leggere e scrivere i loro figli, i loro studenti. Insegnare e praticare la lingua in tutte le sue forme più svariate, anche se sembra complicata perché in questo sforzo c'è la libertà. Quello che viene impedito da tutte le pessime riforme e riformicchie succedutesi nel sistema di istruzione recente. Bisogna disdegnare tutti coloro che spiegano e agognano alla semplificazione dell'ortografia, a scontare la lingua dei suoi “difetti", a sfrondare il linguaggio fino a farlo diventare un corpo essenziale, ad abolire i generi, i tempi, le sfumature, ad abolire tutto ciò che crea complessità perchè costoro sono i becchini della mente umana. Sono i veri 'fascisti' esistenti. Uccidono la libertà e senza di essa nessun mondo è possibile. E come in Fahrenheit 451 dobbiamo ripartire dagli 'uomini libro' che manterranno la tradizione contro il potere.

