Nell’ultima Indagine Pisa 2018 (Programme for International Student Assessment) pubblicata recentemente dall’Ocse (l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) nel 2019 sulle competenze in lettura, matematica e scienze un quindicenne italiano su cinque non sa leggere e solo uno studente su 20 sa distinguere tra fatti e opinioni.
Il che significa semplicemente che alle prese con una semplice pagina di giornale o di un brano scolastico la sua lettura è incerta, eccessivamente lenta o troppo veloce. Ma, soprattutto, nel leggere commette errori linguistici con una profonda riduzione lessicale riguardo al vocabolario di partenza. I dati sono inquietanti se pensiamo che oltre alla lettura, molti giovani non sono in grado di comprendere quello che leggono nel senso che "non sono in grado di tradurre in benefici essenzialmente pratici quello che leggono". Cosa che si ingigantisce tra gli adulti con un analfabetismo di ritorno, su cui varrebbe la pena spendere due parole e meditare sul da farsi.
Questa deriva culturale nasce, anche i dati temporali collimano, dalla reiterata e sciagurata insistenza di trasformare una scuola nazionale dei saperi critici in una incentrata su competenze e abilità. Come se fosse possibile creare una dicotomia tra competenze e conoscenze facendo sobbalzare nella tomba John Dewey e creare qualche strana allergia anche a Noam Chomsky. Ma andiamo con ordine. Il dramma vero è che da almeno vent’anni il Ministero dell’istruzione ha scelto questa pessima strada senza capire che cadremo presto nel burrone su cui ci siamo avviati, mentre la stessa Associazione Nazionale Presidi ricalca imperterrita, come i bravi comandanti che lavorano per il capo, l'intenzione di schierarsi per una scuola delle competenze costi quel che costi. Nonostante la realtà drammatica che solo un cieco non vedrebbe, i vari governi di sinistra, di larghe coalizioni, di destra e così via hanno sempre sbattuto la porta in faccia ai docentii continuando a insistere sulla didattica per competenze pur millantando cambiamenti in campagne elettorali. È solo patetica protervia? Peccano semplicemente di una ostinata hybris? Che cosa vogliono fare tutti costoro che pensano di gestire l'istruzione?
A prima vista ciò che emerge insistentemente riguarda la cancellazione delle materie scolastiche, le discipline, per far posto agli argomenti. Bene! Io difendo molto gli argomenti, ma come intendono proporre questo cambiamento?
Secondo quanto pensa l’ANP (Associazione nazionale Presidi) pet aiutare l'intero sistema sarebbe opportuno abolire le materie, dunque niente più Italiano, Matematica, Scienze, Chimica etc per dare spazio agli argomenti; cancellare le graduatorie permanenti e d’istituto, dando al dirigente scolastico la possibilità di scegliere i docenti sulla base delle competenze (basti sentire Antonello Giannelli presidente ANP che lo ripete a ogni intervista). Per loro tutto si risolverebbe con una scuola-azienda al cui vertice stanno loro. Come è facile intuire, è una prospettiva pericolosa che cancellerebbe de facto la scuola pubblica laica statale, lasciando all’autonomia differenziata delle regioni, tema caldo del governo Meloni, il compito di gestire l’istruzione nazionale come fosse un grande centro professionale per l' impiego a basso costo.
