Cosa sono scuola e università nell’età della digitalizzazione imperante e farneticante?
Forse edifici vuoti e privi di contenuti? oppure edifici in cui i contenuti vengono proposti da enti estranei alla formazione che rendono inutile ogni altro sapere?
Questo è un problema. E non dobbiamo pensare a una interpretazione fallace da parte nostra, perché sull'istruzione si sta giocando una partita pericolosa per il nostro avvenire e per i nostri figli. Il 'capitale umano' si sta avariando e regredendo sempre più in automatismi pedagogici stereotipati conformi al capitale organizzato. La battaglia è la conquista delle nostre teste. Invero, queste istituzioni si stanno trasformando, meglio si sono già trasformate senza che noi ci accorgessimo della trasformazione per culpa in vigilando, in grandi recinti dove radunare masse indistinte di esseri umani senza una logica funzionale al sistema dell' istruzione, dove questi giovani attendono solo a sedute intensive di addestramento alla moral suasion, slegate dalla funzione che aveva una volta l’insegnamento. Sono infatti i temi che si scelgono nelle scuole, nelle università per indottrinare gli astanti che ce lo confermano: un po’ sedute di autocoscienza new age, un po’ terapia familiare in cui la pratica medica diventa sempre più invasiva, un po’ incontro di gruppi self help similari a quello degli alcolisti anonimi o dei drogati, un po’ sessioni di autocritica maoista, un po’ confessionali laici, con parole d'ordine organicamente prestabilite e gerarchizzate: inclusione, diritti (quali?), resilienza, coding, Pcto e chi ne ha più ne metta in una marmellata sempre più nauseante. Il confessionale pedagogico degli apprendisti stregoni dell’ educazione odierna sta sempre sul pezzo sul farci diventare sempre più pezzi da mercato, non si sa bene cosa uscirà da queste macerie che costoro hanno edificato ma si prosegue comunque verso l’eliminazione del significato profondo di istruzione. L’ultimo colpo sarà l’ eliminazione del titolo legale, ultimo baluardo per quanti non provengono da classi abbienti, e che credono al valore democratico dell’istruzione. Fateci caso, in tutti i paesi e nei contesti storici ove il sapere è libero senza distinguo di discipline più o meno gettonate, la democrazia avanza. Al contrario, ove la democrazia flette si registrano forme stereotipate e calate dall’alto di nuclei pedagogici con l’intento di indottrinare il discente. Lo si intuisce dalle scelte su cosa far studiare rispetto a cosa abbandonare: più tecnica e materie Stem meno filosofia, più informatica meno materie formative. L'equazione è semplice: il mondo tecnologico, essi pensano, non ha necessità di ‘umanismi’ e ‘materie umanistiche’: il mondo tecnico della produzione necessita semplicemente di materiale finito e pronto al lavoro, anche se il lavoro manca. Sarebbe facile controbattere che nessuna competenza diretta a un approccio pratico può durare in eterno, e che anche essa necessita di tempi e rinnovamenti capaci di portare il discente a comprendere il contesto del materiale che utilizza. In breve, c’è sempre bisogno di capire la ‘natura’ della tecnica che si usa e a cosa serva se non si vuole diventare solo burattini in mano al sistema. Ma forse è proprio quello a cui questi chierici del sapere pratico agognano: creare l’automa perfetto al proprio sfruttamento e al proprio annullamento. L’essenza della tecnica, come pensava Heidegger, che in sé non ha nulla di tecnico. Quello che però fa specie è che tra i problemi che attanagliano i pedagoghi del belpaese, l’unico vissuto come assolutamente trascurabile è proprio quello dell’apprendimento di strumenti conoscitivi, di nozioni e capacità che rendano sempre più autonomo chi vuole studiare e crescere veramente. Mi chiedo: ci sarà una ragione?
