Siamo sommersi da parole d'ordine che nella testa di chi le ha partorite sarebbero in grado di cambiare la nostra esistenza quotidiana dimentichi del fatto, però, che nessuna parola in sé produce cambiamento sociale se non dentro un clima culturale condiviso. Dietro a esse si nascondono problemi di natura sociale ed economica o semplicemente culturale con cui sarebbe opportuno fare i conti, invece vengono calate dall'alto e obbligate a seguirle, usarle e pure riprodurle perché sono il linguaggio ufficiale che la nostra politica intende usare. Non vi è dubbio che siamo di fronte a una stortura che non riflette sulle diverse sensibilità esistenti. Mi spiego meglio. Anche l'ambientalismo mediatico, come l'inclusione a qualunque costo senza se e senza ma, la digitalizzazione, il coding e quant'altro si è materializzato nel nostro mondo imperfetto sta diventando una litania politically correct insopportabile. Ha l'odore di una democrazia non richiesta che giunge dall'alto, non perché non sia giusta in sé ma perché viene confuso il piano dell'includere con quello dell'opportunità all’accedere che è la vera democrazia, l'utilizzo del digitale e dei nuovi mezzi tecnologici per migliorare la vita e non per complicarla, usare le nuove pratiche educative sapendo però che le conoscenze sono imprescindibili e che leggere libri è la summa di ogni educazione. Tutti dovremmo avere le stesse chance per raggiungere lo scopo che è il miglioramento di noi stessi come persone, il resto lo fa quello che sei come individuo e la tua natura, il tuo cervello, la tua morale, i valori con i quali ti sei costruito. Nessuna parola può racchiudere un individuo, sia pure una parte di quell’individuo. Nel mondo liquido tutto sprofonda in una palude di pressapochismo indecente in nome di una coscienza sociale solo paventata ma non realizzata perché si è perso l'ascensore sociale come aspetto del dinamismo sociale. Questo ascensore era l' istruzione. Uno pensa, ad esempio, "l'ambiente, una cosa giusta" vuoi mettere, è il luogo in cui viviamo da preservare, poi guardi come viene strumentalizzato da quanti l'ambiente lo hanno massacrato per interessi o per incultura e ti fai l'idea che anche le idee più giuste sono in grado di corrompersi se non sono accompagnate da filosofie precise. Ma questo è oggi il mondo reale baby e non siamo su Matrix. Sia chiaro non ce l'ho con queste tematiche, ovviamente, ma col modo in cui vengono vissute e fatte metabolizzare in contesti apolitici e date in pasto alla massa. L’ennesima vandalizzazione di cui siamo stati spettatori in un museo a firma di 'studenti sensibilizzati' in nome di un presunto e fuorviante “ambientalismo radicale”, ci dice molto sullo stato dei tempi attuali e soprattutto, da docente, sulla pedagogia egemone che il mondo liberale ha prodotto e sdoganato in questi anni fino a scardinare il sistema di istruzione.
Questi ragazzi sono forse dei vandali? Sono dei mentecatti? Sono dei rivoluzionari? O forse dei visionari? Ovvio che no. Niente di tutto ciò, anzi queste definizioni non possono bastare a dirci qualcosa di loro perché da sole non sono in grado di cogliere quello che costoro intendono affermare quando si macchiano di questi reati. Credo che siano l’espressione di una disposizione profonda, sotterranea che si aggira nel nostro tessuto sociale e che Galimberti chiamerebbe nichilista non senza qualche ragione. Ma che cosa di questa società fa ribrezzo a queste giovani menti, tale da meritare una lotta che non si presenti come essenzialmente nichilista? In cosa credono o quantomeno cosa li spinge a mettersi in mostra, a mettere in mostra i loro corpi? A una prima lettura, i vettori su cui il politically correct accentra le lotte sembrano una variante dei diritti umani: il problema del sesso e del genere, per esempio, a tal punto che lo stesso sistema linguistico dell’odierno politically correct dia in parte loro ragione, infatti tutto il chiacchierare sulla declinazione al femminile o al maschile, la questione dello swah o dell'asterisco a fine parola sembrano dar loro ragione; la questione dell'ambiente e dunque l'ecologia, e anche qui le forze politiche hanno trainato la questione vedasi, ad esempio, tutta la retorica sull'agenda 2030; la distinzione animalismo/veganesimo, tra cultura e approccio culinario per una alimentazione sana e genuina. Sembra, dunque, che su questi temi in cui il corpo ha la sua parte si formino più o meno posizioni riguardo diritti e indignazioni varie in modo da determinare una coscienza culturale innovativa. Sembra. Ma cosa unisce questi temi tra loro distanti? C'è forse una similarità che li partorisce e li unisce? Così diversi tra loro, hanno in comune inequivocabilmente una connotazione biologico-naturalista: sembrano corpi cioè allo stato naturale che richiedono una rivendicazione sociale. Nulla di sociale, nel senso che non riguardano a prima vista la lotta sociale, il conflitto come lo abbiamo conosciuto fino a qualche decennio fa se non, forse, nel modo in cui questi temi sono vissuti e costruiti dagli individui ma non nella loro essenza