Ora, se è vero che gli ultimi dati Pisa ci illustrano questa bella realtà di cui era facile prevedere l'esito, sorge spontanea la domanda se la vera responsabilità non sia da rinviare al potere politico che negli ultimi venticinque anni, dall'autonomia dunque, ha letteralmente sradicato il sistema scolastico per lasciare al suo posto il fumo scadente dell'autonomia scolastica, autonoma solo sulla carta. Mi pregio di ricordare qualche dato giusto per inquadrare la responsabilità oggettiva della politica in merito. Il Governo Gentiloni nel 2017 e il Ministro dell’istruzione Fedeli non applicarono tre sentenze esecutive del Tar del Lazio che chiedevano l’ immediato ripristino delle ore di lezione cancellate delle materie di indirizzo negli istituti tecnici e professionali emanando, al contrario, due decreti “politici” per annullarle de facto. La riforma Gelmini-Tremonti (PDL- Forza Italia – Lega) tra il 2008 e il 2011 come Attila tagliò 8 miliardi di euro alla scuola statale producendo danni (futuri) alle attività laboratoriali (il laboratorio di matematica fu eliminato e gli stessi insegnanti madrelingua furono espulsi dalle scuole con il pretesto del taglio della spesa pubblica indebolendo così il sistema di apprendimento delle lingue straniere), dulcis in fundo mandarono a casa 200 mila insegnanti tagliando 200 mila cattedre. Con la riduzione del 50% delle ore di lezione e di migliaia di insegnanti rimasti senza cattedra, quest'ultimi vennero successivamente dirottati sul sostegno attraverso corsi di riconversione resi obbligatori come se fosse naturale farlo, creando di conseguenza una riduzione dei saperi. Per non parlare dell’idea fallimentare dei licei light, oggi sempre in voga, con la riduzione di un anno del percorso scolastico nei licei sperimentali per cui non si capisce quale beneficio ne verrebbe a fare in quattro anni quello che si è sempre fatto in cinque, oppure della nefasta “Buona Scuola” di Matteo Renzi con la Legge 107, una riforma bocciata da più del 90% degli insegnanti ma che, ahimè, confermò la riduzione drastica delle ore di lezione delle materie tecniche e professionali che, nonostante tutto, rimane come impianto e sembra che nessun governo intenda cancellare, se non a parole. Mentre oggi il governo Meloni sta partorendo, tra il serio e il faceto, il liceo made in Italy di cui si capisce poco o nulla.
Dunque, la parola d'ordine della scuola del terzo millennio è semplicemente riduzione, nascosta dietro il termine competenze così la gente ci crede un po' di più.
Sorge, però, spontaneo il pensiero che i giovani non sappiano leggere e comprendere un testo scritto come conseguenza scellerata dei governi di destra e sinistra che hanno pensato solo alla riduzione della spesa pubblica, producendo in questo modo tagli nella didattica sia nelle scuole secondarie di primo grado (medie) e secondarie di secondo grado (superiori). Alla faccia delle competenze che sbandierano da qualche anno in qua. Vediamo dunque più da vicino i dati del 2018, perché i dati, se letti in un certo modo, danno una fotografia chiara e senza appello su ciò che questa politica ha fatto.
Secondo l'indagine 2018 solo in matematica i quindicenni italiani risultano in media con gli altri Paesi; per il resto l'Italia è abbondantemente sotto e addirittura tra il 23esimo e il 29esimo posto per capacità di lettura, confermando il divario tra Nord e Sud, tra maschi e femmine e tra licei e istituti professionali, e tutto ciò a dicembre 2019 quando viene pubblicato il report.
Domanda: questi giovani sanno distinguere tra fatti e opinioni quando leggono un testo di un argomento a loro non familiare? Risposta: un quindicenne su venti riesce a farlo mentre la media Ocse è di uno su dieci. Altro dato eclatante: gli studenti che hanno difficoltà con gli aspetti di base della lettura sono uno su quattro per cui non riescono ad identificare, per esempio, l'idea principale di un testo di media lunghezza. I ragazzi italiani dunque non migliorano nella capacità di leggere e comprendere un testo, un'emergenza, come sappiamo bene, già nota nei precedenti report a partire da 2012/13 e che era già emersa anche nell'ultimo rapporto Invalsi sugli studenti di terza media. Se poi guardiamo alle scuole superiori, siamo sempre sotto la media nel confronto internazionale. Ma soprattutto, e questo dovrebbe essere il dato più sconvolgente in sé, peggioriamo rispetto a rilevazioni di dieci anni fa o del 2000. Cioè, stiamo precipitosamente scendendo rispetto ai livelli già bassi di dieci anni fa in competenze linguistiche, capacità lessicale, comprensione ed esposizione del testo. E tutto ciò nel momento più alto delll'ostinata ideologia della scuola delle competenze. Un campanello di allarme, secondo me, che risuona dalla nuova indagine Ocse-Pisa 2018 che valuta appositamente le competenze dei 15enni rispetto alla lettura, la matematica e le scienze. Infatti, come dice il report, a rappresentare una popolazione totale di 32 milioni di studenti quindicenni di tutti i 79 paesi ed economie partecipanti a questa edizione sono circa 600mila studenti che hanno fatto il test, tutti per la prima volta a computer, della durata di due ore. In Italia, 11.785 studenti hanno sostenuto la prova, rappresentativi di una popolazione di circa 521.000 studenti quindicenni. Dai test Invalsi, di cui critico profondamente le modalità e le rigidità, si rileva che il 35% degli studenti di terza media non capisce un testo d'Italiano mentre al Sud 8 su 10 sono in ritardo sull' Inglese
I risultati confermano i miglioramenti degli studenti italiani in matematica. Rimangono ahimè sotto la media Ocse per la lettura, definita come la capacità di comprendere, utilizzare, valutare, riflettere e farsi coinvolgere da un testo scritto. Mentre peggiorano le capacità nelle scienze. Viene confermato il divario tra Nord e Sud, tra licei e professionali - in questo caso il gap è impressionante - e le differenze di genere. Risultati che fanno dire alla presidente dell' Invalsi, Anna Maria Ajello, che "non scatta una presa in carico del problema rispetto alla lettura di dati che, al contrario, devono preoccupare". Si ponesse qualche domanda al riguardo visto che di soluzioni l'Invalsi non ne offre.
