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Ferdinando Sabatino, nato a Milano nel 1960 si è laureato in Filosofia morale con Franco Fergnani presso l’Università degli studi di Milano con una tesi sulla medicalizzazione e lo stato giuridico della delinquenza in cui applica le tesi di Foucault nei codici penali pre-unitari fino al codice Zanardelli. Professore di Storia e filosofia e di Filosofia e scienze umane, è esperto nei processi socioculturali delle comunicazioni di massa. Si è interessato al pensiero organizzativo delle strutture industriali, già docente presso la Scuola di specializzazione per l'insegnamento secondario dell’Università degli studi di Milano, ha collaborato con la cattedra di Filosofia morale del Dipartimento di filosofia. Si occupa prevalentemente di storia dei sistemi di pensiero e di fenomeni collettivi, ha studiato le istituzioni totali come forme di potere su cui le società moderne hanno articolato aspetti ideologici di risocializzazione per giungere alle più sofisticate e complesse forme ideologiche contemporanee. Ha orientato recentemente i suoi interessi sui problemi della violenza collettiva ed etnica; sulla questione dei diritti e sul conflitto tra lavoro e capitale.
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"...bisogna discernere il rumore sordo e prolungato della battaglia"
Michel Foucault

sabato 10 dicembre 2022

SE NON C'È PIÙ LA SOCIETÀ MA SOLO INDIVIDUI IN MEZZO A TANTI “ALTRI" SCONOSCIUTI COSA RIMANE?

 Il termine “neoliberismo”, negli ultimi tempi tanto usato quanto abusato, è diventato talmente popolare da assorbire l'intero dibattito di nuovo millennio mentre chi si occupa di neoliberismo sta discutendo di una sua eventuale fine (cfr. D. Harvey, Breve storia del neoliberismo, Milano, Il Saggiatore). Ma è veramente finito? Quello che vediamo suggerisce di no. Da quando Walter Benjamin ha definito nella sua Tesi sul concetto di storia "il capitalismo come una religione" sans treve et sans merci (senza tregua e senza pietà), il neoliberismo - che ne è l'alfiere - è diventato col tempo un’ ideologia politica e una teoria economica, nata negli anni Ottanta, che ha definito e tuttora definisce gli sviluppi del capitalismo globalizzato. È un’ideologia pervasiva e onnicomprensiva perché riesce a presentarsi come una anti-ideologica pur non essendolo, e condiziona non solo l’andamento dei mercati ma invade anche le nostre vite private influenzando il nostro modo di pensare, lavorare, vivere. È una filosofia di vita che ha fatto diventare le nostre esistenze delle semplici biografie per risolvere   problemi di natura strutturale (cfr. U. Beck, Cos'è la globalizzazione, Roma, Carocci).

Come tutte le teorie che si rispettino, anche il neoliberismo ha il suo ideologo di riferimento che fu Friedrich Von Hayek, Premio Nobel per l’economia nel 1974 autore, tra gli altri libri famosi, del saggio La società libera (1960) diventato il manifesto di questa teoria onnicomprensiva. Secondo Von Hayek, la società si regge solo e unicamente sull’ azione individuale, ogni persona agisce perseguendo un proprio fine e ogni tentativo di dirigere o limitare le sue azioni, come pretende di fare l’economia pianificata o lo Stato intervenendo, è destinato al fallimento. La società si mantiene assieme per una sorta di "eterogenesi dei fini" secondo un ordine che, a parere di Von Hayek, non è il risultato di una progettazione umana ma si autogenera spontaneamente. Ne consegue che un controllo dall’alto, come quello incarnato dallo Stato, non è necessario ma pernicioso per l'affermazione della libertà individuale. Da qui la famosa formula di "meno Stato e più mercato" o nella versione di Nozick di "Stato minimo". Ovviamente non si tratta di anarchia: quest’ordine è infatti regolato dalla proprietà privata che, oltre a essere il fondamento della civiltà, è anche una sorta di argine morale per le scelte individuali, “la sola soluzione finora scoperta dagli uomini per risolvere il problema di conciliare la libertà individuale con l’assenza di conflitti”, scrive Von Hayek. La solita storia, dunque, su cui si erge lo sfruttamento dell' uomo sull'uomo difeso da tutte le filosofie (anche nella versione del liberismo classico per esempio con John Locke) fino a quando non giunse Marx a mostrarne le incongruenze. Leggenda vuole che Margaret Thatcher, in una delle sue prime riunioni come leader dei Tory britannici nel 1975,  estrasse dalla borsetta una copia de La società libera per poi scagliarla sul tavolo affermando: “Questo è tutto quello in cui crediamo”. Come è noto la prima ministra britannica assieme al presidente statunitense Ronald Reagan, incarna