Mario Tronti è morto oggi. Un maestro per molti di noi, anche se non tutti ne condivisero il messaggio. Militante del Partito Comunista Italiano durante gli anni cinquanta, assieme a Raniero Panzieri e altri fondò la rivista "Quaderni Rossi" dalla quale se ne separò nel 1963 per fondare la Rivista "Classe operaia" di cui fu il direttore. Proprio questo nuovo percorso lo portò ad allontanarsi dal PCI, anche se non ne uscì ancora formalmente e, cosa più importante, animo' l'esperienza radicale dell'operaismo nella politica asfittica degli anni Sessanta. Questa esperienza, per molti versi matrice della nuova sinistra degli anni sessanta per molti militanti, si caratterizzava dalla vecchia perchè metteva in discussione le tradizionali organizzazioni del movimento operaio, ovvero il partito e il sindacato, collegandosi direttamente alla "classe in sé" e alle lotte di fabbrica senza, dunque, il partito come forma di mediazione.
Fu influenzato dall'opera di Galvano Della Volpe portandolo distante dal pensiero di Antonio Gramsci, quantomeno dalla versione ufficiale promossa dal PCI togliattiano. Questa nuova esperienza lo portò come studioso a formulare un pensiero politico capace di fondere teoria e prassi, proponendosi come innovazione del marxismo tradizionale contribuendo a riaprire la strada 'rivoluzionaria' in Occidente. Infatti, proprio di fronte all'irruzione dell' "operaio-massa" sulla scena delle moderne società capitalistiche occidentali, l'operaismo di Tronti fu in grado di offrire una nuova analisi delle relazioni di classe ponendo l'accento sul fattore "soggettivo" del conflitto, rivendicando la centralità politica della 'classe'. Le sue idee infatti trovarono una sistemazione teorica chiara nel 1966 con la pubblicazione di "Operai e capitale", il suo capolalavoro per molti di noi, esercitando una profonda influenza sulla contestazione giovanile di quel periodo come su tutta l'ondata di mobilitazione di inizio anni Sessanta. Fu proprio la sconfitta della "spontaneità operaia" e di tutta quella ondata di mobilitazione della seconda metà degli anni Sessanta, colta da Tronti ma non, invece, da altri operaisti come Toni Negri (di qui la rottura tra loro nel 1967-1968), che lo condusse a spostare la sua riflessione sul "problema del politico", cioè sulla capacità della direzione e della mediazione politica negli eventi storici. Da questo momento e da questa sconfitta, iniziò la fase della teorizzazione tipicamente trontiana dell'"autonomia del politico" che significò ricerca di una teoria politica più 'realista' che, mettendo insieme Marx e Carl Schmitt, propose di colmare i limiti di quella soggettività sociale in atto. Ci riuscì? in fondo quella soggettività in atto erano i movimenti di base che volevano, giusto o sbagliato che fosse, un'altra politica rispetto a quella tradizionale. E certamente era contro il PCI, era contro la politica del compromesso storico. "Le due società" di Asor Rosa aveva ben colto cosa fosse in gioco in quel momento. Quella di Tronti si trattò sicuramente di una fase specificatamente intellettuale piuttosto che politica dell'esperienza di Tronti, infatti in questo frangente storico si dedicò all'insegnamento (Filosofia morale e poi Filosofia politica) presso l'ateneo senese e all'attività pubblicistica, fondando nel 1981 la rivista "Laboratorio politico". Fu in questo periodo che si riavvicino' al PCI di Enrico Berlinguer, fu riabilitato dal gruppo dirigente del partito ed entrò a far parte del Comitato centrale. Dopo essere stato candidato, senza però successo, dal PCI alle elezioni del 1987 alla Camera nella circoscrizione Roma-Viterbo-Latina Frosinone alle elezioni del 1992, fu eletto al Senato della Repubblica (XI legislatura) nelle liste del Partito Democratico della Sinistra, membro della Commissione parlamentare per le riforme istituzionali dal 1992 al 1994. Alle elezioni del 2013 fu di nuovo eletto al Senato (XVII legislatura) nelle liste del Partito Democratico nella circoscrizione Lombardia. Non fu ricandidato alle elezioni politiche del 2018. Questa è la biografia storica. Come dicevo per molti di noi, più giovani e meno giovani rispetto alle lotte degli anni Sessanta, rappresentò un modello da seguire fino a un certo momento: l'autonomia del politico non fu per molti rappresentanti dei movimenti giovanili degli anni Settanta uno schema da seguire, anzi. Molti videro quell' 'autonomia' come un allontanamento dagli eventi storici lasciando alla (sola) classe dirigente dei partiti l'onere di indirizzare la politica non dal 'basso' ma dall' 'alto', molto lontani dunque da "Operai e capitale". Una forma di 'realismo', di Realpolitik non metabolizzata nella diversificata sinistra italiana (ed Europea) nello scontro tra movimenti di base e partiti tradizionali di cui il PCI era l'emblema e, a sinistra, anche padre e padrone. Questa 'normalizzazione' del pensiero di Tronti non fu ben vista da molta parte dei movimenti di sinistra e non solo dall'Autonomia operaia di Negri, in realtà quasi tutti pur rispettando la sua intelligenza politica, a maggior ragione quando lo stesso Tronti confluì nel Partito, ma soprattutto quando fu rieletto nel PD. Ma che ci faceva Mario Tronti nel partito di Veltroni, in quel partito che per molti era il travisamento della sinistra storica? In quel partito che metabolizzò Tony Blair, ovvero una delle cause della caduta della sinistra europea? In quel partito che fu avvertito come un tradimento a sinistra? Tronti è stato un gigante, sbaglieremmo a farne acriticamente un mito buono per tutti i contesti senza soppesare il suo impatto sulla politica della sinistra, sul pensiero marxista, sui movimenti che non condivisero più nulla con il maestro avendo una idea diversa della politica e dell'autonomia del politico.
Questa è una ricostruzione, una delle tante che potremmo sentire e che certamente sentiremo, della storia e dell'importanza di Tronti, giusta o sbagliata che sia, nella storia della sinistra italiana. Il problema di oggi è che non esiste più alcun pensiero critico da queste parti, pro o meno a favore di Tronti poco importa, e di intellettuali come Tronti ce ne sarebbe un gran bisogno. Di questo siamo profondamente orfani visto che vige il cretinismo imperante.
Riposa in pace

