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Ferdinando Sabatino, nato a Milano nel 1960 si è laureato in Filosofia morale con Franco Fergnani presso l’Università degli studi di Milano con una tesi sulla medicalizzazione e lo stato giuridico della delinquenza in cui applica le tesi di Foucault nei codici penali pre-unitari fino al codice Zanardelli. Professore di Storia e filosofia e di Filosofia e scienze umane, è esperto nei processi socioculturali delle comunicazioni di massa. Si è interessato al pensiero organizzativo delle strutture industriali, già docente presso la Scuola di specializzazione per l'insegnamento secondario dell’Università degli studi di Milano, ha collaborato con la cattedra di Filosofia morale del Dipartimento di filosofia. Si occupa prevalentemente di storia dei sistemi di pensiero e di fenomeni collettivi, ha studiato le istituzioni totali come forme di potere su cui le società moderne hanno articolato aspetti ideologici di risocializzazione per giungere alle più sofisticate e complesse forme ideologiche contemporanee. Ha orientato recentemente i suoi interessi sui problemi della violenza collettiva ed etnica; sulla questione dei diritti e sul conflitto tra lavoro e capitale.
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"...bisogna discernere il rumore sordo e prolungato della battaglia"
Michel Foucault

sabato 11 febbraio 2023

SE "ARANCIA MECCANICA" È IL FUTURO CHE CI ASPETTA...

Se fossimo un po' come gli etnologi di mestiere gireremmo per le nostre strade, nei metrò, in tutti i non-luoghi che abbiamo creato, un po’ come ha fatto Marc Augé osservando incuriositi i comportamenti dei nostri simili di cui si sono smarrite le finalità. Alla fine di tutto ciò, probabilmente rimarremmo allibiti per ciò che siamo stati costretti vedere: la recrudescenza dell'Homo Sapiens a ominide della più bassa scala evolutiva sembra il risultato più certo che ci ha portato il progresso. Ma che cosa ci è successo in questo frangente temporale di così drammatico? La scena è una normale scena quotidiana che ritroviamo negli anfratti delle nostre distopiche città in cui la convivenza non è più un valore sociale. È una di quelle scene che disturbano sia l'occhio che la mente se si hanno ancora sani principi. Il luogo potrebbe essere il centro storico di una grande città italiana, ogni centro è simile, ogni metropolitana è simile, ma potrebbe anche essere qualsiasi altra zona della città. Una banda di ragazzine, di età tra i 14 anni e i  15 anni con vestiti griffati e alla moda, stanno menando e bullizzando una loro coetanea in lacrime in modalità Arancia meccanica in cui il 'drugo' Alex prende a calci, graffi, pedate e manganellate il malcapitato di turno: risultato distruzione del cellulare e di altri beni personali accompagnati da un frasario, un turpiloquio capace di traumatizzare un qualsiasi scaricatore di porto o un toscano incazzato ma che rappresenta un preciso programma di vita, come ci è dato sapere da molte canzoni trap nostrane il cui senso spesso rimane sospeso.