pienamente lo spirito del neoliberismo fatto di privatizzazioni, deregolamentazioni e tagli alla spesa pubblica sul versante economico e conservatorismo su quello politico distruggendo le politiche sindacali. Una dottrina come questa si fonda sull’iniziativa privata e sul progressivo indebolimento del controllo dello Stato come nell’utopia/distopia di Von Hayek, una specie di laissez-faire portato alle estreme conseguenze dove ognuno è artefice del proprio destino ma anche del proprio fallimento. Fu chiamato questo lungo processo che occupò quasi tutti gli anni Ottanta 'Reaganomics'. Il neoliberismo, dunque, considera la competizione la caratteristica di base delle relazioni umane portata all'estremizzazione; i cittadini sono dei consumatori le cui scelte democratiche si esercitano tramite l’acquisto e la vendita, premiando il merito e punendo l' inefficienza e l'inettitudine attraverso il mercato. Il neoliberismo nacque con la crisi delle socialdemocrazie progressiste ispirate, in linea di massima, ai principi socialisti e alle teorie di John Maynard Keynes le quali si basavano sul riformismo economico e sulla necessità dell’intervento pubblico, in particolare per la creazione di quel welfare state padre dei famosi trent'anni gloriosi come disse Hobsbawm. Le socialdemocrazie che già accettarono facendole proprie le regole del mercato a partire da Bad Godesberg (1958), vacillarono fino a perdere autorevolezza a livello mondiale solo intorno alla metà degli anni Settanta in seguito alla crisi del petrolio del 1973 quando i prezzi del greggio aumentarono improvvisamente con la guerra del Kippur, situazione che vide Siria ed Egitto contro Israele. La crisi economica, come da copione, fu l’occasione perfetta per i governi Thatcher e Reagan per dimostrare il fallimento delle politiche di nazionalizzazione e per affermare la necessità dell’impresa privata come motore dell'economia. Alla guida dell’esecutivo britannico dal 1979 al 1990, infatti, la Thatcher privatizzò la compagnia aerea nazionale e le principali aziende di telecomunicazioni, energia e acciaio del Paese scontrandosi con i sindacati, ma soprattutto varò il cosiddetto “Big Bang Act” che deregolamentò (deregulation) completamente la borsa inglese, aprendo così la strada alle future speculazioni finanziarie. Questi profondi cambiamenti risollevarono certamente i conti dello Stato ma non furono privi di vittime collaterali che uscirono dal sistema: il thatcherismo distrusse la classe lavoratrice inglese, annientò i sindacati (soprattutto dopo il conflitto che durò sei mesi con i sindacati dei minatori che alla fine dovette cedere perdendo la battaglia su tutti i fronti) e inasprì le disuguaglianze sociali. Politiche simili furono adottate anche dal presidente americano Reagan, in carica dal 1981 al 1989 e dalla sua “Reaganomics” ispirata alle teorie dell'economista Milton Friedman. Non dimentichiamo quanto peso' Friedman nel novero del neoliberismo, perché fu alla base della dittatura di Pinochet in Cile dopo il golpe dell’11 settembre 1973 con la complicità della presidenza Nixon. A Santiago del Cile, infatti, i “Chicago Boys” di Friedman mentre i militari soffocarono nel sangue ogni forma di opposizione al regime, si occuparono della progressiva privatizzazione di tutti i servizi essenziali, accendendo un conflitto sociale che ancora oggi è in corso diventando un pericoloso modello da esportare (vedi la dittarura argentina nel 1978). Non deve stupire dunque la storia cilena: il neoliberismo ha sempre mantenuto dentro di sé un impianto fortemente antidemocratico, Friedrich Von Hayek considerava infatti la democrazia rappresentativa un preciso ostacolo alla realizzazione del singolo individuo, se non proprio antitetica all’esercizio della proprietà privata. Infatti l’economista fu per questo motivo un fervido sostenitore della dittatura di Pinochet tanto da affermare che “Nell’era moderna ci sono stati molti esempi di governi autoritari in cui la libertà personale era più al sicuro che nella democrazia”. Nonostante i fatti che non lasciano dubbi, c'è da dire che sono ancora molti gli autori a pensare che il neoliberismo sia stato solo una parentesi degli anni Ottanta e Novanta - positiva o negativa a seconda delle opinioni - e non una pericolosa realtà che minaccia lo stesso ordine mondiale odierno. In realtà, se è vero che questi furono i due decenni in cui la dottrina economica venne applicata nel modo più scrupoloso, non si può dire che la stagione neoliberista si sia conclusa definitivamente, anzi. Da un certo punto di vista oggi stiamo vivendo le conseguenze più drammatiche di questa dottrina che, caduto il Comunismo nell'89, è