di prodotti culturali. Non voglio dire che non abbiano dignità sociale, ovviamente, ma che trattati come semplici esplosioni, come moti dell'animo non vedono la foresta dietro gli alberi e si esauriscono nella loro carica emotiva e nella loro pratica culturale che intanto viene già cooptata dal sistema mediatico e dal sistema del marketing. Questo colpisce: la loro quasi totale estraneità al mondo sociale. Queste nuove generazioni, forse mi sbaglio, non riconoscono alcuna 'realtà' al mondo sociale, culturale, storico, religioso in cui vivono e di cui sono il prodotto, forse perché non vedono più nella politica e nella lotta per l'emancipazione attraverso la politica il vero traino delle società. Forse lo fanno anche per una rivalsa contro le generazioni passate dove queste determinazioni hanno sempre rappresentato il centro delle lotte sociali per secoli. È una trasformazione culturale che si è imposta piano piano grazie ad una 'cultura naturalista' da un lato e nella realizzazione di un'etica relativista dall'altro, oserei dire nichilista a tratti, come espressioni culturali del liberalismo economico e culturale vigente che già si prodiga a farle rientrare nel comune senso quotidiano in grado di generare profitto. Sulla falsariga di quello che accadde con molti dei movimenti underground di fine anni Settanta che dalla rivoluzione dei costumi giunsero molto presto al consumo in un batter d'occhio, come la società dello spettacolo richiedeva e da cui non si ritrasse nessuno. Vivendo all'interno di una vita totalmente privata di quelli che sono i rapporti con il mondo sociale, queste nuove leve hanno pensato - magari giustamente? - che tutto il costrutto culturale rappresentasse semplicemente la dimensione irreale che interessava esclusivamente il mondo di ieri ma non quello di oggi. La storia infatti è solo noia. A nessuno interessa, nel mondo iperattivo, cosa sia accaduto ieri figurati qualcosa di cinquant'anni fa, e dai reportage scolastici lo si capisce molto bene: nel mondo della velocità, nella dromologia imperante (Virilio docet) la storia è solo un impedimento alla libera espressione dei corpi. Esistenze destoricizzate e desocializzate che credono di fare politica, ma diventano solo oggetti politici per altri con altri fini. La storia non esiste, non ha alcun orientamento, non insegna nulla. Solo il mondo dei corpi 'naturalizzati' al presente ha senso e dunque uno scopo 'politico'. Ma quando poi chiedi a tutti costoro cosa sia 'natura', non ritrovi nulla nei loro gesti, come nelle loro parole, qualcosa che te lo faccia capire bene. È su questo scarto culturale, non saprei definirlo in altro modo, che si fa strada la tristezza desolante del mondo odierno, perché questi individui così privi di storia non riescono a focalizzare cosa sia, in fondo, questa natura di cui vogliono essere l'emblema e per cui lottano essendo scomparso dal loro orizzonte concettuale la coscienza storico-culturale di tutto ciò che sta prima, quella finestra attraverso la quale possiamo dare senso alla “natura”. Quello che viene visto, percepito come “natura” è, o sembra, qualcosa di astratto, forse una moda che non contiene storia per statuto poiché può variare da un periodo ad un altro, da un contesto ad un altro e viene giocato, posizionato dal sistema mediatico che lo utilizza per altri e meno prosaici scopi. E tutto questo vuole dire che, probabilmente, siamo di fronte a fenomeni culturali di individui che pensano di dire e fare qualcosa di socialmente utile e dunque di ‘politico’ solo perché lottano per il proprio sesso, o di quello che oggi il sesso rappresenta per la società secondo la rappresentazione che loro hanno di essa o secondo il sistema del marketing che lo utilizza; oppure perché fanno 'denunce del sistema' imbrattando tele contro il riscaldamento climatico o perché la plastica sta devastando i nostri mari per via della nostra incuria, ma lo fanno senza una reale trasformazione della società, se non appunto per quella mediatica. Videor ergo sum. Nulla di male, anzi. Solo che ognuna di queste tematiche avrebbe certamente modalità più intelligenti e utili per essere trattate, ovviamente, ma il punto di fragilità appunto risiede proprio in questa debolezza di fondo, perché qualunque trattazione critica da che mondo e mondo dovrebbe guardare questi temi relazionandoli al sistema sociale ed economico in cui si collocano e di cui sono comunque il prodotto. Ma queste denunce sembrano ignorare questa complessità perché essa non è più parte integrante del modo di vivere di costoro che denunciano. Tantomeno del loro modo di pensare. Sono reazioni liquide, di corpi liquidi, di una società liquida. Allora ti chiedi cosa sia accaduto nel nostro sistema culturale, nella nostra società perché tutto questo si avverasse così tragicamente e così velocemente, ti guardi intorno e vedi tanta pedagogia blandita, tante chiacchiere in questi trent'anni da aver portato al collasso il sistema che tutti invidiavano. E sai che non tornerà più. E con esso non tornerà neppure la coscienza sociale di cui avremmo bisogno.