Passiamo al punteggio complessivo come da report. Il punteggio dell'Italia nella lettura è di 476 contro 487 della media Ocse, facendo sì che l nostro Paese si collochi tra il 23° e il 29° posto tra i paesi Ocse. Un dato potremmo dire abbastanza stabile, se già questo non fosse drammatico, rispetto all' ultima rilevazione del 2015 (485) anche se all'interno dello stesso range ci sia uno scivolamento verso il basso e non passi in avanti. Se si guarda complessivamente ad anni più indietro, allora il dato è più grave in quanto i nostri ragazzi sono peggiorati: meno 11 punti rispetto al 2000 e meno 10 punti rispetto a dieci anni fa (2009) nelle competenze di lettura. Da questo punto di vista, l'Italia è a livello di Svizzera, Lettonia, Ungheria, Lituania, Islanda e Israele. Le province cinesi di Pechino, Shanghai, Jiangsu, Zhejiang, oltre a Singapore ottengono un punteggio medio superiore a quello di tutti i paesi che hanno partecipato alla rilevazione.
L'unica novità è che per la prima volta vengono introdotte letture tratte anche da testi digitali per testare ovviamente le conoscenze di quella che viene definita "generazione Z", nata nel 2004, che legge e s'informa specificatamente sul web. In questo caso gli studenti italiani sono più bravi nei processi di comprensione (478) e di valutazione e riflessione (482), mentre non se la cavano nell’individuare informazioni (470).
Sulle capacità di lettura si conferma il divario tra Nord e Sud: gli studenti delle aree del Nord ottengono i risultati migliori, al di sopra della media Ocse (Nord Ovest 498 e Nord Est 501), mentre i loro coetanei delle aree del Sud sono quelli che presentano le maggiori difficoltà (Sud 453 e Sud Isole 439).
È stucchevole la differenza tra liceali, che ottengono i risultati migliori (521), e i ragazzi degli Istituti tecnici (458) e professionali (395) e della formazione professionale (404). Infatti nei licei troviamo la percentuale più elevata di studenti che raggiungono i livelli più alti definiti come top performer: sono il 9% contro il 2% dei tecnici. Chi raggiunge il livello minimo di competenza nella lettura è l'8% nei licei, percentuale che sale al 27% nei tecnici. Non raggiunge il livello 2 - che è quello minimo - almeno il 50% degli studenti degli Istituti professionali e della Formazione professionale.
Quello che colpisce maggiormente è il declassamento linguistico, tanto da affermare che l’italiano sia diventato una lingua straniera per gli italiani. Perché?Lo affermano i dati: in lettura le ragazze superano i ragazzi di 25 punti; nel Nord-Est e nel Sud Isole il divario arriva a 30 e 35 punti di differenza. Il vantaggio delle ragazze è confermato anche da una presenza maggiore di ragazzi che non raggiungono il livello minimo di competenza: circa il 28% contro il 19%.
