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Ferdinando Sabatino, nato a Milano nel 1960 si è laureato in Filosofia morale con Franco Fergnani presso l’Università degli studi di Milano con una tesi sulla medicalizzazione e lo stato giuridico della delinquenza in cui applica le tesi di Foucault nei codici penali pre-unitari fino al codice Zanardelli. Professore di Storia e filosofia e di Filosofia e scienze umane, è esperto nei processi socioculturali delle comunicazioni di massa. Si è interessato al pensiero organizzativo delle strutture industriali, già docente presso la Scuola di specializzazione per l'insegnamento secondario dell’Università degli studi di Milano, ha collaborato con la cattedra di Filosofia morale del Dipartimento di filosofia. Si occupa prevalentemente di storia dei sistemi di pensiero e di fenomeni collettivi, ha studiato le istituzioni totali come forme di potere su cui le società moderne hanno articolato aspetti ideologici di risocializzazione per giungere alle più sofisticate e complesse forme ideologiche contemporanee. Ha orientato recentemente i suoi interessi sui problemi della violenza collettiva ed etnica; sulla questione dei diritti e sul conflitto tra lavoro e capitale.
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"...bisogna discernere il rumore sordo e prolungato della battaglia"
Michel Foucault

martedì 25 luglio 2023

ELKANN, I LANZICHENECCHI E UN MONDO MALRIUSCITO

Ho aperto Repubblica ieri, cosa che faccio ormai sempre meno perché è un giornale radical chic che non mi piace, e ci trovo l'articolo sui giovani d'oggi a firma Elkann. Elkann, lo confesso, non mi piace, non mi piacciono i sui libri né quello che rappresenta socialmente. Una borghesia nobile e un po' cialtrona che vive anni luce dai problemi della gente ma che pontifica dall'alto della loro posizione privilegiata. Sono stucchevoli e per questo li guardo con sospetto. L'estate non porta consiglio, anzi. Infatti l'ultima uscita del capostipite degli Elkann su questi giovani - ma poi quali? tutti i giovani? una parte di essi? e quale parte? -  intitolata "la calata dei Lanzichenecchi" francamente mi ha lasciato basito per pochezza e soprattutto per quel senso di superiorità ancien regime che mi ha fatto sempre tifare per Robespierre. Credo sia doveroso spendere una parola per ciò che sostiene il personaggio, non perché dica il falso, forse, ma per come lo dice. Quel tono 'classista', retaggio di nobiltà decaduta, mi offende, anche se comprendo comunque fino a un certo punto la difficoltà generazionale e culturale in cui si è ritrovato e il disappunto per la maleducazione diffusa. Si tratta di un signore che ha vissuto in una condizione di assoluto privilegio in modo inossidabile e, in ragione di ciò e dei suoi quarti di nobiltà, ha perduto con ogni probabilità il senso della realtà e della misura. Il signor Elkan ha sentore di ciò che avviene ogni giorno nel mondo, di che cosa il mondo realmente sia o cosa stia diventando? È evidente che solo una totale e stucchevole inconsapevolezza possa spiegare i toni di tale indignazione di fronte ad un fenomeno che ognuno di noi frequentando treni regionali, tram, metropolitana percepisce come normale quotidianità di maleducazione imperante indipendente dall'età. Va da sé. Il problema è che questo isolamento stucchevole e benpensante come questa stessa colpevole perdita del senso della realtà, mette in discussione, in particolare, la  sua autopercezione di cosa sia una "elevatezza culturale", come egli dice nell'articolo, che inevitabilmente lo fa ricadere in banalissimi cliché, stantii e porosi, incapaci di rendere conto del reale. Solo che così facendo Elkann presta il fianco a ovvie critiche non perché, tra le sue frasi, non si nascondano cose forse vere, ma per quello che rappresenta il suo modo di proferirle scadendo in cliché ultramondani e radical chic: il libro di Proust in francese, i giornali stranieri, la sua penna rigorosamente Montblanc che annota, l'involucro di cuoio per tenere i giornali appena comprati che dicono, in fondo, tutti la stessa cosa: "ma che ci fate voi nel mio treno, nella mia carrozza a disturbre il mio sguardo?" E' insomma la distanza che lo separa dagli altri che è qui di troppo. Faceva miglior figura ad andarsene se proprio questo fastidio gli impediva di dialogare con costoro, sempre meglio che guardare dall'alto in basso una banda di 'barbari' calati dal nord per fare razzie. Appunto come i Lanzichenecchi a Roma.
Il problema, però, e che non dovremmo ridere così alacremente per la sua posizione involontariamente comica di un benestante impettito e susseguioso che non comprende il senso della realtà, perché sembra essere tutto l'Occidente, agli occhi del resto del mondo che lo guarda con sospetto nello stesso identico modo, ad essere così. Una umanità astratta, autoreferenziale che legifera su tutto e che pensa di fare la lezione per ogni cosa a chiunque. Rumorosa e blasfema. Vivono pensando sempre di avere tra loro stessi e il resto del mondo una specie di filtro che impedisca il contatto tra quello che essi rappresentano e la "giungla" che vive intorno a loro. Io non difendo affatto i "lanzichenecchi" perché provo antipatia verso Elkann e ciò che rappresenta, perchè non mi piacciono. Non mi piace questa umanità chiassona e omologata. Non mi piacciono né il loro linguaggio, né il loro modo di porsi. Ma non mi piacciono non perché vedo nel 'classismo' una via d'uscita ma perché entrambi sono l'espressione miope di una umanità riuscita male: i primi sono solo la modalità più chiassona, cialtrona di ciò di cui Elkann e soci rappresentano nella loro versione borghese e impettita. Sono entrambi espressione di un mondo equivoco, chiuso in due distinte fazioni speculative che non si incrociano felici di non farlo, ma che vivono in funzione una dell' altra, inconsapevoli che esiste un mondo che ha le sue regole, che vive e di cui loro sono solo una espressione malriuscita di rigurgito di medioevo prossimo venturo.