Che dire? L'indagine fatta al liceo linguistico comunale Manzoni di Milano nell'articolo sul Corriere a firma Fagnani afferma che" a sette studenti su dieci capita, spesso o qualche volta, di avere crisi di pianto o crollo emotivo dovuti alla scuola. E c’è perfino un 16%di alunni che denuncia di averli «sempre»" lascia un po' stupiti e qualche interrogativo sarebbe necessario. A sostenerlo sono i risultati di un sondaggio diffuso all’interno del liceo linguistico Manzoni di Milano per conto del collettivo «Manzoni antagonista» in quanto le domande rivolte agli studenti della «Manzoni» riguardavano soprattutto la salute mentale degli studenti e la pressione dei ritmi scolastici. La fotografia che ne esce è questa:
- uno studente su due non sente valorizzato il suo impegno da parte dei docenti;
- per uno studente su due la scuola influisce sulla propria salute mentale e aggiungendo alla lista chi ha risposto solo «abbastanza» si arriva addirittura al 90 per cento.
Secondo il report più della metà afferma di sentirsi classificato solo in base ai voti e obbligato dal sistema scolastico a raggiungere l'eccellenza. Insomma, è un modello di scuola che il collettivo studentesco critica: «Fondare la scuola su concetti come merito e competitività, alimentando un continuo stato di pressione, trasforma lo studio da accrescimento personale a un'interminabile prestazione» scrive il gruppo studentesco in un comunicato, concludendo che l'obiettivo del reportage è che «questa nostra analisi non sia fine a se stessa, ma principio di un cambiamento». Questo in sintesi il reportage. Dunque ritornando alla domanda iniziale, quali interrogativi dobbiamo porci?
Intanto farei una distinzione da quanto emerge dall'inchiesta: una cosa è la "fragilità diffusa" altra cosa è "la questione del merito", non credo che le due cose siano necessariamente connesse, avranno dei rapporti di vicinanza ma non che una sia presupposto per la seconda. Cosa voglio dire? Voglio dire che la "questione fragilità" nasce da molto tempo prima della "questione merito", non ne è una sua conseguenza anche se a molti piace metterla in questi termini. E lo dico da fermo oppositore alla dabbenaggine del merito così come viene ideologizzato perché, come ho già scritto altrove, questa idea di merito è solo un altro modo per lasciare intatto lo status quo senza modificare la vera questione dell'inclusione, cioè chi include chi e come...Il merito è una ideologia perniciosa come ha sostenuto Michael Sandel. Ma la "fragilità" dei nostri giovani non è dovuta a questo, almeno non ne è la diretta conseguenza. È da molto che la paura ad affrontare una vita che non offre più lavoro, opportunità, stipendi adeguati, scalata sociale per via di un ascensore sociale bloccato, 'senso' al perché sia necessario studiare, necessità di emigrare per ottenere opportunità che in patria sarebbero impossibili, hanno mostrato che la fragilità dei nostri giovani è nata molto tempo prima. Ma forse neppure tutto questo spiega la ragione più profonda di tale instabilità emotiva registrata nella nostra società consumistica. Non voglio neppure fare paragoni con i giovani del passato istigando una distinzione generazionale facile da etichettare, scadendo nel facile sociologismo di comodo. Eppure qualcosa su questa distinzione dobbiamo anche dirla, senza indurre a pensare chi sia migliore dell'altra in questa facile graduatoria. Siamo tutti andati a scuola sopportato i docenti, i genitori, le istituzioni, la società esterna 'che non ci capiva', scontrati con le istituzioni di potere ma nessuno di noi, dei diversi movimenti che c'erano, ha mai subito questa fragilità di fondo. Certo, non andava tutto bene, c'erano anche allora abbandoni, incomprensioni ma si cercava di andare nella società, magari per cambiarla, non di fuggire o di rinchiudersi. C'era certo chi scappava nella droga, nei mondi psichedelici ed era un dramma, ma anche in quel caso "la questione droga" era una questione politica e non solo una faccenda personale. Insomma, bello o brutto che fosse, quel periodo lungo che va dalla fine del '68 e per tutti gli anni '70 e poi '80 non era ancora il periodo del nichilismo diffuso, esistevano ancora valori che si cercava di portare avanti e con i quali si voleva crescere. Oggi, in questo periodo di grande riflusso culturale, sembra che oramai il nichilismo abbia preso il sopravvento sulla testa e l'anima di quanti partecipano al gioco della vita senza sapere che non è un gioco. L'ospite inquietante, come lo chiamava Nietzsche, è già da un po' che staziona dalle nostre parti entrando in ogni adpetto della nostra vita. Mi sembra che la fragilità di cui molti (non voglio e non credo siano tutti) sono vittime rappresenti l'esatta fotografia di una società che ha già tutto, o per lo meno che crede di avere tutto, senza averlo conquistato del tutto. Quali sono i valori in cui credono questi 'fragili'? Quale 'società' vorrebbero? Sarebbe stato interessante rilevarlo dal sondaggio svolto, perché è facile dire (giustamente peraltro) che si è contro il merito, la competizione etc. poi però sarebbe anche necessario definire cosa si voglia fare, quale società si vuole, cosa in cui credere. Altrimenti si rimane nel nichilismo passivo di cui questa società è vittima, vittima di una società che ha espulso ogni forma di dolore. Sociale e personale. Sarebbe, dunque, più importante cercare di capire come superare la crisi dei valori che attanaglia la società consumistica, piuttosto che accettare supinamente la gratificazione che il sistema degli oggetti del consumo produce dentro di noi. Ecco, ci sarebbe molto altro da dire e non si può chiudere tutto così ovviamente, ma credo che la strada per comprendere questa fragilità di fondo che mina le giovani generazioni sia questa. È giusto affrontarla, anche se ci fa male. Cedere alle proprie fragilità ci qualifica come umani, ma essere fragili per affrontare tutte le difficoltà che la società ci pone o porrà di fronte non ci rende buoni cittadini né buoni uomini. Il vizio dello 'psicologismo' che ha preso alla gola la società dei consumi da un po' di tempo e che la politica alimenta in modo sospetto, mostra un altro lato del potere che dovremmo sorpassare e combattere. Le società surmedicalizzate alla fine producono quasi sempre effetti negativi, dovremmo toglierci da questa mania di andare dallo psicologo per ogni cosa, assumere farmaci antidepressivi per ogni cosa, chiedere allo specialista di turno come dovremmo comportarci per ogni cosa perchè produce solo effetti contrari, negativi: le società surmedicalizzate sono società poco inclusive, inducono al disciplinamento, fanno del potere un mantra da cui non si esce. Sono il potere, ma noi dovremmo vaccinarsi dal potere. Ecco, tutto ciò mi sembra che queste generazioni lo abbiano dimenticato, quantomeno non lo reputano più necessario. Mentre, al contrario, sono il prodotto diffuso di una pedagogia della 'medicalizzazione', di una surmedicalizzazione che ha strangolato tutti i sistemi educativi e che ha, forse, alleggerito la nostra responsabilità all'interno delle istituzioni dove operiamo ma non ci hanno reso più forti ad affrontare il mondo che sta fuori dalle nostre finestre. E così hanno fatto le stesse famiglie che vogliono una certificazione vera o presunta per ogni disguido in cui incappano i loro figli, per non parlare del mercato che si è generato in questo ambito medico per cui patologie importanti e meritevoli di attenzione hanno creato pedagogie pericolose. Cominciamo a partire da queste considerazioni e, come dice Richard Rorty, "poi la verità si prenderà cura di sé".