diventata l'unica dottrina imperante modellando nella testa degli individui come una filosofia di vita che osteggiò lo stesso liberismo old style. Le stesse politiche sociali ed economiche portate avanti dalla comunità europea per fronteggiare le diverse crisi di crescita del capitalismo globalizzato sono fortemente intrise di neoliberismo e la Troika il suo fiduciario. Anche gli stessi partiti di sinistra, ahimè, seguendo la nefasta “terza via” di Tony Blair e di Bill Clinton teorizzata da Giddens, hanno adottato una prospettiva più indulgente quando non apertamente connivente verso le imprese private diventando col tempo intimamente antistatalista, complicata dalle diverse crisi economiche succedutesi. L’ideologia neoliberista del primato dell’individuo e del mercato sembrerebbe inconciliabile con uno stato di crisi permanente come quello in cui viviamo oggi credono i ben pensanti, ma è solo fumo negli occhi. A guardare più attentamente, è proprio la commistione di questi due aspetti ad aver creato una società profondamente divisa e classista, dove tutti sembrano accettare la piramide rovesciata che l’1% più ricco del mondo possa detenere  più del doppio della ricchezza netta posseduta da 6,9 miliardi di persone. La “dottrina dello shock” nel sistema, come è stata chiamata da Naomi Klein, è il perfetto assist per il neoliberismo e il capitalismo globaluzzato: la crisi che segue un disastro economico è la giusta scusa per imporre politiche impopolari che avvantaggiano pochi a discapito di molti. Una visione disumana, ma che in molti giustificano nel nome dell’ economia proseguendo, dunque, l'ideologico programma in cui “non esiste la società, esistono solo gli individui”, come diceva Margaret Thatcher con una massima celebre e in un certo senso profetica del mondo che sarebbe stato. Oggi la dimensione collettiva è venuta sempre meno non solo nelle politiche statali ma anche nella testa degli individui, proiettandoci in un’apparente dimensione di autosufficienza che ci impedisce non solo di creare solidarietà con gli altri, ma persino di sentirne il bisogno che significa appunto 'società' come ha sempre pensato un determinato pensiero politico che parte da Aristotele. Ci sentiamo sempre più soli, e lo siamo veramente. E il paradosso è che l'insistenza sulla realizzazione individuale, di cui si fregia l’ideologia neoliberista, non ci ha trasformati come prometteva in esseri liberi e di successo, ma ha finito per illuderci con la promessa che un giorno lo saremo se ci impegneremo a sufficienza. Il sogno è sempre spostato un po' più in là della linea. D’altronde, nelle intenzioni di Von Hayek la tanto celebrata “libertà individuale” è quella della classe dominante non certo dell'individuo che è solo funzionale a quella logica. La narrativa della positività, della felicità a tutti i costi, della sicurezza e della meritocrazia (anche quella che si paventa nei luoghi di apprendimento) sono funzionali a questo sistema, capaci di creare negli individui sociali una forma più sofisticata di alienazione in grado di trasformarci da “soggetti d’obbedienza” a “soggetti di prestazione”, come ben scrive il filosofo coreano-tedesco Byung-Chul Han: “Con l’incremento della produttività il paradigma della regolamentazione viene rimpiazzato dal paradigma della prestazione, ossia dallo schema positivo del poter-fare […]. La positività del poter-fare è molto più efficace della negatività del dovere. Così, l’ inconscio sociale passa dal dovere al poter-fare”. Da qui la sua profetica affermazione, abiurata da Toni Negri, dell' impossibilità oggi di una rivoluzione (cfr. Byung-Chul Han, Perché è impossibile una rivoluzione oggi, Nottetempo,  Milano). Se oggi siamo ancora qui a parlare di neoliberismo, infatti, è perché questa dottrina è diventata l’ideologia dominante del nostro tempo, il pensiero unico in voga nonostante da anni si parli di “fine delle ideologie” o di “società post-ideologica”. Cosa c'è di più ideologico che continuare a paventare una fine delle ideologie che non esiste? Pur presentandosi come una semplice dottrina economica in favore dell’autodeterminazione del singolo, il neoliberismo è profondamente ideologico perché, scrive bene Žižek, “l’ideologia non nasconde o distorce una realtà soggiacente […], ma piuttosto è la realtà stessa che non può essere riprodotta senza mistificazione ideologica”. Di un’ ideologia quindi non ci si libera tanto facilmente, a maggior ragione se, concentrati come siamo su noi stessi, non siamo nemmeno in grado di riconoscerla come tale. Noi siamo schiavi delle catene che abbiamo costruito con le nostre mani e da cui non siamo in grado di divincolarci.