Le cose sembrano procedere meglio in Matematica. Gli studenti italiani hanno ottenuto un punteggio medio (487 - era 490 nel 2015) in linea con la media dei paesi Ocse (489). Un risultato simile a quello di Portogallo, Australia, Federazione Russa, Repubblica,Slovacca,Lussemburgo, Spagna, Georgia, Ungheria e Stati Uniti. Ma anche qui le differenze confermano una scuola italiana a due velocità: gli studenti del Nord Est, con un punteggio di 515, e quelli del Nord Ovest, con 514, ottengono risultati migliori - che superano quelli per esempio degli studenti della Finlandia e della Svezia - rispetto agli studenti del Centro (494), del Sud (458) e del Sud Isole (445). In particolare le due province di Trento e Bolzano hanno ottenuto risultati non dissimili dai Paesi scandinavi.
I dati dicono che dal 2009 ad oggi l’ andamento dei risultati Pisa in matematica è rimasto costante e rispetto ai cicli precedenti, la rilevazione del 2018 ha mostrato un miglioramento solo in confronto al 2003 (+21 punti) e al 2006 (+25 punti). Sono i ragazzi, soprattutto quelli che raggiungono i livelli più eccellenti, a superare le ragazze. Nei paesi Ocse, al contrario, la differenza media tra maschi e femmine in matematica è di 5 punti, in favore dei primi. In Italia questa differenza è più elevata: 16 punti.
Peggiora la situazione delle competenze in Scienze: il punteggio è di 468 contro la media Ocse di 489. Nel 2015 era di 481.
Il dato conferma, dunque, che siamo in caduta libera nelle competenze scientifiche ma che il problema non è sulle competenze in termini di nozioni scientifiche, ma nelle capacità di applicare il metodo scientifico: "Dobbiamo, a partire da questi risultati, ripensare a come si insegnano le scienze - commenta Roberto Ricci, dirigente di ricerca dell'Invalsi - il tema non è tanto che i nostri ragazzi non sanno, per esempio, i principi della termodinamica, sono in difficoltà nel capire perché sono importanti nella comprensione dei fenomeni che la realtà ci pone". L’Italia si colloca in linea con Turchia, Slovacchia e Israele e, tra i paesi partner, Croazia, Bielorussia, Ucraina.
Questa lunga disamina sui dati ci dice solo una cosa su dovremmo meditare: esiste in questo paese una scuola delle disuguaglianze che si allarga sempre più, e lo sta facendo partendo e grazie a queste fantomatiche competenze che hanno preso il posto delle conoscenze. Il sistema scolastico italiano non sblocca più l'ascensore sociale, tanto che le scuole "tendono ad essere frequentate da studenti con lo stesso background socio-economico e culturale", rileva l'indagine. E questo crea un effetto di segregazione e non di inclusione come vorrebbe il Ministero. Basti pensare, infatti, che la varianza dei risultati tra scuole in Italia è del 43% della varianza totale contro il 29% della media Ocse. Il che significa che, a parità di competenze, si rileva una più forte difficoltà a immaginare il proprio futuro se i ragazzi provengono da condizioni svantaggiate dal punto di vista sociale anziche vantaggiate. Mentre gli studenti eccellenti che vogliono un titolo superiore al diploma sono 9 su 10 se provengono da un contesto socio-economico avvantaggiato e scendono a 6 su 10 se sono socio economicamente svantaggiati.
Questi sono i dati che, a parer mio, dicono già molto. Ma a parte le solite frasi di circostanza dei ministri che si sono di volta in volta succeduti (Fioramonti, Azzolina, Bianchi, oggi Valditara) il rapporto conferma che la povertà educativa è un'emergenza nazionale a cui la politica non presta attenzione se non l'alimenta. Ed è causa principale del tramandarsi dai genitori ai figli di forti disuguaglianze sociali, economiche e culturali, in un quadro di scarsissima mobilità intergenerazionale" senza che qualcosa nel mondo istruzione e università venga radicalmente cambiato alle fondamenta. Se siamo un paese che sta perdendo il senso del futuro perché se si perde la capacità critica non si è in grado di analizzare situazioni complesse, allora la vera domanda che lascio in sospeso è: perché allora non si è in grado di ritornare sui propri passi e riproporre un modello di scuola, istruzione e ricerca in grado, come era fino all' introduzione dell'autonomia di Berlinguer, di essere capace di formare cittadini preparati e consci delle proprie attitudini? Perché la povertà educativa in Italia è diventata una questione di "classe"?
Io un'idea ce l'avrei e tutti voi no?

