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Ferdinando Sabatino, nato a Milano nel 1960 si è laureato in Filosofia morale con Franco Fergnani presso l’Università degli studi di Milano con una tesi sulla medicalizzazione e lo stato giuridico della delinquenza in cui applica le tesi di Foucault nei codici penali pre-unitari fino al codice Zanardelli. Professore di Storia e filosofia e di Filosofia e scienze umane, è esperto nei processi socioculturali delle comunicazioni di massa. Si è interessato al pensiero organizzativo delle strutture industriali, già docente presso la Scuola di specializzazione per l'insegnamento secondario dell’Università degli studi di Milano, ha collaborato con la cattedra di Filosofia morale del Dipartimento di filosofia. Si occupa prevalentemente di storia dei sistemi di pensiero e di fenomeni collettivi, ha studiato le istituzioni totali come forme di potere su cui le società moderne hanno articolato aspetti ideologici di risocializzazione per giungere alle più sofisticate e complesse forme ideologiche contemporanee. Ha orientato recentemente i suoi interessi sui problemi della violenza collettiva ed etnica; sulla questione dei diritti e sul conflitto tra lavoro e capitale.
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"...bisogna discernere il rumore sordo e prolungato della battaglia"
Michel Foucault

giovedì 9 marzo 2023

LA GRANDE REGRESSIONE

La grande regressione è cominciata da molto tempo ma pochi ci hanno ragionato sopra. Ed è una regressione soprattutto culturale diventando successivamente anche sociale. sembra che oggi a nessuno interessi più il rapporto con l’ ‘altro-da-me’, ciò che succede al mio simile dentro questa società negata. L’importante è solo l’io egoico e insoddisfatto che noi abbiamo chiamato individualismo. Nemmeno molti anni fa si dibatteva sul fatto se Internet ci avesse reso più stupidi o più intelligenti, che era solo un modo come un altro per comprendere un passaggio epocale, inevitabile, da una società a un'altra. Ma come Umberto Eco osservava già negli anni Sessanta in quel grande lavoro che è ancora oggi Apocalitici e integrati (cfr. Milano, Bompiani) era in fondo capzioso e incomprensibile dividersi in individui pro e individui contro i mezzi di comunicazione di massa perché questi mezzi comunque "ci sono" e, dunque, vanno usati in maniera intelligente. La stessa cosa vale anche per Internet: tutto dipende da come ti fai coinvolgere, da come li usi e da cosa vuoi ottenere da questo indubbio strumento innovativo. Ma come ogni mezzo, tanto più questo, sarebbe opportuno vaccinarsi al suo uso e proteggersi dalla sua dipendenza, cosa che richiede una filosofia adeguata che non vediamo molto praticata nel mondo di oggi. Internet prosciuga mente e volontà. Ci rende falsamente liberi e ci induce a dipendenza regressiva, non solo relativamente ai 'costumi sociali' ma anche alla percezione della realtà e della sua comprensione. Piaccia o meno internet modifica i nostri quadri concettuali operando soprattutto profonde modificazioni nella nostra capacità di esperire. Derick de Kerckhove ha chiamato questo processo ‘brainframe’, cioè un composto di percezione e interpretazione, fisiologica cognitiva e sensoriale nello stesso tempo, della realtà prodotta dalla capacità adattiva del nostro cervello di mutare attraverso le tecnologie di elaborazione delle informazioni. Ri-configurando gli emisferi cerebrali e apportando precise modifiche corporee neuronali, queste realizzano delle cornici che rappresentano le modalità con le quali noi interagiamo/reagiamo con il mondo esterno. Per cui l’idea  sottesa neanche tanto velatamente in questa tesi è che le tecnologie di elaborazione delle informazioni siano in grado di ‘incorniciare’ biologicamente il nostro cervello-ecosistema in una precisa struttura, sfidandolo a fornire un modello alternativo di interpretazione della realtà proprio nel continuo dialogo con tecnologia e cultura. Ecco perché oggi non sarebbe lontanamente ipotizzabile staccarsi da questo orizzonte culturale anche volendo: cervello, tecnologia e cultura costituiscono un organismo unico (cfr. Derick de Kerckhove, Brainframe. Mente, tecnologia, mercato, Bologna, Baskerville). A volte questo processo entra in un cortocircuito digitale creando stress di adattamento, definendo forti fratture tra la realtà e il senso delle cose e come noi diamo loro senso. Ora, che una simile  trasformazione tecnologica dovesse alla lunga definire uno shock tra la psiche e la società lo aveva già intuito Adorno negli anni Cinquanta. Il problema è che, oggi, essa ha prodotto anche forti conseguenze politiche diventando quello che Adorno chiamò come una componente specifica della sfera dell' auto-alienazione in modo tale che l’individuo culmina nella sua eliminazione tramite l’integrazione (cfr. Th. W. Adorno, L’industria culturale in Dialettica dell’Illuminismo, Torino, Einaudi). La società di massa  è riuscita a modificare il nostro rapporto con il reale non solo perché ci ha ‘massificati’, ma perché ha creato nuovi modelli comunicativi e con essi ha rimesso in discussione le nostre consolidate pratiche culturali quotidiane (cfr. A. Appadurai, Il futuro come fatto culturale, Milano, Cortina). Quello che potremmo definire come "la grande regressione" a cui assistiamo con la nostra complicità, dovrebbe trasmetterci un timore folle di svuotamento della nostra socialità: cioè renderci solo corpi automatizzati, atomizzati in società liquide dove quello che conta, quello che importa è solo "l'essere tutto è solamente il nostro corpo" perché la nostra mente è collocata nella 'galassia Internet'. L'estratto di Andreoli, supporta questa tesi di una regressione antropologica in atto che probabilmente ci fa intravedere che, come ogni strumento, anche il nostro cervello se non viene allenato adeguatamente si atrofizza come alcune recenti ricerche in ambito delle scienze cognitive sulla riduzione delle nostre capacità intellettive stanno mostrandoci inequivocabilmente. Ma non dipende dallo strumento in sé che utilizziamo, ma da come noi lo usiamo o ci facciamo usare. Da questa situazione parte  la nostra grande regressione..."L'uomo sta perdendo la mente e anche l'anima, e quindi si riduce a corpo, a muscoli che gli consentono di svolgere le mansioni dell'Homo faber, che corre, consuma sesso, mangia e usa le mani: un tempo per lavorare, adesso per gli hobby.

Si tratta di una profonda regressione antropologica, non soltanto di un effetto secondario del progresso tecnologico (cfr. Bjoung Chul Han, Infocrazia, Mialno, Nottetempo). Se cadono non solo le facoltà ideative, ma anche i desideri, il piacere di sapere, tutto riporta al fare come segno di essere. Non più il"cogito ergo sum", ma "faccio dunque non sono morto" (cfr. Vittorino Andreoli, La gioia di benpensare, Milano).