La prima cosa che mi è venuta in mente è che il tanto agognato degrado distopico che abbiamo visto nei film americani tipo I guerrieri della notte o Arancia meccanica era approdato anche da noi in modalità imprevista e virulenta. Ragazzine e ragazzi di un'età dove forse qualche decennio fa sarebbero arrossati solo se le si guardava negli occhi, ora si comportano a loro agio come una gang di spacciatori di Harlem o Quarto Oggiaro, senza nessuna remora morale o fastidiosi residui di pudore. Forse imprevista no, ma violenta sì. Anche questa situazione asociale, scommetto che prima o poi qualcuno lo dirà, è diventata giocoforza una forma di parità di genere, solo che la riduzione a branco selvaggio acefalo ha tristemente superato qualsiasi "barriera repressiva" o gli "stereotipi culturali" che dir si voglia, giungendo molto velocemente alla qualifica di subumano considerato unisex. Una parità di genere al ribasso. Naturalmente, giusto per non essere frainteso, il problema non è né la parità di genere né l'emancipazione da forme oppressive come da falsi moralismi. Il problema è che apparteniamo a un mondo culturale, quello del liberalismo, che ha lavorato alacremente per smantellare qualsiasi costrutto sociale come nostro retaggio di appartenenza, destabilizzando aspettative e credenze, sradicando le persone dai loro contesti, rompendo qualsiasi legame familiare e territoriale, cancellando il passato attraverso quell'ideologia che è la cancel culture  immergendoci in una competizione hobbesiana di tutti contro tutti come se fosse 'questa' l' emancipazione e la forma di liberazione che cercavamo. Il perché è presto detto: come pensa Smith, nella società di mercato una mano invisibile garantisce benessere a tutti auto-regolando il mercato e dunque la società. Quello che si è visto infatti negli ultimi tempi è che la società occidentale ha autorizzato una spasmodica corsa alla cancellazione sistematica di ogni confine, costume o semplice eredità culturale, proiettando la propria forma mentis economica sulla realtà credendo che bastasse questo per una “emancipazione migliorativa”, del resto se in testa hai un martello vedi il mondo sotto forma di chiodi recitava un vecchio detto. In verità questo atteggiamento de-culturalizzato esprime, soprattutto, quella pigrizia mentale di ceti intellettuali benpensanti, un po' radicale chic per i quali, negli ultimi cinquant’anni, è bastato esibirsi attraverso qualsiasi performances emancipativa a parole in televisione oppure firmando petizioni il più delle volte inutili che subito ci si è potuto fregiare dell'acqua logica di ‘progressista’. 

Vale la pena rammentare che in ogni società la più grande fatica che gli esseri umani hanno dovuto affrontare oltre a procurarsi i mezzi di sussistenza è sempre consistita nel fornire credenze, guide comportamentali e finalità condivise socialmente per dare orientamento ai propri membri. Si tratta di un lavoro sociale complesso e lungo che gli antropologi conoscono bene. D’un tratto come per magia invece tutto è diventato estremamente semplice: è emersa l’ idea bizzarra che tutto quello che è stato prodotto dall’umanità era, in fondo, un grande cumulo di spazzatura da gettare via per poter costruire le fondamenta dellla nuova umanità liberata. A dare un impulso concreto è stato il fatto contingente che gli Stati Uniti d’America sono emersi da più di centocinquanta anni come potenza occidentale dominante con un' enorme capacità di influenza culturale su tutto l'Occidente e il mondo in generale. Essendo gli Stati Uniti una società di emigrati che hanno espulso i veri nativi americani, nata sulla scorta di un gesto di cancellazione delle proprie radici ed origini, la cultura egemone nel mondo occidentale ha continuato ad alimentare questa spinta che  ben si accorda con i desideri del sistema economico a cui gli americani credono. Sarebbe opportuno ribadire che non ci sono strade facili e senza fatica che possano invertire questa tendenza, ammesso che si voglia farlo. Non è improvvisando di colpo un po’ di dogmatismo autoritario, qualche normativa punitiva, e nemmeno appellandosi ai “valori dei bei tempi antichi” che si risolva nulla. Quelli che pensano che un progressismo di comodo possa porre rimedio con un’improvvisata rigidità senza fondamento sono dei veri complici del degrado: vogliono una formuletta a costo zero per rimettere la società in ordine, pronta alla massimizzazione produttiva. Questi conservatori sono il complemento dei liquidatori liberali. La forma di vita occidentale capitalistica nella sua incarnazione neoliberale, è il più efficace produttore del degrado antropologico storicamente conosciuto: produzione sistematica di anime deformi, fragili, aggressive, frustrate, disorientate a livello intergenerazionale. L’unica e amara realtà è che tutta la storia occidentale dalla fine del XIX secolo è una storia di continua e sistematica generazione di degrado, con un tentativo di ricostruzione nel secondo dopoguerra, naufragato negli anni ’80. Viviamo per ora in società ancora relativamente benestanti (come media), ma culturalmente al declino, totalmente  incapaci di tramandare alcunché di credibile alle società future. Ci fermeremo in prossimità del baratro?