Il grande fratello ha colpito di nuovo come fa ogni giorno con migliaia di persone. Questa volta è toccata a me la immarcescibile mannaia dei 'Fact-checking' per aver violato gli standard della community. Or bene, vediamo il fatto. La restrizione comminata è per un commento non benevolo in cui sottolineo a chiare lettere questa frase: "che schifezza, meriterebbero di essere imp.....i per le p…e", mi esprimo coi puntini per non dare adito ai fact-checking di ritornare sul luogo del delitto. Questa l'accusa: commento fuori dagli standard della community. Vediamo il fatto. E il fatto è veramente una schifezza a tutto tondo, una di quelle da far rizzare i capelli per la pochezza morale che non ammette replica. Mi riferivo al deprimente caso dell'ospedale di Saronno in cui si delinea da parte della procura, che ha già provveduto a tre arresti ma altri arriveranno visto che al momento le persone coinvolte sono dieci tra medici e dipendenti dell’ospedale e impresari delle pompe funebri, un vero e proprio atto criminale perpetrato alle famiglie dei deceduti per Covid (ma pare anche per i deceduti per altre patologie) in cui questa associazione a delinquere che operava nel settore chiedeva 50€ ai singoli familiari per far vedere il loro caro estinto per l'ultima volta, visto che in periodo di pandemia si era verificato anche quest'ultimo oltraggioso fatto, o per altre attività inerenti alla professione. Annessi alle ipotesi di reato di corruzione, peculato, furto, truffa e falsità ideologica da parte della Procura di Busto Arsizio alcune intercettazioni nelle quali si sentiva cosa affermassero questi personaggi senza scrupoli e senza morale tanto che nell’ordinanza gli inquirenti hanno spiegato che gli imputati hanno mostrato “piena indifferenza”, “sfregio ai doveri correlati alla qualifica pubblica ricoperta”, “incapacità a cogliere il disvalore e l’estrema gravità delle proprie azioni”. Dunque, una vera associazione a delinquere composta di operatori sanitari, impiegati, medici delle ASL e pompe funebri che lucravano sui morti in modo abominevole e continuo sfruttando certamente l'eccezionalità dovuta alla pandemia, ma anche le dubbie procedure volute dal ministero e non solo per la prima ondata. Naturalmente il commento a caldo era stato questo che in qualsiasi altro paese civile sarebbe stato accolto per quello che era: una uscita sanguigna per una vera e propria schifezza operata da esseri sub-umami a danno degli umani. Il risultato è stato che Facebook ha bloccato me per il mio commento in quanto lesivo di "comportamento scorretto nei confronti degli standard della community" di cui non mi pento affatto mentre dovrebbero pentirsi gli adepti di questa associazione a delinquere, ma non ha detto nulla in merito al fatto oltraggioso che ha indotto al commento oltraggioso. Qualche domanda allora sovviene visto il solerte atteggiamento da comitato di salute pubblica: perché la funzione di questi fact checking non dovrebbe essere anche quella di valutare le notizie? E se non sono false e sono di così bassa propensione morale, quale è il loro atteggiamento in merito?
A meno di non credere che realmente qualcuno passasse dalle parole alle vie di fatto e quindi provvedere "all’imp.....e per le p…e" dei rei di così disgustosa caratura, la censura preventiva di qualsivoglia enunciazione linguistica dinanzi a un fatto acclarato di tale bassezza morale risulta veramente ideologica: sarebbe come considerare più meritevole di punizione una enunciazione che non il reato a cui questa invettiva era indirizzata. La sproporzione la capirebbero anche i dementi. Ma non i fact checking. Va bene che siamo un paese 'garantista' ma di un garantismo un po' peloso, ma quando vengono scoperti rei di tal fatta con le mani nella marmellata in attesa delle sentenze ci devono essere delle sentenze morali che, almeno da parte di questi esecutori del potere mediatico, non sembrano esserci. E la morale che si portano dietro, un po' pedagogica e un po' codina, mostra tutto il lato ideologico della faccenda. Vorrei ricordare a questi garantisti della buon'ora che in altre parti del mondo un reato del genere sarebbe immediatamente punito: in quelle zone ove la 'democrazia' latita sarebbero stati portati davanti 'al plotone di esecuzione per danno alla comunità’, e certamente non vorrei arrivare a tanto sia chiaro. In altri dove c'è almeno sulla carta la certezza del diritto, sarebbero stati condotti nelle patrie galere in attesa di processo e, verificati i fatti, mandati in gattabuia senza sconti e senza altri appelli gettando via la chiave. In questo paese in cui la giustizia arriva tardi quasi sempre il più delle volte non accade nulla, e questi saprofiti che proliferano nelle pieghe (e piaghe) della società riescono sempre a cavarsela con qualche appiglio senza scontare niente. Anche questo garantismo oltranzista condito con la solita doppia morale casereccia a volte lascia perplessi, e lo dico da fervente sostenitore che il carcere come istituzione non serva ad alcuna rieducazione e così come è andrebbe abolito. Ma la certezza della pena questa sì