Un tempo, e nemmeno troppo troppo lontano, era centrale in quanti professavano l’ insegnamento quello di tenere separate le capacità dello studente e la sua condotta. Uno studente poteva essere magari “bravo ma indisciplinato”, ma se dimostrava quel poco di coscienza evitando il “sette in condotta” poteva anche portare a termine con profitto i cicli di studio secondario e terziario, concedendo poco alla precettistica moraleggiante dall’alto. Erano quasi sempre, inutile dirlo, in quegli anni non sempre mitici, docenti mediocri quelli che “puntavano” gli studenti insubordinati dal punto di vista scolastico facendo ricadere sulle valutazioni la propria opinione sul carattere dello studente. Un retaggio della modernità che aveva invaso ogni forma di sapere intenta a capire la patologia, l’anomalia, il disturbo dietro a ogni atto.
Oggi invece sembra sia considerata del tutto normale questa esigenza prevaricatrice del sistema sull’ insubordinato, diventando parte integrante delle stesse disposizioni ministeriali (si vedano a proposito le ultime raccomandazioni del ministro Valditara), se prendiamo sul serio le ultime uscite, che la condotta entri senza soluzione di continuità nei giudizi circa il profitto nelle varie materie. Mentre il crollo di conoscenze e capacità di base è costante e ineluttabile, tutte le energie e gli ingegni dei professionisti della pedagogia ministeriale sono rivolti a impartire lezioncine omogeneizzate, stereotipate su come si debba essere buoni sudditi possibilmente very green, essere accoglienti, naturalmente vaccinati (vedere gli ultimi spot pubblicitari messi in cantiere sono indicativi), diritti-umanisti su tutto e su ogni cosa a prescindere, ecosostenibili, antirazzisti, naturalmente antitotalitari, inclusivi, vegani, europeisti, certamente con i corollari di moda di volta in volta accreditabili dalla politica: antirussi, filoamericani, insettivori, fluidi, Lgbtqia+ e così via. Per questo fondi pubblici, borse di studio, finanziamenti ‘a go-go’ sono ripartiti con queste agende davanti agli occhi e le istituzioni educative sponsorizzano progetti e a volte fondi soprattutto europei per tutto ciò. E naturalmente il problema non sta mai nei contenuti proposti – che a volte potrebbero essere argomentati in forme intelligenti quantomeno intelligibili – ma ovviamente nel metodo.
Se i vari catechismi religiosi col tempo sono spesso riusciti a rendere anche l’idea di Dio una filastrocca buona per ogni cosa a cui nessuno ormai crede più, figuriamoci cosa potrebbe accadere per questi catechismi laici che devono garantire l’avvenuto apprendimento di idee che già in partenza avevano il marchio dello spot pubblicitario. Volendo difatti garantire a monte, e a prescindere, che soltanto una ben definita ortodossia dovrà essere comunicata, tutto questo si riduce a prediche didascaliche, alla consegna di pacchetti di raccomandazioni benpensanti e liquidatori a cui è bene inchinarsi se non si vuole essere vittima dell’ideologia statofobica che si respira. Questa trasformazione pedagogica rappresenta l’ovvio passaggio tra la formazione di un cittadino a quella di un suddito senza troppo mentire alle fondamenta. Come sarebbe d’uopo il cittadino dovrebbe essere formato all’ autonomia, alla capacità di maneggiare strumenti culturali e cognitivi capaci di renderlo indipendente. Il suddito, al contrario, dev’essere formato al riconoscimento delle fonti di autorità e dei confini di ciò che non si può discutere ma solo recepire. Al cittadino si insegnano contenuti, capacità, conoscenze, che poi starà a lui utilizzare al meglio. Al suddito si insegnano storielle edificanti, condanne preconfezionate, stigmatizzazioni. Al cittadino si danno in mano strumenti per crescere da solo (conoscenze), al suddito si spiega come sorridere al capo senza metterlo in imbarazzo (soft skills). Questa è l’ edificante pedagogia che si riflette nelle nostre strutture educative, edifici la cui responsabilità oggettiva sta diventando ormai imbarazzante. Eppure tutto questo chiacchierare su inclusione e soft skills viene proposta in luoghi fatiscenti, poco accoglienti, resilienti come se fosse già scontato che la produzione di umani preconfezionati sia data per scontata se non l’unica pedagogia accettabile.
Come tornare indietro da tutta questa follia che ha, però, una sua ragionevolezza politica?