che serve. Ed è proprio perché essa manca che tutti costoro continuano imperterriti a compiere reati di qualsiasi entità, perché tanto alla fine della storia 'di notte tutti i gatti sono bigi' e nessuno rimarrà dietro le sbarre e, peggio, non pagherà nulla alla comunità. In un contesto comunicativo in così rapida evoluzione i confini dell’industria dell’informazione e del linguaggio si moltiplicano a vista d'occhio e i fact-checking sono sempre meno definiti, costantemente allargati dal flusso crescente di finanziamenti assicurato dalle grandi piattaforme digitali globali che hanno stretto accordi di collaborazione con i maggiori player del settore. Organizzazioni no-profit, gruppi editoriali tradizionali e aziende native digitali specializzate nei servizi di fact-checking sono oggi sempre più ricercate e necessarie, ma il loro modello di business e le regole di ingaggio e a finanziare i fact-checker, di oggi e di domani, sono sempre di più le mega aziende globali come Google e Facebook, interessate a difendersi dall’accusa di veicolare attraverso le proprie piattaforme digitali e i propri algoritmi un numero imprecisato di fake news e campagne di disinformazione di varia natura e obiettivi. A differenza dei giornalisti, i fact-checker non hanno infatti come obiettivo quello di pubblicare notizie inedite ma di “verificare le notizie” e le informazioni pubblicate da altri e già ampiamente diffuse e commentate dagli utenti dei social media come da altre piattaforme digitali globali. I fact-checker sono, almeno sulla carta, professionisti esperti di verifica delle fonti e correzioni di informazioni false, parzialmente false o manipolate; e sono assunti o collaborano con organizzazioni specializzate che stringono accordi commerciali con Facebook o altre aziende tecnologiche al fine di verificarne i contenuti dietro il pagamento di una cifra predefinita, una supervisione in aperto conflitto d’interessi gettando ben più di un’ ombra sul loro futuro. Un compito di verifica che sta diventando sempre più un compito di censura preventiva e questo non credo debba essere il loro compito. Senza entrare nei dettagli, è importante sottolineare la sempre più stretta dipendenza che le aziende di fact-checking hanno nei confronti dei propri committenti privati, dal punto di vista finanziario e organizzativo: sono le piattaforme a decidere quali contenuti sottoporre alle agenzie di fact-checking, quali tipologie di avvisi o “etichette” questi ultimi possono apporre ai contenuti revisionati; e sono sempre le piattaforme a valutare l’ operato dei fact-checker attraverso metodologie sviluppate internamente, scegliendo di volta in volta se rinnovare o meno il contratto di fornitura di servizi. In questo contesto evidentemente c’è ancora molto da fare per inquadrare con la dovuta precisione i contorni dell’industria del fact-checking e dell’impatto economico, culturale e sociale di quest’ultima. Quanti sono, ad oggi, i contenuti che sono stati effettivamente revisionati dai fact-checker? Chi verifica le competenze professionali dei fact-checker e l’assenza di conflitti di interesse con i contenuti che devono revisionare? A partire da quali criteri Facebook e altre piattaforme digitali scelgono di sottoporre determinati contenuti potenzialmente falsi in luogo di altri considerati come veri? E quali sono le penalità assegnate a coloro che diffondono ripetutamente notizie false e informazioni fuorvianti, al di là di una generica “riduzione della visibilità” nei flussi di notizie degli utenti? L’impressione è che la maggior parte di queste domande resteranno senza risposta ancora per molto tempo, mentre l’esigenza di porre dei limiti sia alla disinformazione sia allo strapotere delle piattaforme digitali sarà destinata a crescere in tutte le società e a tutti i livelli della popolazione. Intanto i fact checking continueranno imperterriti a punire espressioni indesiderate senza entrare nello specifico della notizia: siamo così certi, però, che uno dei loro compiti non debba anche consistere, soprattutto oggi, nella valutazione morale della notizia allorché si trovano di fronte a espressioni che violano gli standard della community? Non sarebbe opportuno valutare caso per caso la dinamica della violazione degli standard soppesando le ragioni che hanno portato un utente a uscire dagli standard? In fondo il vero problema è ancora e sempre lo stesso dalla notte dei tempi: "Quis custodiet ipsos custodes?", enunciazione contenuta nelle Satire (Satira VI, linee 347-348) del poeta romano Giovenale e successivamente ripresa da Platone in un passo de La Repubblica (III, 403e) in cui asserisce che i custodi dello Stato devono guardarsi dall'ubriachezza per non avere essi stessi bisogno d’esser sorvegliati. La frase recita: «Γελοῖον γάϱ τόν γε φύλαϰα φύλαϰος δεῖσϑαι» (in latino: Nempe ridiculum esset, custode indigere custodem) e il suo significato è: «È certamente ridicolo che un custode abbia bisogno di un custode». Ma nello stato attuale dell’informazione chi controlla i controllori? Quale è l'etica di questi fact-checking e delle loro piattaforme?

